Dalla maturità all’eternità

Caro Ragazzo che ti accingi agli esami di maturità. So, ricordo, immagino, la piccola trepidazione che accompagna quel rito di passaggio, anche se il 99,5 per cento l’anno scorso superò gli esami. Resta tuttavia l’attesa, il residuo d’ansia, la preveggenza di gruppo per intuire le tracce. Nell’era pre-smartphone tanti miei coetanei si munivano di cartucce, cioè di temi arrotolati da copiare nel giorno fatidico della Prova. Ma non vorrei parlarti di questo. Altri ti hanno detto che siete la prima generazione della post-storia a fare la maturità. Post-storici perché immuni dal Novecento, secolo gremito di storia e di memoria storica, essendo nati – salvo rari ripetenti – nel duemila; ma anche perché si è persa traccia di storia, non ci sarà neanche un tema storico. La ragione è un mix di americanismo e populismo: la storia conta sempre meno e la traccia di storia era scelta solo dal 2% degli studenti.

Ma non voglio parlarti della storia scomparsa, della tua anagrafe di figlio del duemila e degli esami che sosterrai. Cosa ti ha lasciato il corso di studi che stai finendo? Che bilancio fai di questa esperienza scolastica, cosa ti ha dato la scuola, realmente? Che rapporto hai avuto con i prof? Prima di sostenere tu la prova di maturità, facciamo noi un piccolo esame alla scuola. Non ti rovescerò le critiche che faccio da decenni alla scuola e alla sua malattia storica, contratta nel ’68. E nemmeno ripeterò le motivate critiche mosse da Ernesto Galli della Loggia nel suo recente libro L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola (ed. Marsilio).

Torno alla domanda: cosa ti lascia di importante, d’indelebile, la scuola dopo questo lungo arco di studi? Dico un’impronta, una matrice, che ti resterà per sempre. Temo poco o nulla. Scivolerà via. Dico in generale, perché poi a volte ci sono lezioni e docenti memorabili. Ma la scuola non comunica più da tempo l’humanitas, quel misto di cultura generale, visione del mondo e della tua patria, legame fiduciario coi docenti. L’ossessione che la scuola debba inseguire il mondo presente, i saperi tecnico-pratici e debba servire a introdurre al lavoro (senza nemmeno riuscirvi), che debba scrollarsi di dosso quella vecchia palandrana umanistica e quel tanfo dei docenti “all’antica”, ha reso la scuola un contenitore sterile, da gettare dopo l’uso. L’idea di fondo della scuola è mutata: educare è un oltraggio alla libertà e all’autonomia, alla personalità e ai diritti dei ragazzi; educare è coazione, paternalismo autoritario. I ragazzi si formano da sé, dialogando tra loro e coi docenti, che sono un po’ istruttori di guida più che guide. Salvo quelli che usano la scuola per allineare i ragazzi ai loro dogmi ideologici e odiologici. Si credono missionari ma sono propagandisti.

E invece io penso che la scuola debba educare, lasciar traccia, trasmettere eredità e segnare limiti e confini e non istigare a varcarli, a liberarsi di ogni confine, per omologarsi al mondo global. Penso che il guaio di chi insegna, ma anche di chi è genitore, sia soprattutto uno: imitare i loro studenti, e i loro figli, anziché guidarli. Per dirla in termini più rigorosi, adottano leadership mimetiche, non distintive. Fanno come loro, si vestono come loro, usano e fanno usare toni confidenziali, eliminano cattedre, pedane, soglie d’autorità, vogliono compiacere, sedurre, farsi amici, fratelli, complici dei loro studenti, come dei loro figli. La nostra società muore di leadership mimetiche,anche a livello politico: vogliamo guide e non cursori, capi e non mouse. La scuola non lascia traccia perché lo standard didattico imposto in Italia, è un insegnante-tipo che non deve insegnare, cioè lasciare segni, ma accompagnare, come le guide turistiche nelle gite d’istruzione. Accompagnatore, non maestro.

Allora ti dico una cosa che ti sconcerterà, perché non te l’avrà detta nessuno. L’eredità più grande che la scuola deve lasciare in un ragazzo è – tieniti forte – “la passione d’eternità”. Ma sei scemo? Dirai. E invece pensaci, ti dico, pensaci. Le cose più nobili che un uomo fa, le cose a lui più care, più essenziali, sono quelle che per lui devono essere “per sempre”. Gli amori, gli affetti, gli ideali, le opere, i capolavori, l’umanità, le famiglie, gli dei, Dio. Proprio perché noi tramontiamo, abbiamo necessità di riconoscerci in qualcosa d’intramontabile. La vita di un uomo, ma anche di una civiltà nasce solo dalla passione per l’eterno. Dico passione, non pretesa d’eternità. Non dico l’immortalità, che riguarda la fede; ma l’eterno, rispetto a cui noi siamo di passaggio. C’era una canzone dei miei tempi che diceva: Il nostro amore durerà per una breve eternità, finché la morte non verrà. Non curarti della durata, l’eternità è la promessa più grande e radiosa. L’eternità, dice Rimbaud, è il viale di luce che il sole traccia sul mare. La passione per l’eterno è qualcosa di più che per la storia, la tecnica, il sesso, l’economia. La scuola dovrebbe educare soprattutto a questo: a capire che la vita non è tutta qui, mangiare, dormire, digerire, far sesso, ma ha senso, dignità, destino se è percorsa dalla passione d’eternità.

Da mesi a scuola si celebrano i 200 anni dell’Infinito di Leopardi. Immensa poesia, che però tendono a leggere come una specie prologo alla società globale e alla libertà infinita, sconfinata. Ma la passione d’eterno è l’amore per qualcosa che vale per sempre, non dura, ma vale per sempre. Questo è il cuore dell’humanitas della scuola. Lasciate che vi dica infine chi è la fonte d’ispirazione: è un Padre tramite un padre. “M’insegnavate come l’uom s’etterna”. Lo dice Dante, nostro Padre, parlando del suo maestro, Brunetto Latini. E lo ripeteva mio padre, che aveva posto quella citazione all’ingresso del suo liceo. “E or m’accora, la cara e buona immagine paterna”…  Insegnare come l’uom s’etterna, su, fateve du’ risate….

MV, La Verità 18 giugno 2019

 

 

 

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