Il regime dei giganti

Il mito dello sport è stato uno dei tratti salienti e specifici del fascismo, della sua ideologia e del regime, del consenso popolare che raccolse e della mobilitazione di massa che promosse. Ma il mito dello sport è al tempo stesso uno dei tratti che più hanno avvicinato il fascismo alla sua epoca, alla modernità, e all’americanizzazione.

Da un verso lo sport dava al fascismo la possibilità di celebrare la volontà di potenza e di incarnare il mito del superuomo, di esaltare il vitalismo e il culto della giovinezza, di concepire la vita come la continuazione della guerra con altri mezzi e di mobilitare il popolo, le donne, i giovani nella partecipazione militante ad eventi e parate che creavano coesione sociale e rito collettivo.

Lo sport consentiva al fascismo di riprendere il culto classico, greco-romano, dell’agonismo e il mito dell’atleta, come di un eroe in tempo di pace, caro agli dei e ai popoli; l’elogio del corpo muscoloso e armonioso, il mito dell’educazione fisica e il valore pedagogico della ginnastica.

L’igiene della vita attraverso l’idea romana di mens sana in corpore sano. Ma anche la ricerca del primato e la prova di forza, il coraggio e la prestanza fisica, l’aspirazione imperiale a grandeggiare e a vincere.

Ma dall’altra parte il fascismo partecipava al mito della sua epoca, celebrato nello sport di massa e nel culto del record, la concezione anglosassone poi massificata negli Stati Uniti dello sport come grande catalizzatore di energie e di simboli, fattore di coesione sociale e di salute pubblica.

Nello sport si celebravano tutti i miti della modernità: il culto della velocità e il corpo liberato, lo spettacolo della forza e la forza dello spettacolo, il primato dell’azione e il pragmatismo, l’emancipazione femminile e l’ansia da prestazione, il prolungamento della giovinezza e l’esuberanza delle energie vitali.

In questo, il fascismo partecipava allo spirito della sua epoca, era figlio di quel secolo che aveva ripristinato le Olimpiadi e aveva reso lo sport un formidabile strumento di ricreazione e divertimento, a volte il nuovo oppio dei popoli (o un’eccitante cocaina, in certi casi).

Contraddittoriamente lo sport era il punto che più inseriva il fascismo nella corrente della modernità e insieme più lo collocava nel solco classico che celebrava il culto dell’atleta. Il filo conduttore poteva dirsi un sottinteso paganesimo che esalta il corpo, il vigore e la bellezza, la salute e l’ardimento e considera gli eroi dello sport come divi o semidei.

Il culto dello sport ha attraversato le culture civili e politiche del novecento, a cominciare da quelle più innovative e rivoluzionarie: difatti, il mito dello sport fioriva nelle società in cui si celebrava il mito dell’uomo nuovo, del mondo nuovo e dell’ordine nuovo.

Vale a dire l’americanismo e il nazionalismo, il comunismo e il fascismo; accomunate da quella passione futurista che contagiò Roma e Parigi, Mosca e New York e che fu il pendant artistico-letterario del mito sportivo e dinamico.

Anche il consenso al comunismo di Stalin e dei paesi dell’est, di Mao e poi di Castro non è immaginabile senza la mobilitazione agonistica, l’uso politico e sociale dello sport, la parata e l’esibizione, la gara come metafora della guerra, la vittoria sportiva come preludio e allegoria del trionfo della Rivoluzione.

Le società di ginnastica, i Wanderwogel e i club sportivi furono formidabili incubatrici del nazionalismo in Germania. Sono noti i testi di George Mosse che evidenziano il nesso tra l’esaltazione e la propagazione dello sport e l’esaltazione e la propagazione del nazionalsocialismo.

Nel culto dello sport si ritrovava tutto l’album ideologico e letterario che aveva portato al fascismo: l’ardimento dannunziano e lo spirito nietzschiano, lo stil nuovo marinettiano e il mito imperiale della romanità e del panem et circenses.

L’Italia fascista fu attraversata da miti sportivi largamente popolari e fortemente valorizzati dal regime e dai suoi mezzi di informazione e propaganda: da Girardengo, il mitico ciclista che inaugurò l’epoca degli eroi a pedali, culminata poi in Coppi e Bartali, alle trasvolate atlantiche di Balbo, alle imprese automobilistiche di Tazio Nuvolari, alla Nazionale di Pozzo, Piola e Meazza, o le dinastie calcistiche dei Ferraris e dei Caligaris, fino al mito di Primo Carnera.

