Eugenio e Indro, vite parallele ma non tanto

Oltre a competere con Dio e con Platone (non solo per via de la Repubblica), Eugenio Scalfari riconobbe un solo paragone in terra: Indro Montanelli. Fu il suo rivale nella lotta al trono di Re del giornalismo. La morte di Eugenio anticipa di qualche giorno l’anniversario della morte di Indro. E forse è un necrologio istruttivo capire l’uno attraverso il paragone con l’altro.

Entrambi si dissero liberali, anche se Scalfari fu radicale, progressista e di sinistra e Montanelli fu anarchico, conservatore, e di destra. Entrambi furono fascisti fino a quando il fascismo imperò, furono monarchici fino a quando c’era il re, furono laici e non credenti, salvo ricredersi post mortem. Entrambi furono contro Berlusconi, dopo aver trescato col Cavaliere, e contro “questa destra”, elogiando la destra che non c’è. Entrambi furono vanitosi: ma Indro era istrione e gigione, con la g trascinata del fiorentino, Eugenio era un self made god, un dio fatto da sé, con pretesa carismatica e tanta boria che lo stesso Scalfari traduceva altezzosamente in “albagia”. Entrambi ebbero una vita privata diciamo sdoppiata, ma questo c’interessa meno.

Indro ebbe due armi supplementari per rafforzare il suo giornalismo: un’arma bianca e piccola, detta ironia, che esercitò spesso e poi codificò nei suoi controcorrente, e un’artiglieria pesante e dalla lunga gittata, che fu la sua storia d’Italia, un filone copioso e redditizio. Eugenio invece ebbe due armi d’altro tipo: l’artiglieria pesante dell’economia, da cui proveniva e in cui guazzò a lungo, traendone gran profitto, e da ultimo, il fioretto della filosofia, con sfumature prima letterarie, poi teologiche nella sua estrema fase papista.

Ma la grande differenza in fondo restò l’uso di mondo. Indro venne a patti col mondo ma se ne tenne alla larga, Eugenio lo frequentò e pretese di guidarlo. Montanelli si fece direttore in tarda età ma restò un solista; Scalfari nacque direttore e fu papa laico. Con Montanelli il giornalismo si fece arte, con Scalfari si fece esercizio sul potere: per colpire, affondare, pilotare, sostenere. Indro puntava all’opera d’arte, Scalfari all’opera pubblica, nel senso che voleva essere il regista dello Stato. Probabilmente chiamò il suo giornale la Repubblica perché si sentiva il presidente in pectore, ad honorem, for ever. Come disse una volta Silla, Scalfari voleva il potere su chi aveva potere.

Il metro venale per misurare la statura dei due è economico: quando Montanelli lasciò Il Giornale che aveva fondato, ricevette da Berlusconi, se non ricordo male, 60 milioni di lire, una normale liquidazione. Quando Scalfari lasciò la sua Repubblica nelle grinfie di de Benedetti, ricavò 93 miliardi di lire. Capite la differenza tra i due. Scalfari ci sapeva fare, era un impresario della carta e un imprenditore di se stesso; Montanelli non era un don Chisciotte, i suoi calcoli se li faceva ma i suoi proventi erano soprattutto i diritti d’autore. Perciò non aveva torto a dire che il suo vero editore era il lettore.

Ma di lettori Eugenio ne ebbe tanti più di Montanelli. Partito con l’idea di fare un giornale d’élite, rimasta tale anche quando primeggiava nelle vendite, con la boria di far parte degli happy few, i pochi felici del club del Mondo, snob e scostante, Scalfari fece un giornale che contese il primato al Corriere, e a volte lo scavalcò. Montanelli che voleva fare un giornale chiaro, comprensibile, non intellettuale, che si faceva capire da tutti e si rivolgeva alla borghesia del nord, in particolare, ebbe invece numeri di lettori più ridotti, benché dignitosi. Fu il suo cruccio ma c’era la spiegazione: la borghesia, quella che leggeva e comprava i giornali, nel salto di generazione, si era spostata a sinistra, era diventata, come si usa dire, radical chic, e dunque riconosceva il suo Padre fondatore in Scalfari. E poi, diciamo un’amara verità: i lettori del Giornale provenivano dal ventre moderato e conservatore del nostro Paese, seppur accampato nella balena democristiana, ma quel popolo legge poco, e se leggeva preferiva i rotocalchi pop, coi reali, le attrici e i cruciverba (che Berlusconi portò poi nella sua tv d’intrattenimento). Scalfari invece intercettava il popolo della sinistra esodato dal comunismo, un tempo lettori militanti de l’Unità, che erano molti di più di quelli che leggevano Il Popolo democristiano e paraggi. Scalfaro fondò la nuova sinistra oggi dem: liberal, radical, progressista, fighetta. Montanelli invece preferì il pubblico esercizio di schizofrenia: sono di destra ma siccome la destra in campo non mi piace, mi turo il naso e voto Dc o suoi alleati. Era un modo anche per non rompere coi poteri e coi governi.

C’era un’altra differenza, almeno iniziale, tra i fan di Eugenio e i tifosi di Indro: il target scalfariano era sessantottino, anagraficamente più giovane di quello borghese e anzianotto del Giornale montanelliano. Ora non è più così.

Montanelli vantava come suoi fratelli maggiori Prezzolini, Longanesi e Guareschi, che da vivi fece a volta finta di non conoscere per non sentirsi bollato “di destra”; Scalfari, oltre i precursori, si ritenne l’erede di Mario Pannunzio e il compagno di banco di Italo Calvino. Montanelli si lasciava sedurre dall’intelligenza, anche quella luciferina di Andreotti. Scalfari era troppo dentro il gioco dei poteri per poter ammirare con distacco l’intelligenza di chi non era dentro il suo disegno. Gli preferì De Mita. Anche tra i comunisti, Montanelli dialogava con Fortebraccio, spiritoso corsivista dell’Unità; Scalfari invece trescava con Berlinguer, il segretario.

Di Indro restano i suoi scritti; di Eugenio restano i suoi prodotti. Montanelli apparteneva alla razza pennuta dei Longanesi, dei Malaparte, dei Guareschi. Scalfari alla razza dei padreterni, che non potendo guidare il mondo, lo impaginava nei suoi giornali e diceva ai mortali cosa fare.

La Verità (17 luglio 2022)

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