I tre più due stelle

Quando vedi Fico hai quasi l’impressione che sia come rintronato, ma quando poi lo senti parlare ne hai la certezza. Una figura spaesata, insulsa e inadeguata, in ficoterapia permanente, diventa agli occhi della sinistra un salvatore e un liberatore, la possibile chiave per scardinare il governo gialloverde e aprire una breccia da cui insinuarsi. Il Fico di Troia, come il mitico Cavallo.

Fico si fece conoscere appena fu eletto, facendo il verso alla Boldrini, ripetendo a pappagallo il suo antifascismo. Fu lui poi il ponte per la trattativa abortita col Pd, verso cui tifava. Poi si distinse per indifferenza all’amor patrio in più occasioni, che plasticamente figurò con le sue mani in tasca mentre in una cerimonia ufficiale gli altri intonavano sull’attenti l’Inno nazionale. Spiccò per senso storico quando propose per fronteggiare le gang a Napoli addirittura un piano Marshall (tuppé tuppé Maresciall).

Ora la sua sparata in difesa delle Ong e dei porti aperti mentre il governo è impegnato nella difficile battaglia di frenare le Ong e il loro traffico di migranti, è un atto di boicottaggio che non può essere sbrigato solo con la dicitura “parla a titolo personale”. La stessa usata per minimizzare la partecipazione del sottosegretario grillino Spadafora a un gay pride, in aperta polemica col suo ministero della famiglia. Lascio da parte i gossip omo-personali su alcuni esponenti 5stelle e vengo invece al nodo. Davanti all’evidente spaccatura dei 5stelle in 3+2 stelle, siamo sicuri che si potrà sempre arginare ogni dissenso col mantra “parla a titolo personale”?

E poi, fosse la sortita di un militante della rete, un grillino qualsiasi, si può capire, ma la terza carica dello Stato, il presidente della Camera, o un viceministro e uomo di fiducia di Di Maio, sono segnali ben più gravi. Vero è che il Movimento è sgangherato, si fa pure i referendum-autogol sulla rete, da cui risulta che Fico è in minoranza e i sostenitori e fruitori dei vitalizi sono in larga maggioranza. Vero è che non avendo una storia, una cultura politica o civile, un’ideologia, ed essendo nati dal Vaffa, dalla pernacchia e dal rancore e l’invidia sociale, non hanno una linea a cui attenersi, vagano random. Però il problema è serio e rischia di far deragliare il governo, anche perché c’è un tifo da stadio e un pressing pazzesco degli apparati turbo-mediatici in favore di chi sgarra e di chi difende migranti, gay e compagnia cantante. Si viene glorificati seduta stante; e questo, soprattutto per le nullità, è un premio allettante.

I grillini in realtà non sono divisi tra una destra e una sinistra: ma tra una componente realista, pragmatica, che attacca il ciuccio dove capita e conviene, e un’ala tardo-sessantottina, molto tarda, che quando vuole aromatizzare la rabbia e il rancore originari, usa il gergo radical-papal-umanitario e sfoggia idealismo correct. La prima linea è capeggiata da Di Maio, la seconda ficheggia qua e là, ma non è riconducibile ar Che de noantri, Diba. Che in realtà interpreta l’ala romantico-integralista, l’ala rivoluzionaria, movimentista e anti-sistema, ma non de sinistra o filo-Pidì. Insomma tra migranti e primato nazionale, bioetica e gay, no-tav e opere pubbliche, i grillini sono più che divisi, spaccati. Sfascisti ma sfasciati.

A far la sintesi dovrebbe provvedere la Stella Polare o la Stella Cometa del Movimento, vale a dire il Capo Carismatico e il Fondatore. Ma Grillo, da quello straordinario fantasista che è, mal sopporta il ruolo di Moderatore. Quando presentò il governo nascente, li guardò tutti insieme, poi si mise le mani nei capelli e confidò in Dio. Ha fatto sparate, dall’Ilva ai parlamentari da sorteggiare, che non sono proprio un assist ai 5S. E tantomeno lo è stata la sua (ragionevole, a questo punto) proposta di smantellare la Rai e ridurla come la Bbc a una sola rete senza pubblicità. Insomma Grillo è tutto meno che un paciere e un mediatore. Vedrete, da un momento all’altro sbotterà…

E allora che succede? Intanto si ragiona di sortilegi. Qual è la maledizione di Tutankamon che spinge i Presidenti della Camera a rendersi improvvisamente autonomi e ostili rispetto ai loro mandatari? Quale dio beffardo toglie il ben dell’intelletto ai presidenti della Camera, nomina tali quelli che vuol perdere, montandogli la testa?

Di Maio pensa di poter salvare l’unità proiettando il Movimento sul programma e sui redditi e pensioni d’inclusione: ma sapendo quando sia difficile realizzarli, quei temi irrisolvibili possono al contrario far esplodere il movimento e spaccarlo. Basterà tenere buona la base offrendo alla platea arrabbiata qualche trofeo di vendetta sociale, il vitalizio tolto a Tizio, la pensione d’oro minacciata a Caio? Nuocere a pochi costa meno che giovare a tanti. E si cerca quasi di far passare l’idea che con un risparmio di 40 milioni di euro (Fico dixit) sarà possibile investire 80 miliardi di euro per raddrizzare il Paese… Così, non potendo far star bene chi se la passa male, si accontenteranno di far star male chi se la passa bene.

MV, Il Tempo 2 luglio 2018

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