Guareschi, del ’68 se ne fece un baffo

Come oggi, cinquant’anni fa, nel fatidico ’68, se ne andò all’altro mondo Giovannino Guareschi. Lasciò il mondo piccolo che aveva descritto come pochi, per raggiungere il mondo grande, quello dove abitava quel Signore che nella sua Casa dava consigli a un suo focoso dipendente in terra, don Camillo. Così almeno racconta Guareschi.

Se ne andò presto, Giovannino, a 60 anni, dopo una vita travagliata, tra campo di concentramento, carcere sotto il fascismo e sotto l’antifascismo, più una caterva di libri tradotti in tutto il mondo, di film assai popolari che rappresentarono quell’Italia favolosa del dopoguerra, e di avventure a mezzo stampa, come il suo impertinente Candido che ebbe un ruolo decisivo nella disfatta del fronte popolare socialcomunista alle elezioni del ’48.

Giovannino morì il 22 luglio del ’68 ma fece in tempo a scrivere il suo ultimo don Camillo dedicato ai giovani d’oggi. Il libro uscì postumo e segnava lo stridente contrasto tra il vecchio comunista Peppone (che l’anticomunista Guareschi aveva reso simpatico con la sua prorompente umanità), il coriaceo don Camillo e un giovane contestatore zazzeruto, che viaggiava in moto con borse borchiate e sfrangiate e un giubbotto nero con teschio e scritta “Veleno”. Che diventa per Guareschi il soprannome del ragazzo e anche la metafora della Contestazione. Giungono in paese a Brescello anche “i cinesi” che sconvolgono le geometrie ideologiche dell’italo-stalinista Peppone e spiazzano pure quelle religiose del parroco. Guareschi collega la contestazione all’avvento della società dei consumi. Per lui l’antagonismo tra i due fenomeni è solo occasionale, apparente, non sostanziale. Il consumismo divora il piccolo mondo antico e le vecchie fedi, ma cattura Peppone che lascia la bici e gira in spider rossa. Il consumismo è l’habitat del sessantotto.

La critica guareschiana esprime il modo di vedere dei conservatori – e ricorda quella parallela di un altro umorista guareschiano, Giovanni Mosca, che pubblicava le sue vignette su Il Tempo. Guareschi considerava i sessantottini “una generazione spietata e imprevedibile” per “il loro cinismo e la loro disinvoltura spesso sacrilega”. Con un sostanziale rovesciamento dei pregiudizi: “mentre un tempo il cattivo si studiava di sembrare buono, oggi il buono si arrabatta per dare l’idea di non esserlo”. Pecore travestite da lupi. Prima del buonismo vi fu il cattivismo dei sessantottini. E non aveva visto gli anni di piombo…

Guareschi esorcizza il ’68 col suo credo conservatore: “Il modo cambia ma gli uomini rimangono come Dio li ha creati perché Dio non ha fatto alcuna riforma e le sue leggi sono perfette, eterne e immutabili”. Ma il suo fu più un atto di fede che un’intima convinzione. Una fiducia nella vita che continua mentre stava irreversibilmente cambiando e nel suo caso gli stava definitivamente voltando le spalle. Il mondo piccolo spariva nell’era globale.

Nel ritratto che gli ho dedicato nel mio libro Imperdonabili l’ho definito “il maestro elementare dell’Italia repubblicana”. Perché insegnò a più generazioni l’abecedario della vita nazionale e delle passioni politiche, le basi elementari del frasario e dei sentimenti, speziati con la bonaria ironia di un padano emiliano. Se vogliamo ritrovare l’atmosfera dell’Italia del dopoguerra, democristiana e comunista, dobbiamo ricorrere alla sua prosa che riuscì a nobilitare quell’Italietta clerico-comunista senza essere democristiano e tantomeno comunista. Il filo conduttore che legava don Camillo, Peppone e lo stesso Giovannino era il populismo nazionale e provinciale, la passionaccia per l’Italia, il temperamento sanguigno e passionale, la generosità contro l’egoismo avido, il senso forte della famiglia e dei legami civili e religiosi.

Tre paradossi accompagnarono la vita di Guareschi. Dopo due anni di vita bruta nei campi di concentramento nazisti, passò nel dopoguerra per un fascista. Dopo aver vinto la battaglia delle immagini e delle parole nel ’48 appoggiando la Dc degasperiana, fu mandato in galera dallo stesso De Gasperi, per svariati mesi. Dopo aver fondato il settimanale più efficace nella lotta al comunismo, Candido, umanizzò nella figura di Peppone i comunisti e li rese perfino simpatici. E su Candido scrisse, a uso domestico e a puntate, il primo libro nero del comunismo. Non dimentichiamo che Guareschi nacque, visse e morì nel Triangolo rosso padano degli eccidi partigiani. Guareschi fu una specie di cura omeopatica contro Stalin. Baffoni contro baffoni. La sagoma baffuta di Stalin campeggiava nella propaganda anticomunista di Guareschi. Altri baffi ‘autobiografici’ campeggiavano sul volto dell’omino disteso sotto la testata del Candido. Quando vinse la sua battaglia politica Guareschi provò umana e cavalleresca comprensione per i vinti: “Io sono un sentimentale e ho provato tanta pena pensando ai naufraghi che si stringono intorno all’albero rizzato al centro della zattera. Poi ho pensato che se avesse vinto il Fronte, io probabilmente avrei penzolato appeso al collo alla cima di quell’albero e allora ho provato minor pena”.

Guareschi notò che la carta costituzionale tutelava il paesaggio ma non la dignità dell’Italia; quando si passò dalla carta ai fatti, la sperequazione cessò, nel senso che non fu tutelato nemmeno il paesaggio…Un bel libro su GG e il mondo d’oggi è uscito ad opera del guareschiano Alessandro Gnocchi (Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi, ed. Marsilio).

Giovannino era un cattolico sanguigno, un po’ pagano ma autentico, che amava il vino non solo perché sangue di Cristo. Avrebbe condiviso la teologia del tortellino, di cui parlò un suo illustre conterraneo, il cardinale Biffi; ovvero l’idea di un cattolicesimo incarnato che ha il gusto della vita per l’eternità.

Era un conservatore profondamente italiano nel carattere e nell’umorismo, nel paesaggio che occhieggiava nelle sue pagine, nei profumi di cucina e di vita quotidiana che esalavano dalla sua prosa, nei valori e nel buon senso che affioravano nei suoi racconti. Guareschi incarnava la maggioranza degli italiani, quelli fatti in casa, come le tagliatelle della nonna. Del nord come del sud, padani, romani e terroni.

Guareschi era uno scrittore della realtà senza essere iscritto al neorealismo; ma i neorealisti, quasi tutti con tessera Pci, sofisticavano la realtà con la bustina dell’ideologia marxfreudiana e confondevano realismo con brutalità e squallore. Guareschi no; sanguigno ma anche poeta, rappresentava gli uomini nella loro integrità; e gli uomini sono fatti di carne e di sogni, di pianti e d’allegria, di pugni e di tenerezze, di culatello e di preghiere.

Amava la tradizione, la vecchia trinità Dio, patria e famiglia, il legame con le radici e con la terra, il senso vivo della comunità. Fu sempre monarchico e in pieno sessantotto una bandiera con stemma sabaudo lo accompagnò al cimitero. Con Guareschi perdemmo il candore genuino di una divina semplicità, l’amore paesano della vita in un tempo che oggi ci sembra preistoria.

MV, Il Tempo 22 luglio

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