C’era una volta la Seconda Repubblica

Venticinque anni fa, nell’ultima domenica di marzo, nasceva in Italia la Seconda Repubblica. Nascita controversa e negata, perché si riteneva un falso annuncio e una finta innovazione compiuta tramite il riciclaggio della prima. Ma fu davvero seconda repubblica se consideriamo che sparirono tutti i partiti della Prima Repubblica, sparirono i discendenti del Cln e poi dell’arco costituzionale, e con loro spariva anche l’antagonista, il vecchio Msi.

Ma non solo: nasceva in Italia il bipolarismo, con l’alternanza al governo di due schieramenti contrapposti che avrebbero vinto, avvicendandosi a ogni elezione. Il bipolarismo precedente fu definito da Giorgio Galli imperfetto perché in realtà un polo era sempre al governo, quello guidato dalla Dc, ed uno sempre all’opposizione, quello comunista, che pure aveva conquistato fette importanti di potere a livello locale (Regioni e Comuni), culturale (la cosiddetta egemonia) e giudiziario. Con la seconda repubblica nasceva il Centro-destra, formula che sarebbe stata poi prevalente in molte consultazioni elettorali. Ma nacque in modo bizzarro, perché una componente importante di quel polo non si definiva né di centro né di destra. Mi riferisco alla Lega di Bossi, che all’epoca era l’equivalente dei 5stelle di oggi ma con un tratto popolano più che populista, territoriale più che reticolare. Ma la stessa rude freschezza, lo stesso dilettantismo, la stessa carica anti-sistema. Il ruolo della Lega di oggi era assolto invece da Alleanza Nazionale, nata dalle ceneri della fiamma missina, che rappresentava la destra postfascista. Anche la sinistra restava in stragrande maggioranza postcomunista, con una costola protesa poi alla rifondazione del comunismo.

Col senno di poi, i giornali parlano dell’inizio dell’era berlusconiana, ma non è del tutto esatto, perché dopo la vittoria alle elezioni di fine marzo ’94, il governo a guida Berlusconi durò pochi mesi e svanì entro lo stesso anno. Poi, dopo un altro intervallo ibrido, tecno-politico, vinse Prodi e il suo Ulivo. A rigore l’era berlusconiana non è un ventennio, come erroneamente si dice, ma un decennio, quello che va dalla vittoria elettorale netta del 2001, con la nascita di un governo di legislatura, l’unico nella storia della repubblica italiana, fino al 2011, con la cacciata di Berlusconi a colpi di spread e bunga e bunga. Allora la Seconda Repubblica diventò Seconda Monarchia (dopo quella sabauda), con Re Silvio al centro del sistema e degli attacchi.

Però la nascita del centro-destra ebbe come suo motore, collante, ed elemento aggregatore (e accentratore), il Cavalier Berlusconi. Mai si sarebbero uniti Lega ed ex-Msi, e mai due forze così outsider si sarebbero ritrovate grazie al Cavaliere nella stessa coalizione di alcuni reduci e tronconi del centro-sinistra, tra ex-dc, ex-socialisti, radicali ed ex-liberali. L’avvento del centro-destra al governo ha un che di paradossale. Fu una rivoluzione per il sistema politico italiano ma al tempo stesso modificò davvero poco l’assetto del sistema-Italia e lasciò così poche tracce al suo tramonto. Eppure ebbe due governi d’ampia maggioranza e duraturi a sua disposizione, ed una maggioranza con qualche turbolenza ma decisamente più compatta di quelle di centro-sinistra o della stessa maggioranza grillo-leghista d’oggi. Prima ancora che come formula politica, il centro-destra è oggi un capitolo passato anche per la parabola dei suoi leader e cofondatori: se pensate alla parabola politico-giudiziaria di Bossi, Fini e Berlusconi, potete notare che l’unico sopravvissuto di quella ondata è il socio minore, Casini, che ora è col centro-sinistra. Anche le personalità eminenti di quella formula sono sparite, tanti per ragioni o persecuzioni giudiziarie: da Previti a Formigoni, da Alemanno a Mastella, poi riabilitato. Nelle foto del tempo un altro volto ricorreva tra i soci fondatori, quello mansueto e pensoso di Rocco Buttiglione, eclissato dalla politica.  E Fisichella, Urbani, Letta e poi gli scomparsi Tatarella, Miglio, Mennitti.

Tra tutti costoro, l’unico vero sopravvissuto è Berlusconi che in questi anni è stato amico, nemico e alleato un po’ di tutti: da Napolitano a Mattarella, da Monti a Letta jr, da Renzi a Salvini, rimbalzando da un matteo all’altro, per non dire dei giri di valzer a livello europeo. Ma oggi è dalle sue parti che si reclama un nuovo centro-destra sull’onda dei successi alle elezioni regionali. Tutti gli altri potenziali alleati, compresa la Meloni, capiscono che è necessario giocare un’altra partita e liberarsi di quella formula, che nel deserto del vecchio centrodestra, debossizzato e definizzato, riconduce direttamente alla Monarchia solitaria di Berlusconi e dei suoi luogotenenti.

In compenso una cosa resta vera: la polarizzazione di quegli anni non è stata cancellata, nemmeno dall’arrivo dei 5stelle, ma si è anche radicalizzata, tra due aree di opinione opposte, che con fatica definiamo di destra e di sinistra. Anche il congresso in corso sulla famiglia e la radicale opposizione che ha subito, è la prova ulteriore che esistono davvero due italie opposte, più zone intermedie o esitanti, genericamente definite liberali, liberal, neo-centriste, opportuniste.

Insomma, la Seconda Repubblica poi finì non si sa come, non si sa dove. E nacque qualcosa che non si può ancora definire. L’unico filo conduttore tra le due epoche è il populismo: il centrodestra fu un’alleanza di populismi novecenteschi, il tele-populismo liberale di Berlusconi, il populismo nazionale dell’ex-Msi o il populismo nordista della Lega. Populismo molto diverso da quello odierno, ma vissuto anch’esso come primato del popolo sull’establishment. Il quadro politico che resta è fluido e a volte caotico, ma la polarizzazione dell’opinione pubblica è evidente. La partita è tra sovranità e sconfinamento, tra identità e globalizzazione, tra radicati e radicali. Il resto è fuffa, contorno o poco più.

MV, La Verità 31 marzo 2019

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