Bocca della verità sul fascismo

Cent’anni fa nasceva Giorgio Bocca, scarpa grossa e penna acuta del giornalismo di sinistra. Non tirerò fuori gli scheletri fascisti dal suo armadio, premiato da Mussolini, il suo razzismo conclamato in uno scritto del ’42, la recensione empatica dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, bibbia dell’antiebraismo, e nemmeno le successive crudeltà di capo partigiano, i suoi vizi proverbiali, i suoi brontolii antimeridionali, l’attaccamento arcaico al soldo o la sommaria grossolanità di certi suoi libri. Ma riprenderò un aspetto totalmente rimosso: il suo revisionismo storico in tema di fascismo. Bocca precedette Pansa nel rivedere il giudizio negativo sul fascismo, e in modo radicale.

Nel 1983 pubblicò con Garzanti un testo revisionista, Mussolini socialfascista, in cui il partigiano era ormai archiviato e l’antifascismo militante non pesava più sul giudizio storico. L’autore più citato era un ragazzo di destra, il sottoscritto, per un saggio su Mussolini. Nello stesso anno – era il centenario della nascita di Mussolini – Bocca dialogò cordialmente con Giorgio Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Giordano B. Guerri (se ben ricordo c’erano anche Indro Montanelli e Oreste Del Buono). Poco tempo prima aveva dialogato con me sull’Espresso condividendo la necessità di sdoganare la destra e aprire il dialogo con la sinistra (il servizio seguente sullo stesso tema era firmato da Paolo Mieli). Poi c’è stata la regressione in cui viviamo. Ma soprattutto Bocca scrisse risposte sorprendenti per un libro collettaneo, Il fascismo ieri e oggi a cura di Enzo Palmesano, che pubblicai nel 1985 in una collana dell’editore Ciarrapico. Vi offro una sintesi virgolettata, senza commenti, del suo revisionismo.

“La cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia”. “Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento… Ma la realtà del fascismo nascente è tutt’altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista”. “Tra socialismo e fascismo c’è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo”. “Nel 1936, all’epoca dell’impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno”. “Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania”. “Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano 11, diventarono 12). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell’essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti”. “C’era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo”. “Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo…come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano”. “Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato”. “Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore… Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire ‘uccidetelo”. “La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l’agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l’IRI un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce”. “Eravamo un paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch’essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un’economia protezionista”. “Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica”. “Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale… era politica di dominio non di sterminio. “Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l’adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania”. “In tutto il fascismo fino al 1935, non c’è la minima traccia di razzismo antisemita”. “Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c’è alcuna parentela”. “La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo”. “Mussolini dell’ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell’alleanza con la Germania sia stata la paura”. Erano le tesi di Renzo De Felice.

Poi il Bocca, ormai vecchio, si adeguò al clima di rinnovata caccia alle streghe fasciste e condannò il revisionismo del suo collega e rivale Pansa, di cui era stato precursore. In realtà Bocca rivide il giudizio sul fascismo mentre Pansa ripescò gli orrori della guerra partigiana.

Ma con i giudizi qui riportati, oggi Bocca sarebbe accusato d’apologia di fascismo. Altro che Il male assoluto di Mattarella…

MV, La Verità 26 agosto 2020

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