Alla fine l’Italia scoppierà di noia e paranoia

coronavirus

Ma basta, non ne possiamo più, ci siamo rotti i polmoni. Capisco la profilassi, la prevenzione, la cautela. Ma qui stiamo perdendo la testa per salvarci la pelle, ci stiamo invigliacchendo davanti alla prima minaccia di tosse o di starnuto; stiamo sfasciando definitivamente un paese già scassato, con un’economia in ginocchio, un sistema sfibrato, città morte, case chiuse pur di schivare il virus. Milioni di cittadini rovinati per prevenire il rischio che migliaia di persone possano ammalarsi di coronavirus.

Viviamo ormai da giorni, tra noia e paranoia, nel Nosocomio Italia, un immenso Rione Sanità, un paese ospedalizzato, un popolo trattato da cagionevole a priori e a prescindere, costretto a diffidare di ogni incontro tra umani e a giudicare adunata sediziosa e contagiosa ogni riunione di persone, a cena, al cinema, a scuola, nei bus, ovunque. Non si tratta più di diffidenza “razzista” ma verso il genere umano a partire dai vicini: al razzismo presunto si sostituisce la misantropia di stato, la trincea sul ballatoio, l’apartheid condominiale; l’introversione diviene bene pubblico e la convivialità è arma impropria. E ci trattano come bambini deficienti ripetendo ogni minuto che dobbiamo lavarci le mani spesso. Abbiamo capito, basta, pietà, signora maestra, non ci rompa i maroni con le mani pulite, come ai tempi dell’asilo, di Ponzio Pilato e del pool di Milano.

Ci sentiamo come leoni in gabbia e scimmie in cattività, ammaestrati a vivere nascosti, barricati in casa, esortati di continuo a isolarsi, a non frequentare nessuno, a uscire solo quando è necessario, a evitare viaggi e ogni genere di circolazione. La vendetta di Parmenide sul divenire, la nemesi di Zenone sul movimento. Vince l’Essere col virus, altro che Panta rei. Ogni giorno ci cancellano impegni, stiamo impazzendo, prima o poi faremo una sciocchezza.

Ogni moto affettivo diventa infettivo. Va bene, rinunciamo pure a queste effusioni, anzi una sterzata ci voleva dopo tutti questi sbaciucchiamenti tra persone che appena si conoscono. Va bene tutto, la mascherina, il tampone, l’amuchina contro l’ammuina e lo starnuto nell’incavo del gomito; ma non si può vivere a lungo in questa desolazione generale, la scomparsa dell’umano e del sociale.

Ma soprattutto è inaccettabile che gli italiani siano stati presi in ostaggio dalla tv. È l’unica a guazzare nel contagio, a lucrare sul virus coi suoi ascolti alti e coatti. Costretti in casa, ridotti agli arresti domiciliari e all’inattività, gli italiani devono trangugiare la tv come l’olio di ricino. È il loro unico oblò sul mondo. La tv ripete all’infinito su tutte le reti il Virality, che è il reality virale in tempo reale, sul virus. Lo schermo vomita tonnellate di banalità, montagne di sproloqui sul morbo e alterna rassicurazioni e allarmi. Tutto per vantare grandi ascolti. Ma che ci vuole se chiudi gli spettatori a chiave, come in Cassandra crossing? I telegiornali sono ormai da settimane monografici, monomaniacali, parlano solo di contagi, quarantene e variazioni sul tema. Si va da un ospedale all’altro, da un morto a un guarito, da uno scampato a un positivo, senza mai una deviazione di percorso.

Sullo sfondo la tragedia di un paese prigioniero del virus video-verboso. Siamo alla riduzione di ogni discorso, di ogni attività, di ogni comunicazione pubblica al CoronaVirus. Non avrai altro tema al di fuori di Lui. Non si parla più di politica e di economia, di turismo e di commercio se non in relazione al virus; non si parla più di arte e di cinema, di teatro e di musica, di cultura e di letteratura, di sesso e di motori perché ogni discorso comincia e finisce con il coronavirus. Quello è il vero Contagio Universale, assai più del virus: la sindrome paranoica e nevrotica di massa del contagio possibile. Mattina pomeriggio e sera, vita morte e miracoli del Virus. Ecchecazzo, basta, finitela con questa fissazione se non volete scatenare una reazione isterica di massa.

Non contesto la prevenzione ma la psicosi verbosa e morbosa che l’accompagna. Neanche in guerra si parlava sempre e solo di guerra; eppure i morti erano milioni e non c’era profilassi. In tempo di guerra c’era più vita, più varietà di temi, più curiosità di mondo che in questo sfigatissimo inverno del 2020. Si usciva, si andava a teatro sotto la minaccia dei bombardamenti e dei rastrellamenti, si andava ai bar e tabarin; c’erano i carrarmati ma si andava a ballare, si trescava, si figliava. E si continuava a faticare, si andava a scuola. Qui invece non si parla d’altro e non si fa altro. L’unica variazione ammessa è l’ironia social sul morbo, il cazzeggio sociosanitario, la ricreazione di corsia, il filone nosocomico per esorcizzare il virus ma restando in pigiama e mascherina.

Tutti che diventano virologi e sciorinano precetti sanitari, analisi complottiste sul retro-virus; tutti seguono in diretta la partita col virus, la classifica delle città e delle nazioni infette diventa il nuovo campionato. È la nuova passione sportiva degli italiani, primatisti del corona. Tutto il virus starnuto per starnuto. Un’ossessione, un rincretinimento ipocondriaco di massa. I fondamentalisti vedono la mano divina o diabolica nel contagio e annunciano la fine del mondo; gli ottimisti giulivi sorridono sotto le mascherine e dicono che prima o poi finirà. Ma anche loro non smettono mai di parlare del virus. Allarmisti o minimalisti, tutti lì, a fare la danza del virus. Se per salvarci dal virus dobbiamo rovinarci la vita, rinunciare all’umanità, vegetare da dementi impauriti sotto vetro, aridatece il rischio di vivere.

MV, La Verità 6 marzo 2020

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