D’Annunzio guerriero politico

“La casta politica che insudicia l’Italia da cinquant’anni non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia…Basta! Questa parola noi la grideremo su la piazza di Montecitorio e su la piazza del Quirinale… Da troppo tempo il popolo attende una parola di vita… Ci siamo levati soli contro l’immenso potere dei ladri, degli usurai e dei falsarii… Loro sono morti. Guardateli in viso, quando seggono al banco del Potere con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla. Le vecchie seggiole sono più vive di loro. Affrettiamo l’ora del seppellimento”. Non stiamo citando l’antipolitica dei nostri giorni, i populisti, il movimento 5 stelle. Chi scrive queste cose ne La vedetta d’Italia del 21 settembre 1920 è Gabriele D’Annunzio. Vitalismo e populismo, culto della giovinezza e della democrazia diretta si ritrovano in D’Annunzio reduce della prima guerra mondiale. Di questa visione patriottica e socialista, sindacale e guerriera, la sua opera più mirabile non è un testo ma un’impresa: Fiume, di cui tra pochi mesi ricorrerà il centenario. Fiume è il luogo d’incontro tra poesia e politica, arte e rivoluzione, letteratura e sindacato, popolo e nazione.

Un poeta rimasto orbo, reduce da imprese eroiche e spettacolari come la trasvolata su Vienna o la Beffa di Buccari, marcia su Fiume con poeti, letterati, musicisti, donne e soldati. Il mondo lo osserva con attenzione. Lui progetta la marcia su Fiume dalla casetta rossa di Venezia, dove riceve donne e ufficiali, e poi arriva a Fiume nel settembre del 1919 con un’auto scoperta, il monocolo e  i legionari al seguito. La compagnia che lo segue è di personaggi straordinari.

Giovani letterati come Giovanni Comisso, Henry Furst o Raffaele Carrieri, ufficiali come il russo polacco Kochnitski, nordico affascinato dalla solarità mediterranea, musicista e letterato; o un ufficiale che ha compiuto imprese folli come Guido Keller, che ha lanciato in una trasvolata un pitale su Montecitorio e dei fiori sul Vaticano e per la regina sul Quirinale, che ama star nudo a Fiume, a volte defecando da un albero, inventa un’alimentazione antevegana, non ha freni, fa amore di gruppo. A Fiume nasce lo Yoga, associazione di spiriti liberi, che vivono di trasgressioni d’ogni tipo, in compagnia di ladri, prostitute, tossicomani. Ha come simbolo la svastica ma nel verso tradizionale, opposta a quella che sarà poi del nazismo in senso invertito. Si progetta un castello d’Amore, dove simulare feste medievali con donne e soldati.

Nella città istriana D’Annunzio inventa e consacra il rituale che sarà poi usato dal fascismo: il culto della romanità, il saluto, l’eja eja alalà, A noi! Il discorso dal balcone, la camicia nera e il fez usati in guerra dagli arditi, il culto dei caduti. All’epoca Mussolini è freddo e scettico sull’impresa fiumana perché la considera velleitaria; e d’Annunzio lo attacca sul suo stesso giornale, lo accusa di avere paura e di tradire la Vittoria.

A Fiume arrivano un po’ tutti, Marconi a bordo del suo bianco Yacht Elettra, e successivamente torna per divorziare, consigliato da Mussolini, perché a Fiume è facile separarsi: Toscanini arriva con la sua orchestra e fa concerti devolvendo gli incassi ai poveri; Marinetti si produce in discorsi e performance, accolto trionfalmente ma con malcelato fastidio dal Comandante; arrivano ufficiali giapponesi, belgi e ungheresi che diventano legionari fiumani; difende Fiume anche Gramsci da chi lo presenta come un luogo di “bestialità, prepotenza, quattrini, possesso di donne”; guarda con attenzione a Fiume perfino Lenin.

