Ferragosto è un ordine

Non abbiamo fatto in tempo a congratularci con noi stessi, popolo maturo e modernizzato, che ormai in agosto ha adottato le partenze intelligenti, scaglionate, alla chetichella. Non abbiamo fatto in tempo a osservare che è finito il tempo dell’esodo, con la chiusura universale il primo agosto, le fabbriche chiuse e le code pazzesche ai caselli, agli imbarchi e lungo la via. Non abbiamo fatto in tempo ad adottare slogan rassicuranti e formule esorcistiche del tipo “traffico intenso ma scorrevole”, partenze differite e diluite lungo più giorni divise tra alba, pomeriggio, sera e notte. Non abbiamo fatto in tempo a sentire i sociologi che raccontavano com’è cambiata l’Italia, niente più ferie tutte in una volta, tre settimane consecutive al solleone alla pensione Gina, più sdraio e due lettini, ma al loro posto brevi incursioni spalmate lungo tutta l’estate, civetteria elegante di restare in città ad agosto, preferendo muoversi piuttosto a giugno e a settembre, quando i prezzi calano, la gente pure, c’è meno ressa e si gode di più l’aria e il paesaggio. Ah, come siamo diventati furbi, ci dicevamo rallegrandoci, adottiamo la guerriglia vacanziera, non più la vacanzona massiccia e uniforme come la leva di massa; quant’è volgare agosto, quant’è triviale, arcaico, muoversi in quel mesaccio sudaticcio e popoloso. Le grandi industrie hanno smesso di scrivere l’agenda nazionale: quando chiudono i loro cancelli non va in ferie il mondo, ma solo una piccola porzione di superstiti. Cancellati da un’Italia individualista e postindustriale che va in vacanze asimmetriche, sguscianti e improvvisate, brevi e ripetute.

Poi ti svegli a Ferragosto e per uno strano gioco del destino decidi per conto tuo di arrenderti nelle stesse ore dello stesso giorno, al Generale Estate, all’Imperatore Agosto (che come è noto deve il suo nome proprio a un imperatore, a dimostrazione di quanto imperativo sia il suo ordine di sgombrare dalle città). E in poche ore miseramente salta l’Italia emancipata e scafata, furba e moderna, che sa far le ferie senza Ferragosto. Le ferie scaglionate si scoprono d’un tratto ferie scoglionate, per via delle noiose attese ai caselli e agli imbarchi, aggravate dal Terrorismo. Così gli italiani scendono con le mani alzate e la bandiera bianca dalle loro città assediate dal Ferragosto, si vanno a costituire al più vicino casello autostradale, accettano la deportazione in massa nelle code ataviche di agosto, come i loro padri 40 anni addietro. A far da cornice a questa resa di massa alle vacanze dementi c’è l’onda soave e ormai rituale di incendi boschivi per allietare il clima e il tepore delle giornate. Le mode, le tendenze, pardon i trend, i teoremini sulle vacanze intelligenti nulla possono difronte a Madre Natura e le sue scadenze. Non c’è dandismo d’agosto in città che possa resistere al Calendario: anche se non fa caldo, lui dice che il sole fa la parte del leone e sbrana i corpi, sfessa le menti. Dunque non resta che il mare; sì, anche il venale, pacchiano mare d’agosto.

Visto che ci siamo, spariamoci una bella festa patronale, la banda del paese, il torrone e lo zucchero filato, la granita o lo spumone ai tavoli, il ventaglio e gli aloni sotto le ascelle. Ci siamo meritati l’ingorgo e la fila: pochi telepass molti teleferm, la civiltà dell’automobile non è finita. Come l’analfabetismo di ritorno, c’è pure l’ingorgo di ritorno, un colpo di coda del passato che non vuole passare. E chi va in ferie, lo dice la parola stessa, diventa feroce.

MV, 15 agosto 2019

 

 

 

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