Deserto italiano

Durano sempre meno i matrimoni degli italiani e figliano sempre meno, vanno via sempre di più dall’Italia e dipendono sempre più da smartphone e affini.

Ma la politica italiana si aggira come una iena tra i morti, s’intrattiene intorno all’eutanasia e si dedica nel fine-legislatura al fine-vita, col biotestamento.

Allegria.

Non dirò come Salvini che bisogna occuparsi dei vivi più che dei morenti. Noto soltanto che brutta aria, che clima malato, si respira in un paese in ritirata dalla vita, dalla nascita, da se stesso. Un paese che riesce a progettare qualcosa solo in relazione alla morte.

Eppure un tempo, che non è poi così lontano, eravamo un paese brioso, il più allegro dei popoli, secondo gli stereotipi diffusi nei secoli.

Eravamo il paese del familismo, ossia il paese che, per Longanesi, sventolava una bandiera nazionale, “Tengo famiglia”.  Eravamo il paese che faceva più figli, famiglie numerose e in fondo unite, prole per le strade, i’ criature e i guagliune dappertutto. Eravamo un paese da passeggio, che popolava le strade, gremiva le piazze, loquace e conviviale, anche tra sconosciuti, soprattutto da Roma in giù.

Cos’è accaduto di così devastante nel giro di pochi decenni che ci ha ridotto così, con quelle statistiche tetre, quegli orizzonti cupi e il record occidentale del vecchiume ma non della buona vecchiaia?

La mutazione antropologica, dicono i colti. Vorrei correggere, la mutilazione antropologica, la perdita dei flussi vitali. O peggio, la mortificazione antropologica, fino alla depressione di massa, con episodi di incattivimento individuale o in branco.

Se qualcuno volesse reagire a questa tendenza, volesse intraprendere un cammino inverso per invertire la marcia (funebre) della nostra società, dove troverebbe punti di ritrovo, di ristoro e di sostegno, luoghi in cui ricominciare daccapo, in cui agire sulla mentalità e sulla visione della vita, oltre che sui dispositivi legali, economici e sociali per favorire la svolta?

Non trova nulla, il deserto. Al più si dà allo yoga e a pilates…

In ambito civico, politico e sociale non c’è nulla su cui poggiare, a cui riferirsi. Movimenti, partiti, patronati. In ambito religioso c’è la chiesa imbergoglita che ha una sola priorità: i non cristiani, i non italiani, i non europei. Africa first.

Del declino cristiano, europeo, italiano – spirituale e demografico, nuziale e famigliare – non se ne occupa più organicamente, non è una priorità.

Trovate allora altre agenzie morali e sociali in grado di supplire alla carenza in questi campi, o almeno luoghi di socializzazione in cui mettere insieme gli italiani isolati, abbandonati alle loro ciambelle di salvataggio, i telefonini. Niente. In giro solo mangerie, compagnie telefoniche e agenzie immobiliari…

Le crisi non spaventano, anche le più terribili. L’odore di morte che si respira in giro può essere mitigato ricordandoci che la vita è un continuo morire e nascere di storie. Non finisce il mondo, finisce un mondo.

Quel che è terribile nei nostri giorni non è la radicalità e la profondità della crisi, ma l’assenza di reazioni, la totale accettazione di quel che sta accadendo, la penosa ritirata in se stessi, barricandosi nei propri egoismi a raggio breve, perché fuori non c’è nulla.

Mangime, tatuaggi e gratta-e-vinci. Quel che dà un tenore e uno spessore speciale al tempo che viviamo non è il quadro fosco da cui siamo partiti ma il fatto che non ci sia nemmeno un accenno per frenare, rovesciare, ripensare quantomeno, questa tendenza.

Non spaventano i draghi fiammeggianti ma l’assenza di cavalieri disposti a fronteggiarli. Un paese muore e la gente gioca a candy crash.

MV, Il Tempo 30 novembre 2017

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    Coltivate un paese dentro di voi

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    MV, Ritorno al sud ow.ly/Othj30kXnHr
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