Ama Dio più di tuo fratello

Se avete nostalgia degli dei andate a vedere Il Primo Re, un gran film su Romolo, Remo e la nascita di Roma sotto il fuoco divino. Di solito se vai al cinema a vedere un film storico, ti trovi il solito refrain: il passato viene adattato all’oggi, attualizzato e ideologizzato, parlano di Enea come un migrante clandestino, Spartacus come un Landini dell’antichità, la storia è rivista col metro piccino del presente: vedi femministe in erba, omosessuali liberati, schiavi sindacalizzati e negri sempre buoni e generosi. Il male viene rappresentato come il fascismo degli antichi, il nemico è un nazista ante litteram.

Se invece pensate che la storia antica debba essere rappresentata in tutta la sua gloriosa e cruenta distanza dal presente, il Primo Re è il capolavoro che aspettavate. Il cinema è l’officina del mito nei nostri tempi e il Primo Re lo esprime in pieno, senza edulcorare la durezza del passato. Nel film si avverte già nella scelta del linguaggio protolatino il rispetto per i quasi tremila anni che ci separano dal tempo in cui fu fondata la Città Eterna. La presenza del sacro, delle forze elementari della natura, l’irruenza dei legami primari per la vita e per la morte, la forza del comando e il timor di dio, l’importanza rituale del sacrificio, del sangue e del fuoco, la sottomissione ai verdetti del fato, l’aura e il mistero, sono l’orizzonte in cui si sviluppa questa straordinaria rappresentazione di un amore fraterno, potentissimo, che volge in fratricidio per volontà divina.

Non conoscevo Matteo Rovere, il regista, né i protagonisti del film Alessio Lapice e Alessandro Borghi. È un film grandioso e asciutto, di rara potenza, anche se crudo e cruento. Ma chi liquida il film come uno spettacolo per “maschioni” palestrati, amanti della guerra e della violenza, non coglie l’intensità tragica del racconto all’ombra del sacro. Il film non è la rappresentazione manichea dei buoni contro i cattivi, non suona l’arrivano i nostri, non celebra muscoli, braccia possenti, sangue e corpi trafitti. Il film narra la tragedia della condizione umana in relazione al divino e alla storia.

Remo, oltre che un valoroso e intrepido combattente, ama suo fratello, lo protegge, lo difende sfidando la morte, lo porta in salvo. È re in pectore e tra loro c’è un legame totale. Fino a che la sacerdotessa chiamata a leggere il futuro nelle viscere degli animali, secondo l’arte degli aruspici, rivela il destino fratricida prescritto dagli dei, per fondare la città e proclamarsi re.

Remo rifiuta il verdetto, respinge il volere degli dei, dice – come un uomo in preda all’hybris, alla furia titanica – “io sono il mio destino”, mette a ferro e fuoco le capanne per affermare la sua potenza regale e sfidare gli dei, condanna alla morte la sacerdotessa per il suo nefasto vaticinio. Non c’è superbia in Remo, c’è il rifiuto di uccidere suo fratello gemello, la persona a lui più cara al mondo. Questa è la tragedia assoluta.

Accadrà l’inverso a Romolo, che amava suo fratello dello stesso intenso amore, ma non si sottrae al verdetto divino, benché terribile. Il sacro tremendo e fascinante degli antichi. Romolo riaccende il fuoco sacro che suo fratello aveva cercato di spegnere e intorno a quel fuoco nasce la sua sovranità, delimita il limen, il confine sacro e la soglia inviolabile su cui sorgerà Roma. Confine che Remo trasgredisce, fino alla lotta finale tra i due fratelli, l’uccisione di Remo e la disperazione di Romolo davanti al corpo esanime di suo fratello. Una tragedia classica, da cui nascerà la città eterna e sacra, Roma.

Chi non coglie il senso tragico e potente del sacro, l’irruzione del divino nella storia, l’intreccio indissolubile tra eroismo e amor fati, tra ardore e timore; e chi non coglie in tutta la sua intensità l’amore profondo di due fratelli, il dolore estremo di uccidere il frater, non comprende il senso del racconto. La fratellanza senza pater (e mater) volge in fratricidio.

Chi ritiene che quell’aut aut dimostri la crudeltà degli dei pagani e la natura guerriera e spietata dei romani, non ha a mente le pagine crudeli della Bibbia e degli altri libri sacri dell’antichità, il sacrificio di Isacco imposto a suo padre Abramo, pur fermato in extremis e trasfigurato in un capro sacrificale. È il mondo degli antichi, politeisti o monoteisti, la loro visione del sacro, l’ubbidienza assoluta al Dio, fino alla negazione di sé e dei più cari.

La vera domanda che resta e che ci tocca come moderni, fragili contemporanei, passati dall’età della ferro all’età del silice e dall’età della fede all’età del nulla, dell’io e della miscredenza, è se è possibile il sacro senza violenza, il sacro senza sacrificio. Se è possibile cioè andare verso il divino non attraverso il dolore, risparmiandoci la croce – diremmo da figli della civiltà cristiana. Domanda tremenda ma che esprime tutta la nostra umanità.

E domanda non solo nel senso di interrogazione ma anche nel senso di invocazione, di preghiera. Che lo spirito divino scenda su di noi ma non ci chieda di spargere dolore e testimoniare con la sofferenza. Non vogliamo soffrire, non vogliamo far soffrire.

È questa la clemenza che chiediamo al destino e agli dei. Ma è già un miracolo che questi interrogativi ti sovvengano uscendo da un cinema, dalla sala dove hanno proiettato un film, tra resti di lattine e pop corn, mentre gli smartophone riprendono a cinguettare.

MV, La Verità 3 febbraio 2019

 

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