Delusi dalla politica, meglio buttarsi nell’intimità?

Ma cos’è questo virus che prende noi autori, scrittori e giornalisti, di parlare in prima persona in chiave intimista? Confessioni, autobiografie e languidi vittimismi si insinuano tra i nostri libri e scritti e vi risparmio il cinema, l’arte, il teatro, i magistrati narratori. Uno sciame. Non solo grandi vecchi al resoconto della loro vita, ma persone in piena attività. Che sta succedendo? È una rivoluzione intimista, vittimista, solipsista. A volte ci accusano (anche me) di esserci ritirati dal ruolo civile e intellettuale, politico-culturale, per ripiegare su noi stessi. Il bello è che sono d’accordo, nella sostanza. Potrei però rispondere che semmai è la politica che si è ritirata da un ruolo civile, politico-culturale, gestisce l’immediato pop. Personalmente potrei discolparmi provando che scrivo solo uno su tanti in chiave intimista; modica quantità. È vero, però, che si è diffuso questo intimismo. Potrei aggiungere fondati motivi del cosiddetto vittimismo, ma va bene così, zitto e porto a casa. Non faccio la vittima, vivo bene, meglio dei miei censori, e questo può bastare.

Vedo fior di filosofi e scrittori, anche quelli che credevano all’Intellettuale Collettivo che rifluiscono nella dimensione intimista, solipsista o infarciscono i loro saggi di notazioni autobiografiche e confidenze personali d’infanzia. Non è un caso: il frantumarsi di ogni Grande Discorso provoca questo ritirarsi in sé, quando cadono i Canoni, i Partiti, le Idee cardinali, si osserva il mondo attraverso la propria vita.

Questa svolta è una forma di sincerità, è come dire al lettore: le idee che esprimo passano attraverso la mia esperienza, parlo e penso così perché sono e vivo così… Dietro c’è sicuramente una bella dose di egocentrismo e narcisismo; anche se i più egocentrici – da quelli vistosi a quelli ombrosi, fino a quelli sottintesi – non parlano di sé, ma vedono il mondo come un’appendice al proprio io.

Si è più universali parlando della propria vita, dei percorsi della propria mente, delle proprie sofferenze. Più universali e più concreti. Se parli di un padre, di una madre, di un figlio, di un amore o di un dolore tuo, parli in realtà di qualcosa che tocca tutti; sei solo un esempio per risalire ad un fatto generale. Ti metti in gioco e mentre narri fatti e sentimenti tuoi, parli in realtà dei fatti e dei sentimenti di tutti. Del resto, così nasce la poesia. Dal particolare all’universale.

E poi, oggi che il pubblico si confonde col privato e dominano gli outing sui gusti sessuali e la vita privata, la rivoluzione può partire solo dal lato intimo. Rendere spudorati i sentimenti e non solo gli istinti, gli affetti e non solo gli impulsi. Riportare la scrittura nella vita, tra le sue esperienze mentali e carnali. Non fingere di essere superiori al mondo, ma mostrare la propria faccia e il proprio lato infantile e più fragile, ironizzare su di sé.

Perché fingere di credere in un’appartenenza pubblica, in un progetto condiviso se avverti che sono ormai svuotati, insignificanti?

Se ti accorgi che è inutile sprecare energie per realtà così labili, fatue e traditrici, non è meglio esprimersi in altri ambiti più veri, più vissuti, più coinvolgenti, per te e per gli altri? Si è costretti a diventare solipsisti quando non si pensa più in comune: l’ultimo sembiante di un pensiero condiviso e portato su strada era l’ideologia, ma è franata, lasciando solo bucce e rottami. C’è chi si attacca a quelli e chi invece preferisce barricarsi in un pensiero introverso, lontano, sdegnoso, dialogante con i più remoti. Se fosse questo un modo per essere Anarca, Autarca, Ribelle?

A ciò si aggiungono anche mutazioni personali legate all’età. Per esempio avvertire col passare del tempo un’inattitudine alla vita banale, un disagio per le cerimonie ipocrite delle relazioni pubbliche, senti crescere lo spirito rinunciatario, la malinconia, accarezzi l’esilio, sei portato a ritirarti, a partire, pandemia permettendo, a dimetterti, ad abbandonare. Sognare luoghi lontani ed emigrazioni definitive. E non so se questo sia un passaggio verso un’altra dimensione di vita e di scrittura, una piccola morte per una rinascita o sia un vero cupio dissolvi, voglia o presentimento di sparire, avvertendo la vanità del tutto e la catastrofe del “mondo di ieri”. Si vorrebbe una vita ulteriore, più intensa e vera, più poetica e meno chiassosa.

Intanto meglio viaggiare per ingannare l’attesa. Moltiplicare luoghi, esperienze, storie per cercare nella varietà l’Uno. Raccogliersi e concentrarsi su un altro livello, buttare via il superfluo, il passeggero. Sentire il tempo stringere e gli anni incalzare e allora meglio occuparsi dell’essenziale, puntare diritto a un obbiettivo alto senza disperdersi nelle rissose e oziose vetrine del presente. Lasciare l’attivismo per una superiore inerzia. Lasciarsi cadere alle spalle i livorosi insulti, i boicottaggi e le discriminazioni, i giudizi sommari: non ti giudicano mai per ciò che sei e scrivi, per ciò che hai creato e fondato; ma per una battuta carpita di riflesso sui giornali, un pregiudizio, un flash, un’immagine o un pettegolezzo. Fai dieci cose e ti giudicano per l’undicesima, la più marginale. Ma poi subentra uno stato in cui non te ne frega più niente. Disprezzate pure o ignorate, non importa. Meglio soli, in compagnia del vento.

MV, 25 settembre 2020

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