Il 15 aprile dei tre Giovanni

Il 15 aprile del 1944 veniva ucciso a Firenze Giovanni Gentile, il maggiore filosofo italiano del ‘900. Fu un parricidio perché Gentile può definirsi davvero il padre della filosofia italiana: non solo gli idealisti e gli spiritualisti italiani bevvero da lui ma anche gli italomarxisti e gli azionisti di Giustizia e libertà.

Ma non solo: Gentile fu padre della cultura italiana perché fu il suo maggiore impresario: il Ministero della Pubblica Istruzione e la Normale di Pisa, l’Enciclopedia italiana e infine l’Accademia d’Italia, per non dire delle università e delle case editrici, trovarono in lui il paterno propulsore.

Fu padre anche per molti studiosi antifascisti, dalla Pubblica Istruzione all’Enciclopedia trovarono riparo sotto il suo paterno ombrello quando il regime minacciava la loro libertà e la loro attività di studiosi, per ragioni politiche o razziali. Come ogni padre ingombrante fu anche teoricamente portato al paternalismo; anche la tradizione per lui era “la paternità di un popolo”.

Un commando comunista lo uccise non perdonandogli non tanto i suoi trascorsi di teorico e sostenitore del fascismo, quanto il suo appello alla concordia nazionale in piena guerra civile: era un invito disarmante e in quel momento preferivano armarsi. Anche dopo la sua morte Gentile ha continuato ad avere figli sottotraccia, a sinistra e altrove.

Fu il primo a scoprire la potenza filosofica del marxismo e il suo punto debole nel materialismo storico. Perché laddove c’è materialismo non ci può essere storia, argomentava Gentile quando non aveva 24 anni, in quanto la storia è attività spirituale.

Ebbe ragione in entrambi i casi: a dimostrarne la forza che avrebbe poi pervaso un secolo e a dimostrarne lo scacco finale, perché il materialismo marxista fu soppiantato da un materialismo più coerente perché dissociato dalla passione storica, che è anche passione ideale e spirituale.

Pochi mesi prima di morire aveva firmato un elogio del carattere che fu il presagio della sua uccisione: il coraggio civile, egli scrisse “è la ferma fedeltà alla propria coscienza, nel parlare od agire secondo i suoi dettami, assumendosi di fronte agli altri tutta la responsabilità”. Lui se l’assunse, pubblicamente, in piena tempesta bellica, e pagò con la vita.

Oggi a Firenze c’è una via dedicata a colui che lo uccise ma non è permesso vedere una strada dedicata al gran filosofo. Eppure sarebbe giusto che perfino via Gramsci o via Gobetti partissero da una piazza Gentile. Onore a Giovannone, come lo chiamavano di nascosto gli allievi, l’ultimo filosofo socratico morto per fedeltà alle sue idee.

 

Il 15 aprile del 1984 moriva Giovanni Volpe, editore e figlio di Gioacchino Volpe. S’accasciò mentre concludeva i lavori di un convegno della Fondazione dedicata a suo padre, un altro gigante della statura di Gentile.

Morì sul campo, sulla breccia, mentre si accalorava a difendere la coerenza delle sue idee. Era un Editore per passione civile e nazionale, culturale e religiosa, non un mercante. Uno strano ingegnere con il volto di un signore medievale o al più rinascimentale, con una gran passione per la storia patria, nel duplice senso di storia della patria e di storia scritta da suo padre, il maggiore storico italiano del ‘900.

Un carattere difficile ma generoso, anch’egli paterno verso quei ragazzi come me, che condividevano la polpa delle sue idee e scontavano la difficoltà di venire dalla parte sbagliata, dalle letture sbagliate, perfino dai luoghi sbagliati (la periferia provinciale del sud).

Uomo di destra misconosciuto dalle destre, ebbe un ruolo importante negli anni in cui era proibito parlare di culture di destra. Editore di libri introvabili e riviste preziose, fu mecenate di convegni e di seminari. Indimenticabile Giovanni.

 

Il 15 aprile del 1914 nacque Giovanni mio padre. Nacque con l’età contemporanea, il 1914, ma della guerra mondiale non assimilò lo spirito bellicoso; inclinò piuttosto verso la bontà disarmante. Fu lui che insegnava storia e filosofia a farmi conoscere e amare il filosofo Gentile e lo storico Volpe.

Da lui ereditai, oltre che la filosofia, anche l’amore per i libri, per il mare e per la campagna, il sigillo di un’origine e l’inattitudine alla vita. Animo gentile, educatore deluso, creatura solare e ingenua, delicata e lieve anche nei tratti, è stato per anni, finché la vista lo ha accompagnato, il mio principale lettore.

In età estrema persa quasi la vista nutrì verso i libri una passione tattile, li toccava e li risistemava di continuo, non potendoli leggere. Sono il suo figlio d’appendice, nato in età matura, a dieci anni dal terz’ultimo.

I suoi novant’anni furono indorati dalla promessa di una medaglia d’oro della pubblica istruzione: visse in candida attesa di quel giorno, come un punto di luce nel buio del domani.

Il 15 aprile, oltre il mitico Totò, morì anche Giano Accame, un’intelligenza scomoda del secondo novecento. Onore a lui e ai tre Giovanni del 15 aprile, legati tra loro da una data e non solo, miei padri spirituali e carnali.

MV

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2 commenti a Il 15 aprile dei tre Giovanni

  1. francesco ha scritto:

    Buongiorno Dr. Veneziani,
    con piacere la informo che, nelle vicinanze del quartiere fieristico di Parma, esiste una via dedicata al grande filosofo Giovanni Gentile.
    Con stima.
    Francesco Gigante
    Vimercate MB

  2. ex biondo ha scritto:

    la sua ed anche la miaè una sensibilità , un modo di pensare e di essere che non trova adeguata espressione culturale , mediatica e politica..Purtroppo l egemonia culturale del presente ha coltivato soltanto l ovvio. IL PENSIERO VIETATO è la nuova oscenità del presente,


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    Mi sono messo nei panni del bambino e ho immaginato con i suoi occhi sognanti la frase di suo padre. Quanta magia era racchiusa in quelle parole semplici per il suo sapere sorgivo.

    C’è il mistero della notte e della lontananza, il fascino pericoloso del mare, il rifugio nella stiva, l’insidia urlante dei venti, l’incanto sovrumano delle stelle, la nostalgia di casa, l’occhio magico del faro, la luce materna della terra che richiama casa.

    Ho visto con la sua meraviglia i marinai in alto mare alle prese con le cime e i flutti, in piena notte, che vedono da lontano quella luce e si rincuorano.

    Senti il sapore della vita, i suoi schizzi e le sue onde, spiegato ai nuovi arrivati; è l’avventura umana nel cosmo che cerca riparo e ristoro nella notte; è lo stupore di venire alla luce, come si dice pure della nascita.

    C’è la gerarchia della vita nella distinzione di suo padre tra le barche della sera e le navi della notte: le prime, minorenni, rincasano al primo buio; le altre, maggiorenni, si permettono di star fuori la notte. Una visione del mondo mitica e astrale si posava sui suoi occhi stregati mediante quella luce che fendeva il buio per un istante.

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