Cauti con le nazionalizzazioni

Allora dietrofront, nazionalizziamo? Per favore, evitiamo le soluzioni sbrigative, le ricette semplificate per partito preso. Le nazionalizzazioni e le privatizzazioni sono state nella storia d’Italia un bene, un male e una necessità, in tempi e modi diversi, scambiandosi spesso le parti.

Per cominciare, dopo l’unità d’Italia il partito delle nazionalizzazioni non fu la sinistra ma la destra storica, che credeva al primato dello Stato come motore della società. E quelle nazionalizzazioni furono necessarie e salutari al paese. L’Italia giolittiana del primo novecento ondeggiò tra le due linee, lasciando fuori i due estremi, il liberismo e il socialismo di Stato.

Fu il Fascismo a inventare la terza via, l’economia mista, lo Stato sociale e l’iniziativa privata sotto il primato dell’Economia nazionale e di uno Stato forte. Restò a mezz’aria la via corporativa, e solo in extremis, con la Repubblica sociale, si puntò sulla socializzazione e sulla cogestione delle aziende. Ma con gli anni trenta prese corpo l’Iri e fu avviato un gigantesco processo di modernizzazione grazie all’impulso di uno Stato sociale, interventista, ma non gestore, collettivista e sovietico. Beneduce fu l’uomo-simbolo di quella svolta con le partecipazioni statali. Le grandi opere e le tutele del lavoro fecero il resto.

Quel modello fu vincente, dette all’Italia sviluppo e grande impulso e proseguì anche dopo la guerra; l’Eni di Enrico Mattei fu il continuatore, ma anche la politica sociale di Fanfani sulla casa, e poi le pensioni, la cassa per i disoccupati e il Mezzogiorno, ecc. Non uscimmo dal sistema misto, tra capitalismo e stato. Nei primi anni sessanta col centro-sinistra arrivò la nazionalizzazione dell’energia elettrica e cominciò l’era delle statalizzazioni coi socialisti al governo. Ma col passare degli anni, la nazionalizzazione capovolse i suoi effetti benefici. Il parastato diventò una macchina mangiasoldi, sempre più costosa, inefficiente, parassitaria, vacca da mungere per i partiti, le clientele, e per caricare le aziende in perdita. Lo Stato entrò dappertutto, anche nei panettoni, e dove non entrava come azienda, vi entrava come paracadute, con la cassa integrazione, poi la rottamazione, gli incentivi, i fondi perduti. Costi esorbitanti e prestazioni pessime.

Da lì cominciò nel ’92 la campagna di privatizzazione d’Italia, sancita col trattato di Maastricht in vista dell’Europa. All’epoca dirigevo l’Italia settimanale, che fu l’unico a dare notizia della spartizione del patrimonio pubblico italiano avviata in un week end di giugno a bordo dello yatch Britannia, che batteva bandiera inglese. Tutta la classe dirigente che poi avrebbe traghettato l’Italia – da Prodi ad Amato, da Ciampi a Draghi – si ritrovò coinvolta in quel processo. Privatizzazioni, svendite, cessioni. Il braccio armato della privatizzazione fu proprio la sinistra, ex-Pci, che ora si poneva al servizio del Capitale, ricevendo in cambio sostegno per governare. Fu un patto di legittimazione reciproca che si era profilato già nel ’73 con la Fiat, la Cgil, il Pci, i partiti laici, mezza Dc e la Confindustria. Nel patto degli anni ’90 si svendettero molti nostri marchi e aziende a gruppi stranieri, ma trassero vantaggi anche alcuni grandi gruppi capitalistici italiani – che succhiavano profitti statali e nazionali per poi rigiocarsi in chiave globale e transnazionale, magari anche come sede fiscale, manodopera a più basso costo e infine management. Privatizzazioni, delocalizzazioni e marchi ceduti alle multinazionali smantellarono il sistema Italia. Lo statalismo fu la malattia dell’Italia consociativa, la privatizzazione fu la tomba del sistema Italia.

In linea di principio è giusto che i settori primari di una nazione, dove sono in gioco gli interessi generali e la tutela dei più deboli, siano nelle mani dello Stato. O in subordine che siano gestiti dai privati ma col severo controllo pubblico, nel nome del bene comune. La salute e il sistema sanitario, la scuola e la pubblica istruzione, i trasporti essenziali e le vie di comunicazione, la sicurezza interna e internazionale, fino al caso-limite del servizio pubblico radiotelevisivo. Improprio è invece lo Stato gestore diretto nell’economia, lo Stato che si sostituisce al privato nella produzione: qui di solito combina disastri, almeno se si tratta di una democrazia sbracata e corrotta, demeritocratica e inefficiente come la nostra. L’ideale del principe, diceva già Silla ai tempi di Roma antica, non è avere denaro ma avere potere su chi ha denaro: la politica, lo stato, la nazione sovraordinati rispetto all’economia, alla finanza e alla produzione. Primato della politica ma al servizio della nazione.

Allora, per tornare al tema di partenza, non si tratta di nazionalizzare random o per rabbia, come si ventila per le autostrade o per Alitalia, e tanto più di farlo a scapocchia, senza una visione e un piano generale. È una soluzione da non escludere a priori, e in certi casi, con precise cautele, si può adottare; ma non è il primo rimedio e soprattutto non può essere la scelta generale.

Nei settori vitali di un paese, ad alto interesse sociale e nazionale, il privato riceve in concessione ambiti importanti ma poi deve dar conto di quel che fa e di come lo fa, va controllato e in certi casi guidato, pena la decadenza dell’affidamento. Perché il fine supremo dev’essere – come dicevano i romani – la salute della res publica, l’interesse generale. Dunque, sono legittimi gli interessi privati fino a che non contrastano con l’interesse generale. Il profitto è legittimo fino a che non danneggia il bene comune. Norma semplice, chiara, elementare anche se così difficile da applicare…

Per nazionalizzare ci vuole alle spalle una Nazione. E uno Stato in forma, una visione organica e lungimirante di una classe dirigente, un passato e un futuro comuni e comunitari. Cauti con gli slogan, per favore, non state giocando al Monopoli. L’impressione è che i nonni costruirono, i padri si arricchirono, i figli sbaraccarono e i nipoti giocano all’acchiapparella tra le macerie.

MV, Il Tempo 23 agosto 2018

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