Cioran, nero, cupo e vellutato

Come oggi, nel 1911, nacque lo scrittore che non voleva venire al mondo. Emil M. Cioran. Quando stai giù e vedi tutto nero, leggi Cioran. Non so se definirla cura omeopatica o terapia d’urto. Ma leggendo Cioran vedi quali splendidi fiori può generare l’umor nero, innaffiati dalle lacrime più amare. Cioran ti porta verso il nulla, ma sono così scintillanti le cime della sua disperazione, così brillante la sua vena apocalittica, così eccessiva, da provocare una specie d’euforia degli abissi. Vedi lo spettacolo dell’intelligenza in rotta col mondo e la vertiginosa ebbrezza del cupio dissolvi, vedi l’allegria del naufrago e perfino l’umorismo che si nutre di umor nero in una forma inedita di umoralismo, una forma estrema e sarcastica di moralismo, strettamente legata allo stato d’animo. Una spremuta di pessimismo cosmico e vien fuori un succo grottesco di tetro entusiasmo. Tutto appare vano, suicidio incluso, col risultato paradossale che l’eccesso di disperazione produce qualche salvezza; di fronte al male pensi con lui al peggio e quasi ti ristori, la tua disperazione privata annega in quella cosmica e si stempera nell’universale. Persino il sole piange e si fa nero nelle pagine di Cioran. Ma avviene il miracolo: ritrovi il piacere dell’intelligenza, il gusto della lettura, la voluttà dell’imprecazione. La grazia e l’estasi del nulla.  C’è una cosa, tuttavia, che fa disperare Cioran più della vita: è l’errore di stampa. Lo confessa con candore, e qui tradisce la vanità del nichilista che pur abitando nel Nulla, tiene alla cura e alla perfezione della parola, coltiva l’amor proprio e l’assoluto imperativo di farsi leggere e ammirare. Un fiume nero è la vita, ma Narciso vi si specchia lo stesso.

C’è un librettino cioraniano, Intellettuale senza patria che è un trailer formidabile per riassumere l’opera di Cioran, le sue ossessioni, il suo tragico narcisismo, la sua teologia dell’assurdo, utile anche a chi come me non si è perso uno dei libri di Cioran da quando in Italia lo pubblicava Il Borghese, e poi Adelphi. Nell’intervista a Jason Weiss c’è il suicidio come idea che salva la vita – l’arte di uccidersi col pensiero – c’è il nulla che pervade tutto e riduce l’essere a vacuità, o peggio a evacuazione, la noia che penetra la vita, e poi la sua biografia mistico-macabra: l’amicizia da bambino col becchino e l’assidua frequentazione di scheletri e cadaveri, il rimpianto della madre di non aver abortito anziché far nascere un disperato come lui, la fuga in bagno da bambino quando il padre-pope recitava a tavola le preghiere, la bici per combattere l’insonnia pedalando fino allo sfinimento, il piacere di dichiararsi nullafacente e non solo nullapensante, la civetteria di imbucarsi da clochard nelle cene, la bugia confessata di aver frequentato la Sorbona, il Cafè de Flore, preferito perché riscaldato, dove scriveva al tavolino accanto a Sartre, nichilista ben più deprimente di Cioran con l’aggravante di voler cambiare il mondo, dopo averlo così avvilito; e poi il racconto delle sue estasi e della mistica, separate da ogni religione e accompagnate dal fantasma di Dio, compagno fittizio di solitudine e pseudonimo altezzoso del Niente. Definire Cioran un imperdonabile è un diminutivo, quasi un vezzeggiativo.

Molti detestano Cioran e il suo esibizionismo tragico; altri da noi come Ceronetti e M.A. Rigoni lo sentono invece come un fratello. La sua prosa è un modo squisito per prendersi gioco della vita, della morte, del nulla e la disperazione. Splendidi i suoi libri sin dai titoli. Quel che impressiona in Cioran è leggere il suo primo libro, scritto a ventidue anni e poi gli ultimi, scritti da vecchio, e accorgersi della perfetta coerenza nella disperazione: nel passaggio dalla lingua romena alla francese, da Bucarest a Parigi, dalla giovinezza alla vecchiaia, il tono e il contenuto restano inalterati; è un unico testo durato sessant’anni, compatto, di un nero cupo ma lucido, a volte abbagliante, proteso verso la catastrofe perfetta. Fedeltà adamantina al Nulla.