Miti che portavano al fascismo non solo un indiretto beneficio di immagine. Quando Vittorio Pozzo fa cantare negli spogliatoi prima di ogni partita ai calciatori gli inni nazionale e i canti del fascismo o quando gli atleti dal podio o dallo stadio rivolgono il saluto romano, la promozione del fascismo tramite lo sport marcia e si propaga velocemente.

In Carnera, in particolare, l’Italia trovò un triplice riscatto: dei poveri emigrati italiani nel mondo, essendo anch’egli partito da emigrato in Francia; il riscatto del paesano, rachitico, debole, vigliacco e di bassa statura, rispetto ai giganti americani e negri; e infine il riscatto della provincia profonda e contadina rispetto alla metropoli impiegatizia e tecnologica. Ma tutti questi motivi diventarono ancillari rispetto al mito del gigante buono, dell’uomo più forte del mondo, dell’eroe italiano che porta in alto nel mondo il tricolore e l’Italia fascista.

“Ora non c’è più che lo sport! La guerra d’Africa e lo sport! Non si pensa ad altro. Ma cos’è poi questo sport?” Così s’interrogavano nel profondo sud degli anni trenta, i protagonisti di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi. Erano estreme, dimenticate periferie del sud, di paesi lucani abbandonati da Dio ma non dal regime. E di chiacchiere tra camerati e antifascisti al confino.

Proprio su Carnera i personaggi del romanzo storico di Levi esercitavano il loro secolare scetticismo e la loro atavica diffidenza verso il Potere e i suoi simboli, anche quelli sportivi. Carnera era diventato da poco campione del mondo di pesi massimi, nel 1933, e gli scettici terroni, paragonavano in negativo Carnera a Garibaldi.

“Sono tutti trucchi. Carnera ha vinto perché era d’accordo prima. È proprio una specie di Garibaldi. La storia non cambia. Sui vostri libri di storia vi insegnano un mucchio di frottole, la verità è un’altra”.

Al di là dell’arcaica ostilità dei meridionali che si sentono estranei alla storia condivisa, dominante e ufficiale, è significativo il paragone tra l’eroe nazionale per eccellenza e il grande pugile friulano.

Carnera ebbe negli anni trenta un valore simbolico assai forte, celebrato direttamente da Mussolini, una specie di eroe dei due mondi in tempo di pace e in campo sportivo. Un eroe che debordò dallo sport nel cinema, diventando attore in tredici film, ma anche nei fumetti e nella pubblicità. E anche un mito di virilità che celebrava il gallismo fascista. Carnera fu usato anche ironicamente, per contrasto: memorabile fu la sua accoppiata con il brevilineo Renato Rascel.

Peraltro un pugile come Carnera era un modello fatto su misura per un regime che aveva esaltato la virtù terapeutica e catartica dei cazzotti e che proveniva dal futurismo, dove il pugno aveva assunto un valore simbolico e risolutore straordinario (riassunto dal famoso pugno di Balla, nel cui movimento si esprimeva plasticamente e icasticamente la Esse della storia in marcia che sferrava i suoi attacchi).

Del resto, anche la propaganda a rovescio, per demolire il fascismo, usò la demitizzazione di Carnera per dimostrare, come il titolo di un famoso film degli anni cinquanta con Humphrey Bogart, che Carnera fosse “Un gigante d’argilla”, proprio come l’Italia fascista.

Chi vede il fascismo come un delirio egocentrico del Duce ed un paese interamente prostrato e concentrato sul culto del Duce, dimentica quanti eroi di guerra e di sport, di lettere e di teatro, abbondarono in quegli anni. Vi fu un politeismo di eroi e campioni che sfiorò l’idolatria, come accadeva negli States, ma con un più esplicito riferimento all’orgoglio nazionale e politico.

La popolarità di de Pinedo o di Italo Balbo che raggiunge New York con la sua pattuglia aerea, la fama di Nuvolari e il tifo per la Nazionale di Pozzo che nell’arco di quattro anni vince due campionati del mondo e un’olimpiade, è alle stelle.

Anzi a volte sono i capi che devono adeguarsi alla mitologia sportiva: Mussolini deve essere presentato come un grande atleta e sportivo ed i gerarchi saltano nel cerchio di fuoco per dimostrarsi all’altezza di un popolo che esprime campioni e atleti. Persino per il primo scudetto della Roma si parla di un intervento del regime per favorire la squadra della Lupa.

