Benvenuti nel Paese tappetino

Non esagerate su Giorgio Napolitano, non è stato il funesto demiurgo della politica italiana, colui che ha deciso tutto, dall’attacco sciagurato alla Libia al siluramento di Berlusconi.

Come lui stesso in fondo ha ammesso, sia pure nei modi diplomatici e felpati degni del politichese di una volta, Napolitano è stato solo il garante, l’emissario, il terminale locale di un “contesto internazionale”. Ovvero, ha fatto quel che altrove ci chiedevano di fare e che già tanti leader politici italiani avevano fatto prima di lui: conformarsi, eseguire le istruzioni.

Napolitano è sempre stato uomo d’apparato, sin dai tempi del Pci: nelle rivolte antisovietiche era sempre coi regimi contro i movimenti e oggi è allineato all’establishment contro ogni deviazione o autonomia sovrana.

Non riduciamo i nostri problemi a qualche figura, a qualche belzebù. Il dramma italiano è l’assenza di una politica estera e di una vera sovranità nazionale e politica. Con poche interruzioni, e alcune ambiguità, la nostra repubblica è sempre stata una dependance, se non vogliamo usare il termine brutale di colonia.

Ci siamo parzialmente sottratti a questa politica solo in due modi: o accennando ad alzare la cresta, come fu al tempo di Bettino Craxi, o giocando su più tavoli, e dunque riuscendo in qualche modo col doppio gioco a giostrare tra pressioni diverse, come fu il caso della politica estera di Moro e di Andreotti, con le loro astuzie e i loro arabeschi.

Poi ci provò Berlusconi che forse in politica estera ebbe le migliori intuizioni, nei suoi rapporti con la Russia, con l’Iran, in Medio Oriente, con Gheddafi. Ma fu costretto a fare marcia indietro e per salvarsi – cosa che poi manco gli riuscì – si allineò all’asse Sarkozy-Merkel e a Obama.

Ma fummo sempre allineati e conformi agli americani e ai poteri transnazionali, salvo piccole slealtà e un’immagine consolidata di inaffidabilità; ossequiosi con i sovietici e i vicini yugoslavi, e da quando si fece l’Europa, un po’ furbetti ma sostanzialmente proni ai diktat europei e delle trojke.

Facciamo la cresta sulla spesa ma non rifiutiamo gli ordini in politica estera, anche se amiamo mostrarci riluttanti.

In particolare nel Mediterraneo subiamo da anni la sciagurata influenza francese, la loro iniziativa dettata da interessi nazionali. Perché la linea francese sposata in pieno da Macron, ma già presente in Sarkozy e poi in Hollande, è di farsi debole coi forti e forte coi deboli, ovvero europeista con i tedeschi e nazionalista con gli italiani.

Ma come si vede nel caso francese, cambiano i loro leader, passano da una specie di destra a una specie di sinistra, poi a una specie di tecnocrazia eurofrancese, ma la linea preminente è la stessa ed è francofila.

L’Italia invece ha un peccato originale che riemerge drammaticamente con gli sbarchi clandestini, con le strategie internazionali e con la politica commerciale: l’Italia è una guarnizione, un cuscinetto, tra l’Europa e l’Africa, tra l’Occidente e l’Oriente – medio e anche piccante – insomma tra Nord e Sud del pianeta. Funge da piattaforma e da corridoio, ma anche da cerniera e da soglia.

Siamo il tappetino d’Europa, di quelli dove è scritto Benvenuti, e anche se recalcitriamo, a noi poi tocca tener fede al tappetino e alla sua scritta e accogliere i migranti, le basi missilistiche, le incursioni straniere nella nostra economia, le scorrerie dei servizi segreti.

In un’estate come questa, forse meno calda, di trentasette anni fa, l’aereo abbattuto nei cieli di Ustica e un mese dopo la strage alla stazione di Bologna, furono probabili effetti e strascichi di quella nostra atavica posizione. Ma noi nascondemmo le macerie sotto il tappetino.

Poi arriva lo storico, nella fattispecie Galli della Loggia, e dice giustamente che siamo isolati, o se vogliamo usare un’accezione più corrente e più adatta allo statuto di minorenni internazionali che ci hanno affibbiato, siamo stati lasciati soli.

E abbiamo paura di tutto, del buio, dell’orco, ma soprattutto di noi stessi. Perché poi attribuiamo questi guai a noi stessi; ma in questo caso è solo di riflesso.

Perché se in alcuni temi di politica interna ed economica, di malamministrazione e corruzione, siamo noi i colpevoli principali, invece in politica estera, lo siamo assai meno. O meglio, siamo corresponsabili perché abdicammo alla nostra potestà.

Salvo simulazioni di sovranità, come quelle grottesche di Renzi, patriota in casa e in tv e arlecchino all’estero e a quattr’occhi.

Così giochiamo da anni uno strano gioco: quando dovremmo prenderci le nostre colpe, diamo la colpa allo straniero. Quando invece dovremmo capire che gli errori, come in Medio Oriente, furono altrui, francesi inglesi e americani, riprendiamo a sputarci nella nostra grottesca guerra italo-italiana.

MV, Il Tempo 5 agosto 2017

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