Forza Raggi, torna a studio

Autodenuncia di fine anno. Confesso, sono tra quelli che al ballottaggio per il sindaco di Roma un anno e mezzo fa si espressero in favore della Raggi.

Mea culpa, mea grandissima culpa. In partenza, il ragionamento, anzi il raggionamento con le due gg di Raggi, era sensato e privo di pregiudizi: sappiamo come hanno mal governato Roma i suoi predecessori, li abbiamo testati sul campo, abbiamo le prove da Marino in giù della loro inettitudine.

La Raggi, perlomeno, è un’incognita, pensavamo; loro sono invece una certezza acclarata. Meglio lei che loro, i piddini in versione radical che le contendevano l’amministrazione capitolina.

La Raggi, poi, è un’energia fresca, dicevamo allora, ha il vantaggio di non provenire da pregiudizi ideologici, è estranea al politically correct e all’antifascismo militante, proviene da un altro pianeta, è una marziana, ha il dono della verginità politica. Ha il candore dell’inesperienza, la buona fede dei neofiti, l’innocenza degli estranei, tanto vale provare con lei.

Male che vada, sarà come i suoi predecessori.

E invece la Raggi è riuscita nel miracolo di essere peggio di loro; ce ne voleva, ma ce l’ha fatta. E di rendere una città già sporca, inefficiente e inguaiata, sporca come mai prima, più inefficiente e inguaiatissima.

Una città piena di buche, coi sanpietrini in rivolta. La sua giunta ha traballato come non era mai accaduto prima, nemmeno ai tempi turbolenti dello sciaguratissimo Marino. Il turn over di assessori lo dimostra.

E la sua estraneità al catechismo ideologico, la sua “virginità” politica, è stata subito smentita; la furbetta, per farsi accettare o quantomeno per attutire gli attacchi ricevuti da media e istituzioni, si è allineata al politically correct e alle sue fake news, si è dichiarata antifascista e ha sfilato da partigiana d’occasione contro l’onda nera in agguato, ha seguito tutti i più beceri canoni ideologici e bioetici imposti dal Conformismo di regime.

Con l’aggravante di non averci mai creduto.

Persino la Boldrina che li cavalca tutti, almeno un po’ di crede, ha uno straccio di buona fede. Virginia no, è solo una furbata per compiacere la Repubblica, i poteri mediatici e istituzionali, il conformismo su prescrizione. Altro che grillina rivoluzionaria, anti-sistema; è pronta a fungere da tappetino spelacchiato.

I primi tempi abbiamo sospeso il giudizio, riconoscendole l’indulgenza degli inizi; poi alle prime cavolate abbiamo cominciato ad attaccarla ma circoscrivendo la critica agli errori specifici, ritenendo che fosse sotto attacco mediatico.

È come Bambi, dicevamo a sua discolpa o come attenuante generica, è un capriolo smarrito, spaventato dagli impallinatori. L’anno scorso di questi tempi, aveva solo sei mesi di sindacatura, troppo presto per esprimere verdetti definitivi.

Ma ora che siamo ai bilanci di fine anno, e la Raggi ha compiuto un anno intero dopo il semestre di rodaggio, possiamo dirlo a ragion veduta e senza paraocchi o pregiudizi: la sua esperienza è stata fallimentare.

Visto il disagio e il degrado in cui versa Roma, a partire dal centro storico, visto il suo allineamento furbo al becerume nazionale e al conformismo imperante, perché dovremmo tenerci a questo punto la Raggi? Che sparisca in fretta, con l’anno nuovo, la disastrosa fatina dei 5stelle. Al prossimo incidente di percorso.

Che torni a fare fotocopie allo studio Previti, come dicevano i suoi detrattori. Piuttosto che essere lei stessa una fotocopia illeggibile e sbiadita di chi l’ha preceduta.

MV, Il Tempo 29 dicembre 2017

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