Il culto del Capo non era una torre eretta nel deserto, ma era al centro di un vasto olimpo di divinità dello sport e del cinema, della cultura e dell’arte, della guerra e della rivoluzione. Il fascismo del resto amava dare di sé la rappresentazione di un regime di giganti, e non di un Duce Solitario tra tanti anonimi pigmei o liliputziani.

Il culto della personalità si estendeva a molti campi e sorrideva al divismo di marca americana e cinematografica: un altro tratto di modernità e di neopaganesimo. Del fascismo si potrebbe dire che fu un regime televisivo ante litteram.

Ma è da notare che quasi tutti i miti sportivi trovavano la loro consacrazione nel successo raccolto in terra straniera, in particolare negli Stati Uniti. Là, nel mondo nuovo, tra gli emigrati italiani, e sotto i grattacieli dell’ipermodernità, ogni successo di Balbo, di Nuvolari o di Carnera, di una nostra auto o di un nostro atleta, diventava non solo una consacrazione nell’epoca moderna del primato italiano nel mondo; ma era anche motivo di orgoglio per gli italiani emigrati, che finalmente non erano più visti né come subalterni, affamati e camerieri, né come mafiosi, mariuoli e imbroglioni.

La fierezza italiana passò anche allora per lo sport: vedere il tricolore issato sui palchi americani e l’inno nazionale suonato all’estero in segno di vittoria, era un risarcimento morale e sentimentale ma con effetti immediati sulla vita pratica degli italiani e sulla loro considerazione all’estero.

Diventare un Carnera divenne un diffuso modo di dire, quasi un luogo comune, per indicare l’alta statura, la corporatura muscolosa, la forza fisica e perfino la mascolinità. Fu anche un po’ monstrum, Carnera, fenomeno da baraccone, come la donna cannone; ma vi era qualcosa di positivo nella sua eccezionalità, qualcosa di bonario e di invidiabile.

Realmente bonario fu il gigante di Sequals, come ha mostrato poi la sua vita; un campione di animo gentile, se si considera la sua filantropia e la sua passione per la lirica e per Dante. Perfino la sua bruttezza assumeva nella dimensione eroica e gigantesca del Fenomeno, i tratti del Sublime kantiano. La disfunzione che era all’origine della sua dimensione diventò un segno di straordinarietà, di superdotazione.

Le sue foto tra gentiluomini ben vestiti, magari stranieri, che gli arrivavano all’ombelico, e le sue grandi mani sulle loro spalle in un gesto di protezione che indicava anche quanto fosse sovrastante la sua persona, erano un segno e un simbolo della megalomania nazionale, del pensare in grande, vorrei dire del gigantismo fascista.

Un gigantismo che usava anche la tenuta da pugile di Carnera in contrapposizione ai colletti bianchi e agli impiegati occidentali, quasi a rappresentare nel culto del corpo e della forza esuberante, il tratto antiborghese che il fascismo accentuò negli anni trenta.

Carnera incarnava alla perfezione il mito e la velleità del fascismo che emergeva tanto nella magniloquenza dei discorsi quanto nell’ambizione dei propositi, ma anche nella grandiosità degli spazi e delle opere architettoniche, nell’imponenza degli obelischi e dei palazzi, nella vastità delle parate e nei sogni di gloria, nelle gigantografie del duce e nelle oceaniche adunate e perfino nei kolossal storici, politici e cinematografici della romanità di cartapesta: la mania di grandezza.

Il fascismo soffriva di gigantismo; ma si potrebbe anche dire il contrario, che il fascismo godeva del gigantismo, si esaltava nel gigantismo. Perfino il mito imperiale non è che la proiezione gigantesca del nazionalismo.

Anche in questo il fascismo scopriva si, uno dei suoi tratti più tipici; ma al tempo stesso più si legava alla modernità e alle sue metropoli, anzi alle megalopoli; e si rendeva simile al modello americano dove tutto è grandioso, gigantesco, dai grattacieli alle vie, dalle auto ai marciapiedi, dalle vetrine agli spazi sconfinati.

Il fascismo fu un regime con velleità macroscopica, talvolta con tratti patologici che in medicina si direbbero acromegalia. Si riteneva che la dimensione della grandezza, non estranea agli altri regimi totalitari, di Hitler e di Stalin, fosse il segno tangibile del passaggio dalla cronaca alla storia.

Ma fu anche la molla di grandi imprese che sarebbero parse proibite a spiriti immuni al suo pensare in grande. Una traccia di bonapartismo e di grandeur trasferita nella dimensione imperiale fascista.  Del resto fu proprio il mito della Grande Italia e il relativo disprezzo per l’Italietta giolittiana e neutralista alle origini del fascismo; più del biennio rosso e della reazione al bolscevismo.

