Berlusconi senza eredi

Silvio Berlusconi è stato l’ultimo re d’Italia. Ha regnato in piena repubblica per anni, e ha comunque segnato un’epoca, dandole pure il suo nome. Come ci fu l’età umbertina, c’è stata l’età berlusconiana che coincide grosso modo con la seconda repubblica. I suoi alleati, i suoi nemici, i suoi competitori erano politici repubblicani. Lui no, non si presentava come politico e chi divergeva da lui era considerato un traditore o un cospiratore contro la corona. Da monarca si è sempre comportato, nel bene e nel male. E da re ha suscitato le passioni, amori e odii, nella popolazione.

Ma la sua monarchia non lascia eredi. Ne divorò un mucchio lungo la strada, prima lanciandoli e poi bruciandoli. Ma non ha avuto eredi, se non in famiglia per le aziende. Il vero erede politico di Berlusconi è il Lifting, col quale ha cercato di rifarsi e di riproporsi, in una specie di perestrojka chirurgico-estetica, per rilanciarsi in versione 2.0, 3.0 e via dicendo.

Negli ultimi tempi ha lasciato soprattutto alle donne di Forza Italia il compito di portavoce, col sottinteso che il Re era sempre lui. La Gelmini, la Bernini, la Carfagna e altre. L’ultimo delfino, nominato in questi giorni, Antonio Tajani, è il più adatto al ruolo assegnato perché non ha i tratti del leader ma del luogotenente. Prima che presidente del parlamento europeo, allineato alla Merkel, all’euro-assetto, distante dai populisti, Tajani è stato portavoce di Berlusconi; ma prima ancora, da giovane, è stato un fervente monarchico e vice segretario dell’Unione Monarchica, con Sergio Boschiero. È dunque quasi un ritorno alle origini, il suo ruolo di vice a fianco di Berlusconi. Non come Vicerè, s’intende, ma come Falcone Lucifero rispetto a Re Umberto, ministro della real Casa. Anche stavolta Tajani è il testimone di una monarchia che non c’è più, congedata nell’esilio. Il Re bada a preservare il tesoro della Corona (le sue aziende).

Forza Italia perde ranghi e soprattuto perde voti a beneficio degli alleati, la Lega, soprattutto, e in misura minore Fratelli d’Italia che a sua volta subisce un’emorragia a favore della Lega. Il passaggio dell’Esercito di Silvio alla Meloni, è simbolicamente assai forte, come quello dalla monarchia alla repubblica. Ma gli alleati politici di Berlusconi non possono dirsi suoi eredi: discendono piuttosto dai partiti di provenienza, vengono da Bossi o da Fini, dal Carroccio e dalla Fiamma di sezione.

Il vero erede, imitatore e traduttore del berlusconismo, è fuori dal centro-destra: resta Matteo Renzi, che ha applicato il berlusconismo a uno strano intruglio di postsinistra che guardava a Blair e a Obama ma poi seguiva Veltroni col piglio di Fanfani… Però questo miscuglio aveva un modello: la monarchia berlusconiana, il suo zarismo e la sua piacioneria pop. In piccola misura, figlio dell’antipolitica di Berlusconi, un po’ erede è anche Beppe Grillo, che ha radicalizzato il suo populismo contro l’establishment in versione rancorosa e pauperista: da Paperone a Pauperino.

Resta il dramma della classe dirigente di Berlusconi che non sa più da che parte buttarsi e che va in video finché parte dalla premessa: Berlusconi ha sempre ragione, a prescindere, ed è il nostro Re per l’eternità. Tra di loro ci sono anche politici rispettabili, anche se gli ex-monarchici hanno ormai superato i lealisti. Ma questo accade quando un movimento non trova un’idea, una visione, una cultura politica in cui riconoscersi, e si lega interamente al suo leader che li depista da anni con una serie di slalom imbarazzanti.

Nel declino inglorioso del Re, che avrebbe lasciato un altro ricordo se si fosse ritirato, sdegnato, dopo il mezzo golpe subito, resta però incustodito uno spazio politico non da poco: l’area nazional-conservatrice di centro-destra che oggi non ha riferimenti e un po’ resta col Re, un po’ ripiega provvisoriamente su Salvini. Ma uno spazio del genere c’è e non può essere del tutto intercettato dalla Lega o dalla Meloni, che odorano troppo dei loro partiti d’origine e di un certo populismo un po’ radicale che non piace all’ala “moderata” di quel mondo. Così accadde coi monarchici quando finì anche l’ultimo partito monarchico: un po’ se ne andò con la Dc, un po’ col Msi. Cioè si divisero tra governativi e oppositori. Ma oggi i ruoli sono invertiti, i populisti radicali stanno al governo e i moderati boccheggiano all’opposizione, litigando a sinistra in cui sono malvisti.

Di Berlusconi nessuna traccia. Sotto il sorriso niente.

MV, Il Tempo 8 luglio 2018

 

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