Gli schiavi del pomodoro

Li ho visti l’altra mattina nelle campagne del Tavoliere, decine di braccianti neri, lucidi e piegati sotto la calura a raccogliere i pomodori. E li ho rivisti ieri nelle immagini quei dodici corpi uccisi in un incidente dopo una giornata di fatica. Non sarà razzismo ma questa non è schiavitù, mi ha detto qualcuno? Si, sarà schiavitù, anche se si tratta di persone giunte qui di loro volontà e per loro volontà ingaggiate. La schiavitù classica era fondata sulla costrizione, quella dei nostri giorni è fondata sulla disperazione che è poi una speranza inacidita, quella di trovare salvezza lontano dai loro paesi, da noi. Ma le condizioni di ingaggio, di lavoro e di vita di quei braccianti sono davvero oltre i limiti della schiavitù. Conosco le accuse allo sfruttamento, al caporalato, alle paghe assurde e minime che ricevono per spaccarsi la schiena a racimolare pomodori. E d’impulso vorrei dar ragione a don Ciotti che chiede di far funzionare la legge sul caporalato e pretende diritti, dignità e giusta retribuzione per loro. Ma quando ho cercato di tradurre nella realtà la predica mi sono imbattuto in un’amara sensazione che chiamerò di pietà impotente, o carità impraticabile. Si può fare qualcosa contro il racket e nei collegamenti con la mafia; o sui mezzi di trasporto e sui soldi che succhiano ai braccianti per trasportarli come bestie in campagna. Ma alla radice il problema resta.

Dunque, ragioniamo. La frutta in questi giorni sui mercati pugliesi era scesa a cifre ridicole, un chilo di albicocche trenta centesimi, e così i pomodori. A raccoglierla con questi prezzi non conviene, se non tramite la paga da fame per il bracciantato. È per questo che gli italiani non ci stanno; c’è poco da fare crociate contro i meridionali sfaticati che non vanno a zappare e a raccogliere, non si può per cifre così irrisorie andare all’inferno.

Ma se pretendi che quei braccianti, indigeni o stranieri, prendano compensi decorosi e in linea con lo statuto dei lavoratori, alle aziende, ai proprietari terrieri, a chi volete voi, l’impresa chiuderebbe, andrebbero in perdita. Non puoi pretendere di raddoppiare, triplicare i prezzi dei pomodori, senza assistere poi al fenomeno seguente; arrivano da altre parti a prezzi più bassi, laddove i salari sono ancora infami e dunque possono produrre con costi minimi. E allora le soluzioni che restano sono due: i pomodori non si raccolgono più, e così la frutta che costa poco sui mercati, i terreni vengono espiantati, come è accaduto per esempio agli agrumeti in Sicilia e vengono utilizzati per altro. Il deserto, e la frutta viene dall’estero. Così restano a terra imprese agricole, braccianti e coltivatori diretti. Oppure subentrano le macchine che evitano il bracciantato, la campagna si modernizza, non ci sono più schiavi, ma i migranti suddetti passano dal sublavoro al nulla. L’alternativa per lo schiavo è non trovare nemmeno quel sottolavoro, senza dignità, e dunque fare la fame, o pretendere che il welfare state funzioni per loro, a nostro carico. O, terza soluzione, rimandarli nei loro paesi d’origine. Questa è una tragedia perché non ha soluzioni. Arrivo a dire che se si trattasse di qualche migliaio di migranti uno stato compassionevole, pur indebitato come il nostro, potrebbe anche integrare la paga con una indennità o con altri sostegni. Ma come fai a mettere un numero chiuso alla carità con i preti, i papi, le agenzie umanitarie, gli speculatori del traffico di umani, che ti stanno addosso e ti chiedono di aprire a tutti? Come fai a dire che il diritto è riservato solo a questi, quando sai che fuori premono in milioni, forse in miliardi che aspirano a venire da noi.  E quando chiedi in che modo, Bergoglio ti risponde col miracolo della moltiplicazione dei pesci e dei pani. Ma chi è in grado di ripetere il miracolo divino?

Per questo io dico che la pietà è impotente. E lo dimostra l’ultimo spartacus che ho letto ieri, l’attore dauno Michele Placido, che dedicò un film, Pummarò, alla piaga del bracciantato e del caporalato. Qual è la soluzione, chiedono a Placido in un’intervista uscita ieri. Ecco la risposta: “Non facendo spegnere subito i riflettori su questi incidenti e su altri problemi di queste persone. Ricordandoli anche nel lavoro che hanno fatto: grazie a loro mangeremo scatole intere di pomodori”. Traduco: la soluzione è fare dibattiti, denunciare, fare cortei e comizi, fare film e spettacoli sul tema. E quando mangi i pomodori ti devi ricordare che grazie a loro ti stai facendo la pummarola. Cambia qualcosa per loro, gli schiavi? Nulla. Non ci resta che fuffa, con un’appendice maliziosa. Non potendo risolvere il problema, ci limitiamo ad agitarlo: così i poveri schiavi restano tali o in alternativa disoccupati, e chi invece trova qualcosa da fare sono i politici, i sindacalisti, la stampa, i cineasti, che campano sul problema denunciandolo, senza poterlo minimamente risolvere. Così i caporali, ora in gran parte neri, puoi pure cacciarli, spezzare il loro racket e magari affidare il reclutamento a sindacati, preti e affini. Ma a parte i dubbi criteri di reclutamento in mano a questi selezionatori, se non riesci a migliorare le condizioni lavorative raddoppiando le paghe o il personale, non hai fatto nulla. E questo non puoi farlo, perché altrimenti l’impresa non vale la spesa. Ecco perché il film di Placido è di 28 anni fa e stiamo ancora a parlare di questo, nonostante tutta l’attenzione, i fari accesi, i governi di sinistra, i registi e le anime belle che quando mangiano il pomodoro rivolgono un pensiero commosso agli schiavi. O per protesta preferiscono la pasta in bianco, magari al tartufo.

MV, Il Tempo 8 agosto 2018

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