Carnera sembrava riassumere il gigantismo fascista nella sua figura. Ne era il testimonial più coerente, anche a prescindere dalla sua effettiva volontà e dal suo ruolo. E la sua identificazione col fascismo fu così forte che furono poi dissimulate  anche le sue prime sconfitte per evitare la ricaduta simbolica sul regime.

Dietro l’esibizionismo e la cartapesta, vi fu però, per una strana coincidenza d’epoca un’effettiva concentrazione di figure grandi nella scienza, nella letteratura, nel pensiero, nello sport che sembrava confermare la pretesa fascista di essere entrati nell’epoca dei giganti, dei superuomini, o nell’era dei titani, per dirla con Ernst Junger.

Quando nell’autunno del ’36 al Teatro Argentina si rappresentò la Figlia di Jorio, alla presenza di Gabriele d’Annunzio, che di lì a poco sarebbe morto, la regia era di Luigi Pirandello e le scene e i costumi erano di Giorgio De Chirico. Una concentrazione di genialità in uno stesso tempo e in uno stesso luogo, non è così facile a vedersi. È un privilegio che non ci è stato più concesso.

Non dimentichiamo che quelli erano anche gli anni di Guglielmo Marconi e di Giovanni Gentile, di Savinio e Sironi, di Volpe e Rocco, di Ungaretti e Trilussa, di Papini e Malaparte, di Mascagni e Toscanini, di Fermi, Pende e Majorana, e si potrebbe a lungo seguitare.

La questione che emerge a questo punto è inevitabile: che rapporto ci fu tra quella concentrazione di giganti e il regime fascista, fu casuale e fortuita, anzi fortunata coincidenza, oppure no, esiste un nesso, una relazione tra il regime e la sua epoca? La questione, come si vede, rovescia un luogo comune della storiografia dominante che ha sempre considerato l’epoca del regime fascista come il periodo della morte civile, la fine dell’arte e della cultura, l’avvento della barbarie.

Sappiamo che non è vero: il fervore degli anni, le opere e le imprese, i geni e i talenti che si affacciarono, sono una smentita troppo evidente per dare un minimo di plausibilità e di fondatezza alla tesi. Allora il tema ulteriore è chiedersi se quella stagione di giganti fu impermeabile al fascismo, sarebbe sorta a prescindere dal regime, si espresse nonostante il regime o tramite un furbo ossequio e una dissimulazione onesta; o se invece vi fu una stretta relazione tra il clima politico e quella florida stagione.

Non mancarono casi di dissenso, fughe all’estero, soprattutto dopo le infami leggi razziali del ’38, censure odiose e mortificanti servilismi di intellettuali al libro paga del regime. Ma si deve convenire che nel complesso il gigantismo italiano, nella cultura come nello sport, nell’arte come nelle imprese, fu più favorito che danneggiato da un regime che aveva la presunzione di scrivere la storia e che era animato, come scrisse il suo maggiore storico Gioacchino Volpe, dall’ansia di fare grandi cose.

Quel clima di megalopsichia o di megalomania, aiutò probabilmente l’emersione di talenti e l’espressione di grandi progetti; anche se bisogna ricordare che gran parte di loro si erano formati e magari erano emersi già prima del fascismo e a volte prima della guerra mondiale.

Diciamo allora che negli anni trenta vennero a maturazione e furono riconosciuti a livello internazionale, anche per la curiosità e l’interesse che all’epoca riscuoteva nel mondo l’Italia fascista, opere e giganti che già avevano mosso i primi passi e le prime opere quando il fascismo al potere non c’era. Per alcuni, come D’Annunzio e Marinetti, Marconi e Pirandello, il regime coincise con la vecchiaia, più che con l’apice.

Certo, il fascismo non represse e non depresse questa fioritura, ma per così dire la nazionalizzò, la rese patrimonio pubblico e popolare, ne dette una connotazione politica e la usò ai fini del consenso. Ma nello sport, nel culto del corpo e del primato che instillò, il fascismo favorì la crescita di atleti e di campioni.

Le adunate e i saggi ginnici, le organizzazioni giovanili e femminili, il sabato fascista e la nascita dell’Istituto superiore di educazione fisica, la moltiplicazione delle occasioni agonistiche e la propaganda a favore dello sport, ebbero esiti reali. E in negativo la critica del panciafichismo e del ventre molle, la condanna della vita pantofolaia, il disprezzo per la vita comoda e per la pigrizia, qualche effetto lo sortì, al di là del fiume di retorica antiborghese.