Per la prima volta partecipano all’impresa molte donne, come Fiammetta, pseudonimo di una nobildonna milanese, Margherita Besozzi; o donna Ninetta, splendida moglie dell’aviatore Casagrande, bionda ed elegante contessa, presa poi prigioniera dalle truppe regolari, e numerose ragazze in grigioverde e prostitute. A Fiume si svolgono convegni suggestivi notturni al chiarore delle fiaccole, baccanali in spiaggia, feste dionisiache con vino, donne, sesso e cocaina, “la polvere folle” di d’Annunzio. Battaglie simulate con sfondo orgiastico e in costume; soldati inghirlandati che danzano e vestono in modo stravagante, si fanno crescere la barba e i capelli o li rasano a zero, e fondano la Congregazione del Pelo. D’Annunzio inventa lo slogan “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, mettendo un fiore nel moschetto e parlando dei fiori e del libero amore. Ci sono anche gli animalisti, un ufficiale gira con una volpe al guinzaglio, Keller vive con un’aquila, si presenta alla mensa con un pappagallo sul petto e una volta carica sul velivolo un asino… Spopola a Fiume un romanzo futurista, L’isola dei baci, ambientato a Capri, di Corra e Marinetti dove si immagina il primo gay pride, un congresso di omosessuali il cui motto è “raffinati di tutto il mondo unitevi”. Importanti sono pure i diari fiumani, come quello di Comisso che descrive Fiume come “una città in amore”, in cui “tutti si diedero ad un godimento irruente”.

D’Annunzio censura gli eccessi erotici dei legionari ma a Fiume si conferma come lui stessi si definì “porco con le ali” (antesignano dell’omonimo libro pre68 di Lidia Ravera e Lombardo Radice). Da una porticina segreta faceva entrare una canzonettista chiamata Lilì di Montresor, che poi ripartiva con 500lire in borsetta; e una donna dalla sessualità selvaggia chiamata Barbarella nei suoi Taccuini; una quindicenne per lui 53enne, “Bianca, la piccola”, “Gr, Bruna e molle”, una maestrina di Merano. Nella sala del comando, narra Nino d’Aroma, passano donne di tutta Europa, vecchi amori, spente fiamme e nuove conquiste del Comandante.

Insieme al diavolo non manca l’acqua santa. Arrivano a Ronchi anche i frati modernisti che disobbediscono alla chiesa per seguire il patriottismo di d’Annunzio, espongono alla finestra del monastero il motto dannunziano “Hic manebimus optime”, e alla fine sette cappuccini lasciano il saio. L’amministratore apostolico di Fiume, don Celso Costantini, accusa d’Annunzio di paganesimo.

La reggenza del Carnaro, il governo del Vate e del sindacalista Alceste de Ambris, dura dall’autunno del ’19 al Natale dell’anno seguente, quando verrà evacuato dai soldati, dopo che viene cannoneggiata Fiume. Avevano cercato di cacciare d’Annunzio prima con le trattative e le promesse – ci provò pure Badoglio, mandato dal presidente del consiglio Nitti, ribattezzato da d’Annunzio il Cagoja – poi sarà Giolitti, nuovo premier, a far bombardare Fiume e a costringere d’Annunzio alla resa. Resta la Carta del Carnaro.

L’ultimo discorso di D’Annunzio a Fiume si conclude con un Viva l’Amore. Quasi un promo del ’68 e della fantasia al potere, degli hippy, degli indiani metropolitani, dello show con vaffa grillino; un riassunto anticipato di tante rivoluzioni, compresa quella fascista e parallela a quella dei soviet, di cui all’epoca d’Annunzio era ammiratore (sognava un comunismo senza dittatura, libertario ma aristocratico, anarchico ma nazionalista).

Rispetto alla Contestazione restano due differenze: i legionari di Fiume venivano da una guerra combattuta. E il loro capo spritiuale non era un agitatore, un comico o un demagogo. Ma un poeta grande, mitico e inimitabile.

MV, articolo pubblicato sulla rivista Biblioteca di via Senato

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