De Felice restituì il fascismo all’Italia

Il 25 maggio ricorre l’anniversario della morte dello storico italiano. Il suo ritratto da Imperdonabili

Renzo De Felice scriveva male e parlava peggio. I suoi testi sul fascismo sono farraginosi, pieni di incisi, a volte involuti e dispersivi. Lo notava con elegante crudeltà non un suo nemico ma un inarrivabile maestro di scrittura che gli aprì le porte del suo Giornale, Indro Montanelli. Non a caso i suoi libri migliori sono in forma d’intervista, a M.A.Leeden, a Giuliano Ferrara, a Pasquale Chessa. E gli scritti giornalistici usciti da Luni a cura di Giuseppe Parlato sono decisamente più leggibili della sua monumentale opera su Mussolini. Quando parlava era anche peggio e sicuramente non lo aiutava, nelle lezioni e soprattutto nelle conferenze, la sua balbuzie.

Ma De Felice rivoluzionò gli studi sul fascismo e la sua imponente ricerca incise sulla storia e la rappresentazione del nostro Paese. Fu lui a introdurre l’idea della morte della patria nella visione dell’Italia d’oggi. Fui testimone diretto del luogo in cui avvenne la sua “scoperta”. Eravamo a Castel sant’Angelo in un convegno per il centenario di Mussolini, il 1983, da me organizzato, in cui De Felice e Augusto del Noce furono premiati per i loro studi sul fascismo. Stava parlando Salvatore Valitutti, fior di studioso prima che ex ministro liberale della Pubblica Istruzione. A un certo punto Valitutti citò un passo dedicato alla “morte della patria” di uno scrittore, giurista e magistrato, Salvatore Satta, nel suo saggio letterario De profundis uscito postumo. Vidi le antenne di De Felice rizzarsi, chiedere a chi gli era vicino di ripetergli il nome dell’autore e del testo citato. Ne riparlò poi a cena a casa di Giovanni Volpe, editore e figlio di Gioacchino Volpe, alla presenza di Del Noce e altri presenti (tra cui il sottoscritto). Poi la morte della patria si ritrovò negli scritti di De Felice e nel ’96 in un saggio Ernesto Galli della Loggia.

Fu De Felice tra i primi a denunciare in un’intervista a Corrado Pizzinelli per il Borghese nel 1987 che l’Italia per gli italiani era diventata solo un contenitore, ricco di messaggerie ma povero di messaggi; stava perdendo “le sue radici storiche” e stava consegnandosi alla tecnocrazia liberale e antiumanistica. La preoccupazione nazionale prevalse in lui su quella liberale. De Felice, un passato di sinistra e di storico del giacobinismo, diventò così un imperdonabile; non pochi furono gli episodi d’intolleranza da lui subiti.

Formatosi alla scuola di Federico Chabod e di Delio Cantimori, genero del filosofo Guido De Ruggiero e giunto in cattedra anche grazie all’impegno di Rosario Romeo, De Felice era convinto che la via maestra per capire il fascismo fosse rifare i conti con la storia, come suggeriva lo stesso Angelo Tasca. Bisognava digerire il fascismo per non averlo ancora sullo stomaco, storicizzarlo e così sottrarlo alla politicizzazione che ne facevano neofascisti e antifascisti, ma anche all’oblio del nichilismo diffuso. La “vulgata antifascista”, come egli sprezzantemente la chiamò, lo accusò di revisionismo, di aver delegittimato l’antifascismo, anzi di averlo “pugnalato” e di aver dato corda al neofascismo. In realtà De Felice al neofascismo dette sì corda, ma per impiccarsi.

Sottraendo il fascismo alla demonizzazione lo sottraeva anche all’opposta mitizzazione. Restituendo il fascismo alla storia lo toglieva alle campane di vetro in cui lo avevano imprigionato i professionisti del neofascismo e dell’antifascismo che su quella rendita di posizione politica avevano costruito le loro carriere. Storicizzando il fascismo, De Felice lo sottraeva ai totem e ai tabù. E poi De Felice dimostrando l’origine giacobina e rivoluzionaria del fascismo faceva saltare i ponti tra destra e fascismo e apriva nuovi, proibitivi percorsi.

