Il Manzoni cancellato, mite patriota e vero cristiano

Il Natale del 1833 nella villa famigliare di Brusuglio, Alessandro Manzoni perde la sua prima moglie, Enrichetta Blondel, madre dei suoi sette figli. Lo scrittore è disperato, ma i salotti milanesi si abbandonano alle maldicenze, che cresceranno quando Manzoni si risposerà. A quel Natale e al travaglio di Manzoni, al suo dolore e alla sua idea della Provvidenza messa a dura prova, dedicò un intenso romanzo Mario Pomilio, intitolato proprio Natale 1833. A Manzoni e ai temi morali e religiosi nelle sue opere, ho dedicato invece un’antologia dei suoi saggi meno noti che ho intitolato I fiori del bene (edito in questi giorni da Vallecchi) con un mio saggio introduttivo. Un’occasione per ripensare al Grande Rimosso della Letteratura.

L’estate del 1827 erano appena usciti I promessi sposi quando Manzoni arrivò a Firenze all’Albergo delle Quattro Nazioni con due carrozze provenienti da Livorno, dopo una sosta a Pisa in piazza de’ Miracoli. Erano in quattordici: Manzoni, sua moglie Enrichetta, sua madre Giulia Beccaria, sei figli e cinque domestici. A Firenze in quei giorni c’era anche Leopardi. Quel soggiorno sulle sponde dell’Arno ebbe per Manzoni il significato di una purificazione lessicale, “nelle cui acque risciacquai i miei cenci”.

Com’era Manzoni dal vivo? Il ritratto più verace del Manzoni maturo emerge dalle pagine di un suo amico e testimone che lo frequentò per anni. Ruggiero Bonghi fu uno degli intellettuali meridionali che Manzoni frequentò con assiduità; prima di lui, Manzoni aveva conosciuto due rivoluzionari meridionali diventati liberali e critici della Rivoluzione francese e della Repubblica partenopea, Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco, morti prematuramente; anche a loro Manzoni deve la conversione del suo originario spirito rivoluzionario in spirito nazionale e risorgimentale; e l’incoraggiamento ad approfondire il pensiero di Vico.

Bonghi, nelle pagine del suo diario pubblicato postumo (I fatti miei e i miei pensieri, Vallecchi) racconta gli incontri con Manzoni, non solo a “desinare”; lo descrive come “un uomo piacevolissimo, di moltissimo spirito ed acutezza”. Lo vede spesso a pranzo con Antonio Rosmini, l’abate e filosofo, suo ispiratore ed amico, e nota di don Lisander: “Sa un’infinità d’aneddoti e li racconta con una grazia straordinaria, e senza accorgersi di raccontarli bene. Non s’ascolta punto né aspetta di far colpo su chi ascolta”. Bonghi lo ospita a casa sua con Rosmini e rivela: “non può dormir solo in istanza; ed ha bisogno d’un letto fatto in un certo modo”; poi osserva che “per non distrarsi, suol pregare inginocchiato innanzi ad uno specchio”. Prima di ripartire per Milano, chiamava Rosmini per farsi dare la benedizione. A Bonghi, il Conte Manzoni confidava le sue piccole “superstizioni” religiose. Per esempio, quando perdeva qualcosa, recitava un pater noster a Sant’Antonio perché lo aiutasse a ritrovarla; un contadino gli aveva dato questo consiglio e lui lo seguiva devotamente, aggiungendo che il rimedio era veramente efficace… È il Manzoni devoto, il poeta de Il Natale, “videro in panni avvolto, in un presepe accolto, vagire il Re del Ciel”…

La scomparsa dell’Italia cattolica coincide, e quasi si rappresenta, con la scomparsa del suo scrittore di riferimento, che ne interpretò l’indole, la morale, la famiglia e la religione, i rapporti sociali. Il declino italiano è l’eclisse di Manzoni. Il trionfo dell’esterofilia global, dell’autodenigrazione nazionale e familista rendono oggi impraticabile l’opera manzoniana e obsoleto il suo linguaggio così aggraziato, ricco di vocaboli, toni e sfumature e così lontano dalla miseria lessicale dei nostri tempi.

Manzoni raggiunse il difficile punto di equilibrio tra fede e ragione, sentimento e pensiero, realismo storico e senso morale, ubbidienza alla Chiesa e amore della libertà, amor patrio e critica dell’ateismo illuminista, senza ricadere nel sanfedismo controrivoluzionario. La fermezza della sua fede fu pari alla sua mitezza. E la sua critica della modernità mai ricadde all’indietro in una fede antemoderna o antimoderna. Amò l’Italia e accompagnò per mano il Risorgimento per oltre mezzo secolo.

Resta, però, il caso Manzoni, ossia la questione della cancellazione di Manzoni nel nostro tempo, la sua archiviazione nel secolo risorgimentale e nella storia antiquaria, la sua rimozione da ogni confronto letterario e da ogni polemica attuale. Chi l’ha più visto negli ultimi decenni? È sparito insieme alla sua Italia e al suo mondo ottocentesco, al suo cattolicesimo e ai suoi fiori del bene, ormai appassiti. Una ragione in più per riaprire i conti con Manzoni e ripensare la sua opera intera, il suo lucido e pacato argomentare, la sua fede ragionata e la sua morale salda ma non fanatica, protesa al bene. E il suo capolavoro, il nostro romanzo nazionale, che resta di inalterata bellezza e di vivissima umanità.

Perciò mi è parso doveroso dedicargli un’antologia di scritti ormai dimenticati ma di grande lucidità e buon senso, sulla morale e sulla fede, sull’amor patrio e sulla lingua, sul romanticismo, sulla sua idea del romanzo e sul suo pensiero, ritenendolo autore cruciale per la nostra letteratura, per il nostro Risorgimento e per la nostra formazione culturale e civile. Se Dante fondò l’Italia e la sua lingua, Manzoni l’accompagnò nel suo processo unitario e nella lingua moderna. L’uno è padre dell’Italia antica, l’altro dell’Italia moderna. Ma non dell’Italia contemporanea…

(Manzoni – I fiori del bene, a cura e con introduzione di M. Veneziani, Vallecchi ed., pp.278, 18 euro).

 

 

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