C’era una volta l’alternativa al sistema

Era la massima espressione per indicare un dissenso radicale e un modello politico che nulla aveva a che vedere con quello vigente. Morte al sistema fu uno slogan dei gruppi estremisti di sinistra. Ma alternativa al sistema fu pure il cavallo di battaglia del Msi di Almirante e delle formazioni radicali di destra. Era il passaggio a un sistema politico-elettivo diverso dal sistema parlamentare, dal presidenzialismo alla rappresentanza delle categorie sociali e lavorative; ma era anche un sistema di valori alternativi, di principi etici e spirituali. E in politica estera come nel modello sociale di riferimento si identificava con la Terza Via: né capitalismo né comunismo, né Usa né Urss. L’alternativa al sistema andò sfumando negli anni ottanta, per poi sparire negli anni novanta: paradossalmente la fine della Prima Repubblica comportò anche la morte della sua alternativa. Il bipolarismo dell’alternanza, l’inclusione e la liquidazione di ogni retaggio divergente del passato – fascismo e comunismo – la fine dell’Urss e dell’est sovietico, il processo europeista, cancellarono come antiquato e velleitario il proposito di fondare, prospettare un’alternativa al sistema.

Ma negli anni è cresciuto in Europa un obbligo economico-politico di adeguarsi a un canone, di conformarsi a un sistema di procedure e indirizzi. Il pensiero unico si è mummificato in una forma politicamente e ideologicamente inamovibile che ha avuto anche un suo codice etico e lessicale: il politically correct. Sembravamo avviati senza reazioni verso questo modello unico e conforme quando un vento negli ultimi anni apparve in Italia, in Europa e nel mondo. Dapprima fu il vento dell’antipolitica, poi diventò il vento del populismo; ma assumendo connotati nazionali e decisionisti, il populismo si fece sovranismo. Dalla Russia di Putin all’America di Trump, passando per l’India di Modi, il Giappone di Abe, le Filippine di Duterte, i paesi di Visegrad in Europa, il pur discutibile Brasile di Bolsonaro, fino alla Francia di Marine Le Pen, il mondo sembrò scoprire un modello diverso rispetto a quello globale, economicista e tecnocratico, ideologicamente progressista, in versione liberal o radical, politicamente ancorato alle democrazie parlamentari ma controllate da oligarchie inamovibili di potere. Poi la bomba dei migranti e la paura della criminalità agirono da detonatori.

E da noi prese corpo il sovranismo, ad opera soprattutto della Lega di Salvini, e anche di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’esperienza monarchica di Berlusconi, il suo populismo d’indole e liberalismo di facciata, sembrò definitivamente tramontare. Il consenso popolare di Salvini in particolare è stata la novità degli ultimi tempi. E la svolta da lui annunciata, il cambio di passo anche rispetto all’Europa e ai dominatori in campo, la stessa alleanza coi pur confusi dilettanti del Movimento 5Stelle, sembrò rianimare l’idea che fosse finalmente possibile un’alternativa al sistema. Quella che i tanti nemici di Salvini, che hanno scatenato nei mesi scorsi una vera e propria guerra mondiale contro di lui, paventavano come il ritorno del fascismo, anzi del nazismo e del razzismo, era proprio l’alternativa al sistema.

Però l’annunciato capovolgimento degli assetti europei non avvenne. Salvini, come la Le Pen in Francia, raccolse una marea di voti, diventò partito di maggioranza con largo vantaggio su sinistra e grillini. Ma negli equilibri europei il gruppo dei “sovranisti” non andò oltre il 20% ed è rimasto escluso dai vertici europei. Tutto è rimasto come prima, si è solo allargata l’intesa anti-sovranista.

La stessa cosa si è profilata in Italia, dopo il pessimo agosto di Salvini che incautamente, senza trovare un’occasione oggettivamente importante, ha aperto una crisi che si è ritorta contro di lui e che ha portato a coronamento l’alleanza tra gli ex-rivoluzionari populisti dei 5 stelle e gli ex-comunisti del Pd e di Liberi e Uguali. La spiegazione trasformista o la motivazione di evitare il voto e sgonfiare Salvini è evidente; ma quel ribaltone rispondeva a una più vasta e radicale Restaurazione della Dominazione Europea-Globale sull’Italia.

Ancora una volta è apparso impossibile il proposito di un’alternativa al sistema. Sono riapparsi i giochi ambigui di Berlusconi, il suo comodo paravento liberale che poi lo dispone a patteggiare con chiunque gli dia dei vantaggi. E i consensi di Salvini, ma soprattutto l’aura di leader invincibile, si sono vistosamente appannati. Ne trae qualche vantaggio Giorgia Meloni, restando in ambito “sovranista” ma ancora una volta appare impossibile abbattere il Muro del Sistema Conforme, a cui dà una mano pure il pauperista Bergoglio.

Sono ancora una volta inadeguati i portatori dell’alternativa o è inespugnabile il sistema vigente? Forse ambedue. E resta il forte dubbio che una volta al potere, anche il sovranismo stemperi la sua carica anti-sistema e si addolcisca, non dico fino a imitare l’esperienza finiana e grillina, ma comunque a farsi addomesticare per farsi accettare.

Certo, i poteri sono forti, e contropoteri non si vedono all’orizzonte, non ci sono alle spalle potenti mezzi economici come per Trump, o potenti apparati venuti dal passato, come per Putin. È tutto affidato al debole, vago, fluttuante, voto d’opinione, agli umori e ai malumori della gente comune.

Insomma, l’alternativa al sistema potrà riaffiorare se ci sarà un disegno lungimirante, una strategia politica di lungo raggio, un progetto culturale di alto respiro e soprattutto un’aristocrazia dirigente in grado di condurla. Il regime twittatoriale non basta, le leadership populiste, i tribuni della plebe, le boutade o gli atti simbolici possono ottenere ampi consensi ma effimeri e superficiali, non in grado di radicarsi e di produrre sostanziali cambiamenti.

Prima o poi si voterà e qualcosa magari accadrà. Ma con quelle premesse non si va lontano. L’alternativa al sistema è rimandata a data da destinarsi.

MV, Il Borghese ottobre 2019

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