A volte il gioco di suscitare sconcerto rovesciando il pensare comune è troppo scoperto e perfino scontato. Così può irritare il suo trasformare la vita in un suicidio permanente, solo declamato, mentre pratica il suicidio della filosofia. Cioran scopre il suo gioco nelle conversazioni, come quelle raccolte da Adelphi nel libro Un apolide metafisico, dove palesa tutto il repertorio delle sue tetraggini e dei suoi capovolgimenti. Forse converrebbe leggere Cioran insieme al suo inverso, il compatriota Mircea Eliade: Cioran, maestro ironico, profanò il sacro e mostrò il Nulla dietro la maschera di Dio; Eliade maestro maieutico, svelò il sacro che si nasconde nel profano e nelle maschere del nulla.

Cioran ebbe come vicino di casa Gabriel Marcel, che fu il suo opposto: filosofo fiducioso e religioso, scanzonato e tenero, col suo “immenso bisogno d’amare e di essere amato” fondò una metafisica affettiva. Cioran invocò una volta come sua meta spirituale il Nirvana col caffè: un ibrido mélange che trasforma la dottrina del risveglio nella nevrosi dell’insonnia, collocandosi nell’impossibile terra di mezzo tra l’Oriente di Buddha e l’Occidente della caffeina. In fondo, la Romania è quella terra di mezzo. Da cui Cioran fuggì, per restare solo. Anche se a Parigi non disdegnò le compagnie, e perfino le rimpatriate con gli altri grandi esuli romeni.

Pensatore maledetto, Cioran, dicevamo, sbarcò in Italia con le edizioni del Borghese che pubblicarono i suoi due primi libri tradotti da noi; poi rinnegò quel sodalizio ed entrò nella chiesa gnostica di Adelphi. Cioran rimosse il suo passato romeno anche per far dimenticare i suoi peccati di gioventù (aveva simpatizzato per le Guardie di ferro di Codreanu). Ma a volte gli sfuggirono terribili anatemi come questo: “Alla fine dell’ultima guerra tutti assomigliavano a Hitler, anche i vincitori, soprattutto loro. D’altronde sono riusciti a vincere solo imitandolo sempre di più, identificandosi con lui… Hanno chiuso la guerra senza pietà, senza distinguere… quando vincitori e vinti usano gli stessi procedimenti si equivalgono e nessuno di loro ha l’autorità morale per parlare in nome del Bene” (Quaderni 1957-72).

Nella sua misantropia, un ruolo speciale ebbe la misoginia. Le donne, scrive, sono “amabili nullità”; ma non è forse vero che i figli maschi prendono dalle loro madri? E tuttavia seppe essere dolce nella sua vita sentimentale; un po’ come Nietzsche che tuoneggiava e filosofeggiava col martello, tra guerrieri, anticristo e volontà di potenza, e poi era mite e affabile nei rapporti umani. In Cioran la scrittura è terapia, è una finzione di parole per guarire ma è anche vendetta contro la creazione insensata e il suo Malvagio Autore. La storia del mondo sciolta nell’acido della sua prosa. “Giardiniere dell’Apocalisse”, Cioran riconobbe quel giardino nell’Italia “mirabile paese, il meno logorato, il meno perduto d’Occidente”, scrisse a Rigoni mentre lasciava con rammarico Lecce, “una meraviglia”, per imbarcarsi per la Grecia.

L’oscurità del nulla non gli impedì di vedere e amare la bellezza. Cioran è un brillante testimone della condizione umana e uno smagliante testimonial del nichilismo, vorrei dire quasi un sommelier del nulla. Induce al piacere della lettura tramite il piacere della scrittura. E ti fa amare per converso il mondo e la vita che disprezza con arte. Così diceva Francesco De Sanctis di Leopardi. Ma poi, se pensi a Leopardi, anche il grande Cioran ti sembra piccolo, posatore (poseur) e perfino divertente nel suo noir brillante.

MV, Imperdonabili (2017)

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