Il camerata Indro

Non saranno contenti i montanelliani dell’ultim’ora che ne hanno monopolizzato la memoria di sapere che a ridosso dell’anniversario della nascita di Indro, domenica prossima, è uscita una raccolta di suoi testi molto imbarazzante. Si tratta dei reportage che Montanelli dedicò sul Corriere della sera al fascismo in Romania e al mitico Capo delle Guardie di Ferro, Corneliu Zelea Codreanu. Sono articoli elogiativi dello squadrismo romeno e del suo Capitano, descritto da Montanelli come un dio dal naso greco e dagli occhi turchesi, puro e ascetico come un poeta e un iniziato che opponeva la campagna alla città, lo spirito al denaro, la spada all’usura.

L’imbarazzo è triplice. Perché sono articoli di schietta intonazione fascista occhieggianti all’antisemitismo, perché sono apparsi sul Corriere della sera, e perché risalgono all’epoca in cui l’Italia era già in guerra, quando si dice che Montanelli si fosse convertito all’antifascismo. Li pubblica una casa editrice fuori dalle righe, le edizioni di Ar (Da inviato di guerra, 12 euro) a cura di Claudio Mutti. Il fascismo delle camicie verdi romene, per le vulgate antifasciste, è un fascismo al quadrato, radicale, cristiano, nazionalista e antisemita. Ne scrisse con entusiasmo Julius Evola, che incontrò di persona Codreanu e sottolineò il tratto spirituale usando le sue stesse parole: il fascismo si cura del corpo, cioè dello Stato, il nazismo del sangue, e noi, Guardie di ferro, dello spirito.

Il movimento di Codreanu attirò grandi intelligenze come Mircea Eliade ed Emil Cioran, ebbe un grande consenso popolare e di contadini; ma il suo Capo fu ucciso strangolato insieme a molti suoi camerati, dalle bande del dittatore Antonescu. In un reportage del 3 agosto 1940, Montanelli descrive quel che sta succedendo in Romania dopo la strage di Codreanu e dei suoi militi, in questi termini: “Gli “dei” se ne vanno. Un torbido mondo di furbi ebrei, di inglesi intriganti, di francesi accaparratori, di falsi giornalisti, di banchieri senza scrupoli e di politicanti è in via di liquidazione”. L’espressione “gli dei se ne vanno”, dice Montanelli, gli è stata suggerita da un militante della guardia di ferro “mio amico”. Indro critica la buona società romena, i radical chic del tempo, “composta per un buon cinquanta per cento da ebrei”. Ma ora “la cricca giudaica”, annota Montanelli è in via di liquidazione…

Montanelli ha più volte sostenuto che si era allontanato dal fascismo già nel ’38, l’anno delle infami leggi razziali. In realtà, un altro libro che raccoglie i suoi reportage dall’Albania, datato l’anno seguente, conferma che il suo legame con il regime non era cambiato. Per quei testi, non a caso, Montanelli ricevette sovvenzioni dal Minculpop, il ministero che curava la cultura popolare e la propaganda di regime. Quel libro, Albania una e mille, è uscito di recente in Albania ma da noi si guardano bene dal ripubblicarlo. Ma questi reportage dalla Romania sono in piena guerra, con l’Italia già entrata in campo a fianco della Germania nazista. Nessuno nega la sincerità e la legittimità della conversione antifascista di Montanelli, ma resta una sola ombra: se il cambiamento di idee coincide col cambiamento di fortuna delle idee professate, è lecito nutrire qualche diffidenza.

Ma il discorso da fare è un altro. Comunque lo si giudichi, Montanelli è stato un gigante del giornalismo, forse il più grande. La sua attività si può grosso modo scandire in tre fasi: un decennio iniziale, all’ombra iniziale di Berto Ricci, da fascista intrepido e rivoluzionario, antiborghese e bellicoso. Poi un lungo cinquantennio di glorioso giornalismo disincantato, moderato e conservatore, in cui perse i tratti arcitaliani per assumere quelli antitaliani, ma nel senso di Prezzolini e non di Bocca, per intenderci. In quel mezzo secolo c’è sempre il Corriere della sera, ma c’è anche il Borghese con lo pseudonimo di Antonio Siberia, ci sono i libri con Longanesi, c’è la frattura col Corriere di cui Indro contesta la deriva sinistra e sessantottina. E la fondazione a 65 anni suonati de Il Giornale, il ventennio alla guida del quotidiano su posizioni di criptodestra, a fianco della maggioranza silenziosa e anticomunista e poi del mondo liberal-conservatore, salvo turarsi il naso e votare Dc. E turarsi le orecchie e avere Berlusconi come editore “liberale” per tanti anni. Infine, gli ultimi sette anni di vita professionale, dopo la rottura con Berlusconi, l’abbandono forzato dal suo Giornale e la nascita, o se preferite l’aborto, de la Voce.

È lì che avviene la svolta. Il Montanelli detestato per una vita dall’episcopato di sinistra, silenziato e vilipeso dai radical e dai marxisti, ignorato perfino dal suo Corriere quando fu gambizzato dai terroristi rossi, diventa un’icona dell’antiberlusconismo, uno di destra che spara contro tutte le destre, e quindi diventa il Montanelli beniamino che siamo costretti a sorbirci ormai da diciassette anni in tutte le pubbliche rievocazioni. Non c’è spazio per nessun altro Montanelli visto da destra o semplicemente non allineato alla vulgata dominante.

Ecco il Montanelli ogm, pastorizzato e scremato. Ora, non nego dignità anche all’ultimo, ormai ultraottantenne Montanelli, e ritengo che anche quel finale faccia parte degnamente della sua vita, anche se ho un’idea diversa del suo dissenso da Berlusconi (credeva che la sua discesa in politica sarebbe stata un fallimento clamoroso che avrebbe trascinato anche il Giornale). Ma non si possono ridurre settant’anni di giornalismo agli ultimi sette, cancellare il decennio fascista e rimuovere il cinquantennio conservatore, e giudicare tutto Montanelli alla luce dei suoi ultimi sette anni quando diventò un’icona della sinistra di regime. È una porcata, direbbe Indro.

MV, Il Tempo 20 luglio 2018

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