Poi, si sa, il campione fuoriclasse è un divino incidente della natura, uno splendido frutto del caso, irripetibile e impermeabile alle epoche e ai regimi. Non si può insomma negare che il clima dell’epoca abbia più favorito che inibito lo sviluppo di queste potenzialità, soprattutto nel campo dello sport.

In particolare, credo che abbia avuto un particolare ruolo quel senso ottimistico della vita e quel modo baldanzoso di affrontare la vita che attraversò l’Italia dopo la crisi del ’29 e che si protrasse per gli anni trenta, impresa d’Africa inclusa, fino a spegnersi con la guerra mondiale.

C’era una fiducia così diffusa, che le stesse Sanzioni economiche non offuscarono, semmai cementarono nel paese, se anche i fuorusciti antifascisti si strinsero intorno all’Italia assediata e perfino il Partito Comunista togliattiano rivolse poi l’appello ai “fratelli in camicia nera”, in cui si inorgogliva dell’Italia bella e prometteva che i comunisti “vogliono realizzare insieme a voi il programma fascista del 1919”, in una marcia di avvicinamento che la guerra di Spagna e poi la frattura tra Stalin e Hitler stroncarono inesorabilmente.

Di quell’immagine trionfalistica e un po’ tronfia dell’epoca, ne sono testimonianza copiosa i documentari e i notiziari diffusi dall’Istituto Luce.

Dove l’immagine di Carnera o di Pozzo in trionfo si mescola a quella del duce che trebbia a torso nudo, nuota abbronzato o passeggia sul bagnasciuga in costume da bagno e a petto nudo, arringa folle, premia mamme prolifiche e atleti vincenti, inaugura, cavalca, piccona, guida trattori.

Marcia alacremente e più alacre sembra con la velocità dei fotogrammi al punto da scadere nella parodia. L’immagine del paese come un cantiere fervente di opere pubbliche, un’officina di talenti e di risorse, preso dalla voglia di fondare, di creare, di primeggiare, trovava nello sport la sua apoteosi popolare.

Non si potrebbe capire però l’estensione dei miti sportivi nell’Italia fascista senza la nascita di quegli straordinari strumenti di informazione e propaganda di massa veicolati dai cinegiornali e dalla radio.

La radio Balilla ha fatto per la nazionalizzazione delle masse più di quello che la stessa scuola pubblica era riuscita a fare in un decennio di fascismo. E poi, la nascita di Cinecittà, il teatro popolare dei Carri di Tespi e le biblioteche itineranti, i campi dux e i Littoriali, le adunate del sabato e i saggi ginnici, i treni popolari e le colonie estive, l’iconografia diffusa e i manifesti murali ideati da celebri disegnatori, diventano formidabili mezzi di comunicazione della mitologia fascista, sportiva e nazionale degli anni trenta.

Le copertine dei grandi rotocalchi contribuiscono in modo rilevante a far crescere la simbologia degli eroi sportivi e nazionali e delle loro gesta. Una copertina di Beltrame, Sironi o Boccasile è il monumento dell’epoca fascista; più precario ma più incisivo di una statua equestre.

Il conflitto sotterraneo delle organizzazioni fasciste con l’Azione cattolica riguarda anche l’uso militante dello sport e dell’agonismo che celebra la forza, il corpo e la potenza; anche se l’idea di una vita sana, senza eccessi, regolata dall’attività sportiva, in cui l’impresa sportiva sublima pulsioni sessuali e aggressività altrimenti vaganti, non dispiace nemmeno ai parroci e alle gerarchie ecclesiastiche.

Certo, il fascismo non predica la mortificazione della carne, e un certo gallismo affiora e spesso si ammanta di esuberanze, esibizioni e vanterie sessuali; ma lo sport è considerato un grande purificatore sociale e giovanile, uno sfogo individuale e di massa che libera dal peccato e dalle tentazioni. Perciò ha la benedizione cristiana.

Lo sport si inserisce certamente in quella estetizzazione della politica promossa dal fascismo a cui dedicai un ampio capitolo nel mio saggio “La rivoluzione conservatrice in Italia. Genesi e sviluppo dell’ideologia italiana.” (SugarCo 1987/1994). L’estetismo permeò profondamente il fascismo e l’apologia dello sport, intrecciando vitalismo e passione per la decadenza, culto della bellezza e culto del corpo tornito, muscoloso, senza adipe.

