Del Noce vide la parabola della sinistra trent’anni prima

Me la ricordo ancora, quella sera di dicembre del 1989 quando andai a casa di Augusto del Noce. Mi aveva telefonato per dirmi di passare da lui perché aveva scritto la prefazione a un mio libro. Era il 23 dicembre di trent’anni fa. Aveva avuto un infarto pochi mesi prima, quando era a Savigliano, nel suo Piemonte. Lo trovai affaticato e come implume, in una stanza spoglia, si respirava aria di trasloco; conversammo sull’idea di scrivere un libro-intervista, o come lui generosamente diceva, un libro-dialogo sul profilo ideologico del Novecento italiano. Un libro che prospettai come l’Anti-Bobbio, autore di un famoso saggio sul tema; ma lui corresse che sarebbe stato piuttosto l’AntiGarin, in dissenso con Eugenio Garin. L’avremmo fatto appena lui avesse finito la sua opera dedicata a Giovanni Gentile. Poi mi consegnò quelle pagine scritte a mano e mi chiese di aggiungere al testo una nota citazione di Vico che non aveva sottomano. Ci scambiammo gli auguri per il Natale e per l’Anno nuovo. Ma per lui, come già scrissi, valsero solo i primi perché Del Noce non varcò la fine del 1989, morì il 30 dicembre.

In quell’ultimo incontro parlammo della trasformazione del Pci in partito radicale e neoborghese; e lui che amava épater le bourgeois, spiazzare i benpensanti, disse che ci sarebbe da scrivere un Elogio di Stalin.

Del Noce fu il primo a prevedere la mutazione della sinistra dal comunismo allo spirito radical, la resa al capitalismo globale, all’individualismo e alla liberazione sessuale, che è poi il marchio di quella che egli definiva l’irreligione occidentale. Secondo Del Noce il comunismo si sarebbe suicidato nelle braccia del capitalismo, i comunisti sarebbero diventati agenti della nuova borghesia cinica e permissiva, braccio secolare della nuova rivoluzione dei diritti civili contro la tradizione, la chiesa e la civiltà cristiana. Per Del Noce era rimasto irrealizzato e tradito tutto ciò che aveva di grande il socialismo, a cominciare dalla denuncia dell’alienazione; la nuova sinistra aveva invece traghettato la società cristiano-borghese nella società neo-borghese di massa, dominata dall’ateismo pratico. Lo scriveva prima della caduta del Muro di Berlino, sin dai primi anni ’70.

Su piani diversi collimavano con molte sue diagnosi le riflessioni di due autori d’ispirazione e militanza comunista, l’eretico Pierpaolo Pasolini e l’organico Franco Rodano con cui Del Noce ebbe un serrato dialogo. Intellettuale vicino a Berlinguer e principale teorico del catto-comunismo, Rodano così descriveva la società contemporanea: “è la società degli uomini vuoti: esseri senza più fini, senza più valori, senza nemmeno il richiamo, la spinta, alla salvezza, della sofferenza materiale; esseri che possono sentirsi vivi solo nelle furie astratte del sesso o nei sussulti subitanei e imprevedibili, negli sfoghi, di una sporadica e fatua anarchia”. Parole che Del Noce sottoscriveva e che probabilmente nessun intellettuale di sinistra oggi approverebbe. Al cattocomunismo Del Noce riconosceva, dai tempi di Felice Balbo fino al saggio su Rodano, cioè dal dopoguerra agli anni Ottanta, un forte senso morale e religioso, un afflato ideale e popolare che non ritrovava nei cattodemocratici. I cattolici progressisti, per Del Noce, sono più vicini ai progressisti non cattolici che ai cattolici non progressisti; l’ispirazione religiosa era per loro una variabile secondaria rispetto al progressismo. Con loro Cristo finiva tra parentesi, la modernità era invece il punto fermo e dirimente. Il cristianesimo era negoziabile; il progresso, la democrazia, l’antifascismo no. Da lì si arriva al cristianesimo bella ciao di oggi.

Del Noce individuava la cerniera che avrebbe collegato i vecchi comunisti al nuovo spirito radical in una certa cultura azionista, laicista e gobettiana, che si esprimeva tramite un quotidiano-partito, la Repubblica di Eugenio Scalfari. Rispetto al passato, la nuova sinistra tendeva a perdere i suoi tratti popolari e proletari per incontrare una nuova borghesia, intellettuale e imprenditoriale, emersa col Sessantotto, munita del conforto dei nuovi poteri economici e finanziari. Facevano da contorno gli sbandieratori dell’etica e del moralismo giudiziario che celebravano in realtà la liquidazione dei valori comunitari, morali e religiosi. Del Noce descriveva questo passaggio non solo nei suoi libri ma anche nei suoi articoli culturali su Il Tempo di Roma, allora diretto da Gianni Letta, su Intervento di Giovanni Volpe e su Il Sabato vicino ai ciellini. Scritti ignorati dalla cultura ufficiale, senza alcuna replica dagli stessi interessati. Del Noce ravvisava le tracce di un nuovo bipolarismo tra radicali e radicati.

Quel che abbiamo visto in seguito è la realizzazione puntuale dell’analisi delnociana: la sinistra diventa partito radicale di massa, garante della società liberata dai vecchi arnesi di Dio, patria e famiglia. La bioetica, l’eutanasia, l’aborto, la relativizzazione della famiglia, la liberazione sessuale, l’apologia dell’omosessualità e la legalizzazione della droga, diventano i suoi punti di forza e di attrazione: l’impronta del partito radicale e delle battaglie referendarie sul divorzio e sull’aborto era evidente. Ma dall’altra parte c’è un partito radicato di massa, c’è un movimento neoconservatore italiano, cattolico, mediterraneo ed europeo? La domanda cadde nel vuoto ai tempi di Del Noce, e anche oggi. Del Noce descrisse Il suicidio della rivoluzione. Ma sottotraccia descrisse pure Il suicidio della conservazione.

MV, La Verità 29 dicembre 2019

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