E Giggino restò solo

di maio

Alla fine non è lui il peggiore dei grillini, gli va dato l’onore delle armi. Luigi Di Maio è un ominarello, come si chiamano a sud i ragazzi che si vestono da grandi o si danno l’aria di essere già adulti. Sempre vestito d’ordinanza, come se andasse a un colloquio d’assunzione per venditori, Di Maio ha rappresentato l’anima istituzionale del Movimento 5stelle, come Alessandro Di Battista rappresenta l’anima emozionale e Grillo l’anima irascibile e Casaleggio l’anima contabile. Ma poi è stato scavalcato da Giuseppi Conte, il Conte Fregoli, il trasformista delle isittuzioni. Io me lo vedo a Giggino fra trent’anni rivendicare la rivoluzione o la reazione, la destra o la sinistra, il centrismo o l’estremismo, con pari convinzione, a seconda delle circostanze.

Nei suoi viaggi all’estero e nei Palazzi lo abbiamo visto vestito da sposino sceso dalla torta nuziale, col suo abitino, la sua camicina della fortuna, la sua cravattina d’ordinanza, la sua borsona da grande, che camminava per le strade. Avevi l’impressione di assistere a un gioco di simulazione, come quelli che fanno i bambini quando imitano i grandi e dicono: facciamo che io ero uno statista. E via con la fantasia. E invece facciamo che io ero il capo della rivoluzione, gli fa eco un compagno di giochi, Ale Di Battista. Gigino gigetto gioca che incontra Trump e poi il presidente della Cina e l’imperatore del Giappone, il pascià indiano e l’emiro arabo. Che sono, come lui stesso ha detto, “i miei alter ego”, e tutti l’hanno preso in giro dicendo che voleva dire i suoi omologhi, e invece voleva dire proprio alter ego: perché quando un bambino gioca si sdoppia in tanti alter ego, gioca a fare l’indiano e il sultano, si veste da samurai e si trucca da cinesino.  Non si fila nemmeno la Merkel, perché lei è solo cancelliere, non è manco pretore. Giggino s’illumina d’immenso, come disse un poeta ungherese o ungheretto, non ricorda bene come si dice. Il suo ego si gonfia e incorpora l’alter ego, diventa Giggino sparaminpetto, come dicono a Napoli e nel suo hinterland che dette i natali al futuro statista. Ma cosa avrà mai in quella borsona che si porta sempre insieme? I giochi della Clementoni, la merendina della mamma, il sussidiario, il gatto con gli stivali?

A me questo giochino divertiva, e pure lui, fabbricato da Mastro Peppetto lo guida come Grillo Parlante. Solo che in tutto questo gioco c’è un punto di verità dove c’è poco da scherzare: quell’ominarello è realmente il ministro degli esteri, in carica. Qui il gioco finisce, il divertimento cessa, la simpatia per il piccolo che si crede grande muta in dramma nazionale. Ma vi rendete conto? Un pupetto con quella biografia mirabilmente riassunta dal governatore di Campania, il mitico Vincenzo De Luca. Finché si scherza va bene. Ma capite in che situazione è l’Italia, in che manine è finita?

Torno al guaglioncello di cui sopra, che ha fatto la prima comunione a Montecitorio e la cresima al Congresso americano. Lui gioca, ripete tutto serio le parole che sentiva dai grandi, fa il verso ai Craxi e agli Andreotti, gioca a fare lo statista. Ma il paese di Pulcinella che un tempo di chiamava Italia rischia di trasformare un gioco infantile in realtà di governo. Centocinquanta il Giggino canta, casca la terra e tutti giù per terra…

MV, 23 gennaio 2020

 

 

 

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