Ma sarebbe un errore esaurire il culto dello sport nel primato dell’estetica, del corpo e della performance. Perché nell’esaltazione dello sport vi era nel fascismo il tratto etico, direi quasi platonico, del fascismo, ovvero la convinzione di poter educare tramite la disciplina e il gioco, la rinuncia e il sacrificio, la dura ascesi e l’esercizio faticoso e puntuale del proprio corpo.

Non solo estetica ma etica. Lo sport diventava così il volto ludico dello Stato etico, in cui la funzione ricreativa e dopolavoristica si univa a quella etica e formativa. L’ideologia plasmava i corpi, la rivoluzione cominciava dall’igiene della vita. Lo sport inoltre alimenta il senso della gerarchia, la capacità di attenersi alle regole e di seguire un ordine, insomma la capacità di dare un limite, una forma ed un’espressione armoniosa alla propria esigenza vitale.

Nell’esortazione allo sport vi era l’ideologia fascista del dovere, del coraggio e del sacrificio, dell’ordine, gerarchia e disciplina. Ma vi era anche un sottinteso riscatto popolare e antiborghese. Lo sport, in fondo, era più a portata di mano di coloro che erano già abituati ai sacrifici e alla vita dura, al lavoro manuale e allo sforzo fisico.

Dunque era più spontaneo nei ceti popolari. Ed era più ostico per i signorini insoddisfatti, come li chiamava Ortega y Gasset, ovvero per i rampolli pigri, annoiati e flaccidi della borghesia. Quella borghesia di tiepidi e di indifferenti, lontani dallo spirito radicale del fascismo.

Lo sport esaltava la gente che sapeva sopportare il duro regime dell’atleta, che si sottoponeva a esercizi pesanti e a diete ingrate. Così lo sport diventava un formidabile fattore di promozione sociale del proletariato; tramite lo sport trovavano possibilità di emergere anche i figli del popolo, come lo stesso Carnera che era un falegname mancato.

Perché nell’agonismo non contava l’habitat sociale e la provenienza di classe, l’educazione ricevuta, lo stile e il tenore di vita e nemmeno la cultura respirata in casa e le buone maniere. Di conseguenza lo sport generava una sorta di meritocrazia fondata sulle sole risorse personali e sulla disciplina, una specie di socialismo aristocratico, naturale e ascetico, che ben esprimeva l’essenza del fascismo e la sua radice militare nell’arditismo. Abissale restava la differenza tra il culto del corpo tramite lo sport e il mito del sangue del razzismo posticcio.

Una cultura vasta nel primo novecento aveva del resto preparato al culto dello sport e al valore comunitario del gioco: dall’Homo ludens di Johann Huizinga alla filosofia del gioco di Ortega y Gasset, da alcune pagine rivoluzionarie di Georges Sorel all’apologia del corpo di Pierre Drieu La Rochelle, fino ai filosofi nostrani Adriano Tilgher e Lorenzo Giusso.

Oswald Spengler riteneva che le civiltà al meglio della propria espressione potessero definirsi “in forma”; e dietro il platonismo dell’espressione spengleriana riverberava anche una definizione sportiva, un’allusione atletica e agonistica.

Il corpo della civiltà è la proiezione del corpo umano, secondo il grande morfologo: il microcosmo corrisponde al macrocosmo, ed anche le entità storiche e comunitarie necessitano di riti ed esercizi per tenersi in forma, come gli organismi umani. Le civiltà, come gli alteti, possono essere in forma o fuori forma.

Insomma quel che alla fine resta di quel clima d’epoca è lo slancio vitale, per dirla con Bergson, il soffio vitale che esalta lo sport e attraversa come una scossa elettrica la vita quotidiana. È forse inutile aggiungere il peso letale degli effetti collaterali, ovvero il costo insostenibile di quella leggerezza: la dittatura, la violenza, il delirio di potenza, l’entusiasmo per la guerra, il razzismo.

Ma traspare sull’orlo della catastrofe quella gran voglia di vivere, che si incontra più che scontrarsi con la voglia di combattere e di rischiare la vita, per dare gloria all’Italia e a se stessi.

Vivere pienamente è anche vivere pericolosamente: prendendo a pugni la vita, la ami di più. È il paradosso della condizione umana ma nelle epoche in cui si sa sfidare e vedere in faccia la morte si riesce di più a gustare e vedere in faccia la vita.

MV, 29 giugno 2017

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