Ma non solo: attribuendo al nazismo una matrice di destra radicale, immersa in un tradizionalismo mitologico e nazionalsocialista, rendeva ancora più impraticabile una destra nazionale e sociale, tradizionalista e legata ai miti. In ambo i casi De Felice forzava la realtà. In realtà vi erano nel nazismo innegabili tratti di socialismo e di imitazione-rovesciamento del bolscevismo, come notarono Nolte e Del Noce. Così come vi era nel fascismo una forte componente nazional-autoritaria, gerarchica e tradizionale di destra, che passava anche dal mito della romanità. Il fascismo nacque in trincea come eresia nazionale del socialismo e finì a Salò come eresia sociale del nazionalismo. Il nazismo fu la radicalizzazione storica, magica e biologica del mito germanico. La tesi defeliciana era criticabile e vulnerabile da ambo i lati.

All’epoca, De Felice fu duramente attaccato da storici, giornali e partiti. A lui non perdonavano alcuni esiti della sua ricerca: 1) l’aver dimostrato il grande consenso al regime fascista, massiccio fino al ’36 e diffuso tra i più grandi intellettuali del suo tempo, un consenso che restò ampio anche con l’entrata in guerra e fu maggiore di quello che accompagnò la prima guerra mondiale; 2) l’aver sottolineato il forte impulso dato dal regime fascista alla modernizzazione dell’Italia, attraverso grandi opere, leggi e iniziative sociali; 3) l’aver documentato il carattere non strutturale ma posticcio e incoerente, opportunistico e forzato del razzismo e dell’antisemitismo fascista; 4) l’aver ricostruito le responsabilità delle democrazie occidentali nello spingere Mussolini tra le braccia di Hitler; 5) l’aver rigettato la categoria di nazifascismo definendola “un’invenzione da tempo di guerra”, “inventata dagli americani come strumento di propaganda e legittimata poi dai partigiani”; 6) l’aver sostenuto che la Repubblica Sociale svolse più un ruolo di freno e di cuscino, per attutire la marcia nazista, e le ritorsioni sul nostro Paese. Mussolini a Salò per lui fu più prigioniero che servo-alleato di Hitler. De Felice sfiorò invece senza addentrarsi, forse per prudenza (per non passare dall’ostracismo al linciaggio) la cruciale questione degli eccidi partigiani nel triangolo rosso e non solo, che fu lasciata al lavoro “proibito” di giornalisti come Pisanò e poi Pansa. Ma la sua opera sul duce rimase incompiuta e magari si sarebbe arricchita di un’appendice sulla guerra civile.

Debole appare la distinzione defeliciana che, pure ebbe gran fortuna, tra fascismo-movimento e fascismo-regime: il primo rivoluzionario, il secondo più restauratore, che può in realtà applicarsi a quasi ogni movimento radicale e rivoluzionario giunto al potere, comunismo incluso. De Felice sconvolse gli studi del fascismo sulla base di una gigantesca mole documentaria. Senza di lui non capiremmo il Novecento. Lasciò una vasta e divergente “vulgata”, per usare la sua espressione, che debordò dalla ricerca storica al giornalismo, dalla politica alla musica d’autore, da Paolo Mieli a Francesco De Gregori che fu suo allievo all’Università e in un libro-intervista Passo d’uomo condivise il giudizio defeliciano sul fascismo.

Quel signore col sigaro e la balbuzie, gli occhi cerchiati come un panda, il periodare compassato e l’avidità bulimica di archivi e documenti d’epoca, ha ripensato l’Italia nell’epoca del suo congedo e ha lasciato opere come mattoni per rifondarne la sbiadita memoria storica.

De Felice restituì il fascismo alla storia d’Italia, sottraendolo alla criminologia. Ma l’effetto della sua ricerca non raggiunse – neanche decenni dopo – la scuola, l’università, i media, le istituzioni. Nulla può il giudizio storico davanti al pregiudizio ideologico, né i fatti rispetto ai tabù.

MV, Imperdonabili (Marsilio editori, 2018)

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