Che fine ha fatto il dialogo tra destra e sinistra?

“Ricordo come fosse ieri Massimo Cacciari ed io andavamo per Roma quasi rasente ai muri, accompagnati da un Marcello Veneziani che non era ancora il notissimo e rispettato intellettuale di destra che è oggi, per poi recarci a casa di Gianfranco de Turris, altro intellettuale di destra. A cena conclusa e per un paio d’ore ci confrontammo civilmente loro due e noi due per esporre le nostre rispettive posizioni ideali. Negli anni settanta un tale colloquio sarebbe stato umanamente impossibile” – Così scrive Giampiero Mughini nel suo ultimo libro Memorie di un rinnegato (ed. Bompiani) e cita altri incontri successivi tra intelligenze di destra e di sinistra degli anni ottanta. La serata a cui si riferiva era l’inverno dell’81 e lasciò traccia sul numero unico della rivista Omnibus, da me diretta per le edizioni Volpe. Avevo 26 anni, loro erano vicini alla quarantina, ma ci sentivamo tutti reduci da una guerra ideologica. È vero, quel dialogo “negli anni settanta sarebbe stato umanamente impossibile”; ma impossibile sarebbe stato poi nei nostri anni.

Dai primi anni ottanta in poi ci furono tanti dialoghi e aperture. Riguardarono intellettuali di frontiera, come allora si disse, ma anche editori e giornali. Si confrontavano intellettuali di destra e di sinistra, anche provenienti dal neofascismo e dal comunismo, evoliani e operaisti. Oltre Cacciari e Mughini, ricordo dialoghi aperti con Giacomo Marramao, Pietro Barcellona, Beppe Vacca, Costanzo Preve, Biagio de Giovanni, Giorgio Galli ma anche con Enrico Filippini, Giorgio Bocca, Michele Serra, perfino Gad Lerner, alcuni direttori de l’Unità, e potrei continuare. Sul versante destro, c’erano Giano Accame, Franco Cardini, Marco Tarchi e il gruppo della nuova destra, i rautiani ma anche Beppe Niccolai, poi Pietrangelo Buttafuoco e altri giovani provenienti dal Secolo d’Italia. Per dirvi solo la mia esperienza, oggi sarebbe impensabile per uno di destra scrivere su la Repubblica, intervenire su l’Unità e su l’Espresso, pubblicare con Laterza, collaborare con l’Istituto Gramsci… Ma all’epoca accadde. Dopo un paginone di Repubblica su Pasolini reazionario antimoderno, fui criticato da sinistra sul Corriere della sera da Maria Antonietta Macciocchi… Ricordo un dialogo epistolare col neosegretario del Pds Valter Veltroni sul comunitarismo, e poi dialoghi su la Repubblica con Ralph Dahrendorf e sul Corriere della sera con Norberto Bobbio, con un lungo carteggio a seguire, con Luciano Violante… Giorni fa Luca Ricolfi sul Messaggero mi ricordava ospite al Salone di Torino; ma succedeva perfino nei festival dell’Unità…

Parliamo di un’epoca in cui il comunismo e il neofascismo erano ancora presenti; i partigiani, i combattenti della Rsi e i reduci dai campi di concentramento erano ancora vivi. Ma c’era stata la scottatura degli anni di piombo, poi il Riflusso nel privato con le sue insulsaggini; ci accomunava la critica al consumismo e all’”edonismo reaganiano”, ma c’era sullo sfondo la scoperta a sinistra di autori “reazionari” come Schmitt, Junger e Heidegger, il riaffiorare di Gentile, per non dire del futurismo ed altre esperienze poetico-letterarie. C’era curiosità, attenzione, rispetto. Superammo gli anni di piombo e la guerra civile. Ma presto venne fuori col bipolarismo muscolare l’odio contro Berlusconi e da parte sua il rilancio dell’anticomunismo. E il clima degenerò.

Così entrammo nel Terzo Millennio non dalla porta principale ma dal retro. Si chiusero le frontiere ideali. Berlusconi fungeva da bersaglio ideologico di rimpiazzo rispetto all’anticapitalismo perduto: ecco Berlusconi il Ricco, il Padrone, il Teleimbonitore, oltre che il Delinquente, il Populista, il Tiranno, già protetto da Craxi e impresario dei postfascisti. La Repubblica, con Ezio Mauro, chiuse le vie di comunicazione, scavò il fossato con l’altra Italia e l’altra cultura, rilanciò l’antifascismo torinese e spostò il Nemico dal Capitale al Fascista e ai suoi alleati populisti. Il muro dei nostri anni fu il politically correct e la riduzione di ogni dissenso a fobia.

Quando finì la parabola di Berlusconi lo rimpiazzò il nazionalismo, il sovranismo, il populismo. Ecco il nuovo Nemico Assoluto, Salvini, il Nazista delinquente da scacciare. Si allestirono i cordoni sanitari, non solo sul piano politico ma sul piano culturale, intellettuale, umano. A leggerli oggi, molti dei citati autori dialoganti di ieri sono irriconoscibili per l’involuzione settaria e manichea; forse lo sarò anch’io ai loro occhi. Ma se le intemperanze sono bilaterali, l’interdetto e la scomunica sono stati usati a sinistra da chi ritiene d’avere il monopolio del vero, del giusto e dello spirito dell’epoca. C’è stata una chiamata alle armi, un rigurgito di militanza, un disprezzo che trasuda nella prosa e nelle pose. S’ignorano libri e idee altrui, si impicca il nemico a una frase, un tweet, una citazione riportata, una preferenza politica.

Un tempo la cultura era battistrada dei cambiamenti politici; dall’inizio del terzo millennio è passata dal ruolo di avanguardia a quello di retroguardia, conferma i luoghi comuni, presidia il politically correct, non distingue, anziché incoraggiare chi, dalla parte opposta, non urla slogan e non aggredisce, ma pensa, legge, scrive.

Il dialogo è cessato, solo ponti levatoi; le opinioni difformi vengono declassate a reati e infamie. Tutto questo procede di pari passo con la progressiva irrilevanza della cultura e marginalità delle idee. Che ci sia un nesso? Sarà possibile voltare pagina? La domanda si perde in un clima di guerra televisiva, social e a mezzo stampa. Finite le ideologie, resta l’odiologia.

MV, Panorama n. 22 2019

 

 

 

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