Baudelaire in viaggio tra Satana e Dio

charles baudelaire

Charles Baudelaire sognò il paradiso abitando a suo agio nell’inferno. Nacque il 9 aprile di duecento anni fa ma non è morto. È il più imperdonabile tra gli imperdonabili, ma non fu solo l’autore luciferino de I fiori del Male. Il suo capolavoro, dedicato a Satana Trismegisto, in cui professa di adorare Belzebù e di esserne posseduto, è piuttosto il documento poetico della malattia di vivere e del sole nero che ispira il suo spleen. I suoi fiori furono deposti sulla tomba di una civiltà morente; ed è macabro che i cadaveri, così frequenti nei suoi versi, abbiano sensibilità e quasi coscienza del loro disfarsi e putrefarsi.  I Fiori del Male sono la bibbia del maledettismo; ma Baudelaire fu anche altro, grazie a Dio.

Fu innanzitutto il primo “ateo devoto”. Per lui Dio è il solo essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno d’esistere. Anche se Dio non esistesse, dice nei suoi Razzi, la religione resterebbe santa e divina. Ebbe come regola eterna di vita, che non avrà mantenuto, pregare tutte le mattine e tutte le sere Dio, “fonte di ogni forza e giustizia”. Solo tre figure per lui sono rispettabili: il sacerdote, il guerriero, il poeta. “L’uomo che canta, che sacrifica, che si sacrifica”.

Baudelaire fu il poeta dell’Altrove, pur essendo la sua figura sempre associata a un luogo preciso, Parigi. Ebbe “orrore del domicilio”, non solo in poesia; cambiò casa trenta volte in ventiquattro anni, a parte le camere d’albergo. Tra i Fleurs più belli c’è proprio Invito al viaggio (che si fece canzone con Franco Battiato e Manlio Sgalambro) in quel paese che ti somiglia tanto, dove tutto è calma, bellezza e voluttà. Per lui “i veri viaggiatori partono per partire”; hanno cuori leggeri e i loro desideri hanno forma di nuvole. In un poemetto in prosa canta la nostalgia per il paese ignoto, dove andare a vivere e morire. Ovunque, purché fuori da questo mondo; diceva di star bene “sempre dove non sono”.

Baudelaire fu poeta dionisiaco dell’ebbrezza. “Ubriacarsi di vino, di poesia, di virtù” (e di hashish) per non sentire scorrere il tempo. Nella dedica ai Paradisi artificiali esordisce: “il buon senso ci avverte che le cose terrestri esistono ben poco, la vera realtà è solo nei sogni”. Il pensiero finale del sognatore, in preda all’hashish, è “io sono diventato Dio”; precursore dell’ultimo, folle Nietzsche.

Baudelaire scrisse il vero manifesto del dandy (è negli Scritti sull’arte, dove fu raccolto anche il suo saggio dionisiaco sul riso, che a suo dire “è satanico e perciò profondamente umano”). Il piacere e il lavoro permettono di sfuggire alla schiavitù del tempo ma il dandy non fa nulla, è un flaneur, splende nell’ozio e nell’incanto del gioco. Gratuità e destino, “identità di libertà e fatalità”.

Baudelaire fu poeta dell’amore nocivo. “L’unica e suprema voluttà dell’amore sta nella certezza di fare il male”. L’amore, per lui, è un delitto in cui non si può fare a meno d’un complice. Non potendo sopprimere l’amore, notava, la Chiesa lo ha disinfettato, e ha istituito il matrimonio. L’amore per lui è il bisogno di uscire da sé; l’uomo è un animale adorante, e adorare significa sacrificare e prostituirsi. Così, conclude il delirante sillogismo, ogni amore è prostituzione. Come l’arte.

Per sublimare la sua impotenza sostenne che l’arte fosse incompatibile con l’erezione. “Fottere è il lirismo del popolo”, è voler entrare nell’altro; l’artista invece non esce mai dalla sua individualità.

Baudelaire fu misogino. “La donna è naturale, cioè abominevole. È sempre volgare, l’opposto del dandy”. Perché fanno entrare in Chiesa le donne, scriveva, che genere di colloquio possono avere con Dio? La donna non sa separare l’anima dal corpo. È “semplicista”; è una delle forme seducenti del diavolo. Teorizza perfino “la necessità di picchiare le donne”. Presto, guardiani del Metoo e del Correct, cancellate pure Baudelaire… È sciocco per lui distogliere l’amore che si deve a Dio per attribuirlo alle creature. In una lettera a sua madre scrive che “generare è l’unica cosa che possa dare alla donna l’intelligenza morale”.

Ne Il mio io cuore messo a nudo, parla del 1848 come se parlasse del nostro ’68: fu divertente perché ognuno aveva la sua utopia, come far castelli in aria. Fu sprezzante verso la sua epoca, dominata dal commercio “satanico” e fu il primo critico ante litteram dell’americanizzazione del mondo. Cosa c’è di più assurdo del Progresso, dato che l’uomo non cambia, diceva. Criticava i democratici che non amano il bello e il lusso; e i protestanti che mancano di galanteria e devozione. Era refrattario, con largo anticipo sui tempi, alla “religione nuova”, quella verde, col suo bigottismo vegetale. Riteneva la superstizione il serbatoio di tutte le verità.

Nel saggio che gli dedicò Jean-Paul Sartre ricordò che Baudelaire si proclamava antisemita, era andato a scuola da Joseph de Maistre che “gli fece conoscere i temi inebrianti del conservatorismo”; si sentì parte di “un’aristocrazia di fustigatori”, difese la famiglia e non si emancipò mai da lei. Roberto Calasso ne La Folie Baudelaire sottolineò la sua perenne vena adolescenziale, “una certa turbolenza spavalda e desolata”. Nelle tante pagine a lui dedicate nei Passages, Walter Benjamin lo ritenne “un cattivo filosofo”, salvo che sui temi estetici; lo definì un “rimuginatore, di casa tra le allegorie”, il suo pensiero cavalcava l’immaginazione.

Da bambino Charles voleva essere papa. E papa militare, puntualizzò. Poi ripiegò sulla finzione e aspirò a diventare attore. Sin da bambino, confessò, ebbe orrore ed estasi per la vita. Da cui l’intreccio di satanismo e amor divino. Alla madre scrisse che non sapeva cosa farsene di una reputazione onesta, “io voglio annientare gli animi, lasciarli sgomenti”. Ci riuscì, a prezzo della sua anima.

MV, La Verità 2 aprile 2021

 

 

 

 

 

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