Ancora su Jan Palach

Cinquant’anni fa un ragazzo fermò la storia del mondo. Si mise davanti ai carri armati sovietici che avevano invaso la sua città, Praga, e nella piazza principale della Capitale si dette fuoco. Tre giorni dopo, morì. Il suo gesto fece il giro del mondo. Era il tempo della Contestazione globale e quel ragazzo, di nome Jan Palach, fu l’unico contestatore a pagare con la vita la sua sete di libertà e d’indipendenza nazionale. Prima di uccidersi, Jan Palach, ventenne, aveva scritto su un quaderno scolastico a righe “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo – Patria e Libertà – è composto di volontari, pronti a bruciarsi per la causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera…”. Firmato: la torcia n. 1. Da noi Jan Palach si potrebbe definire “una figura risorgimentale”, in cui patria e libertà erano fuse in un solo anelito.

Per anni Palach fu ricordato con qualche imbarazzo e non poche omertà. Perché il comunismo era ancora grande e grosso, c’era l’Urss e la Cina di Mao, e da noi c’era il più grande partito comunista d’occidente che al tempo della rivolta di Praga dipendeva ancora, anche finanziariamente, da Mosca. Infatti il Pci sostenne le riforme di Dubcek in Cecoslovacchia finché furono tollerate dall’Urss; poi si ritirò nel silenzio quando arrivarono i carri armati sovietici. La figura di Jan Palach, il suo gesto, la causa del suo martirio, oscuravano il nostro ’68, i suoi combattenti e reduci, saliti ai vertici dell’establishment, e oscurava i suoi miti comunisti, Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi min.

Ma da qualche tempo, Jan Palach suscita nuovi imbarazzi e nuove omertà, e si sta perciò tentando un’euro-manipolazione della sua figura. Perché Jan Palach non fu solo martire della libertà ma fu anche martire dell’indipendenza nazionale, della sovranità del suo paese. Non morì per la globalizzazione ma per la sua nazione. Non morì per un mondo senza confini ma per difendere i confini della sua patria. Non voleva abbattere i muri ma sollevarne uno contro l’invasione sovietica. Se lo ricordino quanti commemorano quel gesto come quello di un dissidente liberale e magari filo-occidentale, che aveva fatto la Resistenza. Jan Palach si immolò contro il comunismo per la Patria e per la Libertà, come era denominato il suo gruppo. E qui cresce la preoccupazione di regalare al nazional-populismo e al sovranismo un precursore, un eroe, un martire. I carri armati di oggi si chiamano procedure d’infrazione… Imbarazzo e indignazione per chi osa ricordare Jan Palach in questa luce. Così, nell’arco di mezzo secolo quel ragazzo è stato bruciato altre tre volte: prima dai compagni e dai loro amici, poi dai sessantottini smemorati e ora dagli euroglobal.

Comunque non si può dire che Jan Palach si sia sacrificato invano. La sua fiamma accese la rivolta, a Praga e non solo, nel ’77 e poi nell’89 con la rivoluzione di velluto e la caduta del Muro di Berlino. E l’est ha vissuto in questi anni i due poli indicati da Jan Palach, la libertà dalla cappa sovietica e la patria riscoperta, le identità nazionali e popolari. Un impero andò in frantumi e i cocci inseguirono la libertà e le nazioni.

Nel tempo e nel mondo, abbiamo visto in questi anni imperversare le magliette con la faccia e il basco di Che Guevara che pure fu uno spietato combattente, un pessimo ministro, l’inventore dei campi di deportazione a Cuba, e non solo quello spirito ardente e generoso. Non ci sono in giro magliette con l’effigie di Jan Palach, che pure non aveva ucciso nessuno, a differenza del Che. Persino nella Praga di oggi sono in imbarazzo a ricordarlo.

Dopo il suo sacrificio, per la prima volta, 600mila persone si dettero appuntamento a Praga per rendere omaggio a quel ragazzo. Ci andarono anche dall’Italia molti giovani nazionali e anticomunisti. Arrivavano persino a piedi perché nei treni e nei mezzi pubblici i militari sovietici e i poliziotti li avrebbero bloccati. Faceva freddo come ogni gennaio praghese. In alcune zone pioveva a dirotto, in altre nevicava; ma la gente arrivò in corteo a Praga che fu per un giorno in mano agli studenti. Una pagina indimenticabile eppure dimenticata. Tutto rimosso, come il comunismo. Tutti inneggiano alla libera circolazione dei capitali e dei turisti a Praga ed esaltano l’allargamento dell’Europa a est. Dimenticano che alle origini d’entrambi i fatti – e perfino del McDonald’s che aprì poi i battenti in piazza San Venceslao – c’è il tragico gesto di quel ragazzo. Un vinto riuscì a vincere in modo così glorioso, anche se postumo. La censura comunista cercò di cancellare quel mito e demolire la sua biografia; fece sparire perfino la lapide sul luogo della sua sepoltura, meta di pericolosi pellegrinaggi. E sparirono dai media i ragazzi che seguirono il suo gesto. L’oltraggio dell’indifferenza a volte eguaglia quello dell’intolleranza.

Quel gesto scosse i miei tredici anni, fu uno di quei traumi che ti fanno uscire dall’infanzia e ti fanno entrare nell’età adulta e nell’inverno del nostro scontento. Con lui va ricordato Josef Kudelka il fotografo che si pose inerme davanti ai panzer sovietici e riuscì a mandare all’ovest i suoi reportage e le sue foto dei carri armati sovietici. Onore a Jan Palach, simbolo vivente, e morente, di un amore bruciante per la libertà e per la dignità dei popoli.

MV, Panorama, n.3 2019

P.S. Vi risparmio la miseria degli attacchi ricevuti per questi articoli. Liberali e comunisti che insieme gridano al fascismo per aver sostenuto queste cose, e per averlo fatto da una vita e non solo oggi. Nessuno vuol fare di Jan Palach un protofascista o un sovranista: dico solo che un ragazzo che si immola per la patria e la libertà, cioè per l’indipendenza del suo popolo può essere un modello positivo anche per i sovranisti d’oggi, che hanno tutto il diritto di ricordarlo. Che Jan Palach nascesse in seno al riformismo sociale praghese è un fatto; anche i tre quarti dell’antifascismo nacquero in seno al fascismo, nella sua cultura e nelle sue organizzazioni, per poi andare oltre e contro.

 

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