Dichiarazione d’amore al paese natio

Cara Bisceglie, dal primo giorno che non ti ho visto mi sono innamorato di te. Quando vivevo presso di te eri un fatto naturale, come il cielo e la terra, e non ci badavo, mi passavi davanti e nemmeno ti guardavo. Non ti consideravo, ti maltrattavo a volte, sentendomi a mia volta maltrattato, sognavo di abbandonarti. Poi un giorno sono partito davvero e già in quel distacco avvertì qualcosa come una perdita e una ferita. Che subito è mutata in nostalgia, il cordone ombelicale dell’anima. Così vennero gli esercizi d’amore in contumacia. Ho ricordato i tuoi frutti, il tuo mare, la tua vita, i tuoi tempi senza tempo, i tuoi spazi pieni di luce, la tua umanità, il calore del tuo corpo. Certo, i tuoi difetti sono tanti, vistosi e terribili. Anche noi figli tuoi pensiamo a volte di avere una madre incurabile, dissanguata dei suoi più giovani abitanti, disabitata del suo fervore antico, piena di metastasi che si chiamano incuria, abbandono, malavita, malanimo. Eppure ogni volta che ti rivedo avverto un legame strano, che chiamare viscerale è dire poco, perché non riguarda solo le viscere. Un richiamo carnale e spirituale, comunitario e originario. Chiamalo nostalgia, ma non so più dire se di un luogo lontano o di un tempo perduto.

Gli amici di Bisceglie hanno voluto raccogliere alcuni miei scritti dedicati al paese natio. Li abbiamo lasciati nella loro forma originaria, ruspante, anche un po’ alla buona, un’impronta d’artigianato locale. Ma volevamo conservare la freschezza e l’autenticità del chilometro zero. Sono scritti affettuosi, conterronei, paesani che toccano alcuni degli aspetti salienti del nostro paese in rapporto al tempo che cambia. Il mare, la campagna, le feste patronali, la piazza, il manicomio, la vita quotidiana, il cinema, lo sport, i personaggi e i soprannomi. C’è una spremuta di Bisceglie, un succo concentrato di memorie, allegrie e allergie.  Per ricordare, per divertirsi e per salvare qualcosa dall’oblio del tempo che tutto cancella, riducendoci soltanto ad abitanti globali e spaesati del presente. Le espressioni dialettali non sono tradotte perché si rivolgono agli indigeni, nu-e-nu. In queste pagine trapela il genius loci ma anche il suo contrario, il genus locchi, ossia la genìa dei locchi.

Il sottinteso amaro che anima queste pagine e anche il proposito di raccoglierle è concentrato nel titolo, C’era una volta Bisceglie, che mitizza il nostro paese come una fiaba e insieme come una storia che non c’è più. Tante volte ho sperato di sbagliarmi e di attribuire alla mia partenza e alla mia lontananza ormai quarantennale, la sensazione di un paese che non c’è più. Ma troppe volte ho la percezione che Bisceglie come realtà viva, con un passato e un futuro sia ormai sbiadita se non estinta anche negli stessi biscegliesi. Ridotta a location, a domicilio secondario rispetto alla cittadinanza globale nell’età contemporanea. Non abbiamo più un paese ma un account.

A volte mi sembra che Bisceglie sia sparita e quel che resta è solo la sua parvenza, un’orma, come la pedata dei Santi, o una traccia residua, ravvivata dai ricordi. Spero di sbagliarmi e non vorrei sbagliarmi di sperare.

MV, 23 ottobre 2019

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