Il pensiero vivente degli dei

“Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee”: la recensione di Davide D’Alessandro per Il Foglio

Chi ha letto tutti i libri di Marcello Veneziani sa che Nostalgia degli dei, edito da Marsilio e da ieri in uscita, non è diverso dai precedenti, poiché tutti li porta in grembo, ma è nuovo nel senso che rinnova, dà nuova vita a un pensiero vivente mentre tutto par che declini. Così, una visione del mondo in dieci idee, come recita il sottotitolo, è un richiamo a parole finite chissà dove, eppure capaci di generare un nuovo inizio, una nuova trama cui affidare un film che sembra già visto, in realtà ancora da vedere e da scoprire. Certo, esistono tracce, percorsi già battuti, pellicole consunte, ma la meta riserva sorprese a chi decide di mettersi in cammino recuperando carte smarrite. Dov’è finita la Civiltà? E la Patria? E la Famiglia? Vi suggerisce ancora qualcosa la parola Comunità? E la Tradizione, che ne è della Tradizione? E il Mito? È rimasto sepolto tra le pagine di antichi libri di storia e filosofia o è vivo e lotta insieme a noi, il Mito? Come il Destino. Come l’Anima. C’è ancora spazio per l’Anima? E Dio? Avete smesso di interrogarvi su Dio? E sul Ritorno? Che cos’è il Ritorno?

Sono le dieci parole-idee, i dieci dei ai quali Veneziani affida il pensiero antico e nuovo: «La nostalgia degli dei non è un sentimento romantico che rimpiange l’età dell’oro e il mondo perduto ma è un pensiero che torna all’origine e risale alle forme, alle fonti, agli archetipi della nostra mente. Liberiamo gli dei dal racconto mitologico e dalle raffigurazioni arcaiche in cui sono avvolti. Proviamo a risalire alla loro scaturigine, all’essenza del numinoso e al suo inevitabile, elementare richiamo che esercita sulla mente. Urge un pensiero vivente, in grado di trasformare la vita di coloro che lo accolgono».

Vi è una mancanza da colmare, un senso di vuoto da riempire, una vita fredda da riscaldare. Le dieci parole-idee sono «gli dei di cui nutriamo nostalgia, i numi tutelari che sentiamo mancare o vacillare nella vita presente, gli stessi che danno senso, sostanza e lungimiranza alla vita, dalla nascita alla morte, e oltre. Come altro definirli se non dei? Gli dei sono metafore – “un mobile esercito di metafore” come la verità per Nietzsche − figurazioni dei principi, idee che assumono forme simboliche. Forme in senso platonico, non involucri opposti a contenuti, non bucce né solo sembianze. Gli dei sono modelli, parametri e paradigmi oggettivi, superiori o sopraelevati, per non finire prigionieri del contingente e del relativismo soggettivo, senza verità. Sono divinità penultime, non assoluti, proiezioni e protezioni che consentono agli uomini di uscire dal loro guscio e dal loro tempo, di riconoscere i propri limiti e trascenderli, e trovare orizzonti, tutori e aperture oltre la caducità della nostra esistenza. Gli dei fondano l’umanità oltrepassandola, sorvegliano i confini e connettono gli uomini tra loro, la realtà visibile all’invisibile, la terra al cielo».

Gli uomini pensano di poterne fare a meno, di potersi mettere in proprio, ma lo smarrimento non li abbandona e i gusci sono destinati a restare vuoti: «Del resto, la nostra epoca dimostra che quando l’alienazione religiosa tramonta, l’umanità non si riappropria della sua esistenza, della sua consapevolezza e del suo controllo, ma s’ingigantisce l’alienazione stessa, la perdita di sé e del rapporto con gli altri, la realtà e il senso delle cose. A dimostrazione che non erano le divinità a renderci estranei a noi stessi, semmai custodivano la nostra finitudine, davano sicurezza, protezione e proiezione».

Veneziani si serve della filosofia e dei grandi filosofi, del grande pensiero di un passato che non passa, che è lì a ispirarci, eterna fonte di ispirazione. Si serve di Platone, che «Platone – scrive Goethe nella sua Teoria dei colori – sembra agire come uno spirito disceso dal cielo, venuto ad abitare qualche tempo la terra. Non mira a conoscere questo mondo; se n’è fatto un’idea a priori, e soprattutto desidera comunicare agli uomini, che ne hanno così grande bisogno, le verità che egli ha portato dal cielo e che è felice di dare loro. Aspira con ardore a elevarsi per tornare al soggiorno da cui è discesa. Coi suoi discorsi vuol risvegliare nell’anima l’idea dell’Essere unico ed eterno, del bene, del vero, del bello. Il suo metodo, la sua parola sembrano volatilizzare i fatti scientifici terreni».

Veneziani si serve anche della psicoanalisi, ribaltando le osservazioni freudiane o, meglio, segnalando, tra subconscio e superconscio, una direzione opposta alla strada della nostalgia degli dei: «Per la psicoanalisi freudiana la nostalgia degli dei è la nostalgia recondita dei genitori, dell’infanzia, di tempi e paradisi perduti. Osservazione vera quanto il suo rovescio: nei genitori, nell’infanzia e nel tempo andato trasferiamo l’innata nostalgia degli dei, del sacro, dell’origine, del paradiso perduto. L’una è inscindibilmente intrecciata all’altra, in una visione organica del mondo, nelle corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo, tra cielo e terra, umanità e divinità. La psicoanalisi freudiana percorre in direzione opposta il sentiero della nostalgia degli dei. Indaga e porta in superficie il subconscio che abita nei recessi profondi della psiche e mostra le pulsioni oscure, gli istinti sessuali e animali che sono alle origini dei comportamenti umani, delle loro scelte e delle loro paure. La nostalgia degli dei, al contrario, porta alla luce quel che potrebbe definirsi il superconscio, la facoltà superiore che permette di intuire la presenza attiva di energie spirituali, in forma di dei, miti, tradizioni e di connettersi a esse».

Veneziani incontra «gli dei a uno a uno. La dea che connette i popoli e la storia in un disegno armonioso si chiama Civiltà. La dea che collega le generazioni e trasmette le eredità si chiama Tradizione. Il dio che radica in un luogo e in una lingua natia si chiama Patria, evoca il pater ma si coniuga al femminile, come la mater. La dea del legame sociale, consorte e solidale, si chiama Comunità. La dea che lega e procrea nel sangue , dalla nascita alla morte, è Famiglia. Il dio poetante della nostalgia è Ritorno, che evoca l’Origine e conduce il divenire a ritroso verso l’Essere. Il dio incantevole che ci fa vedere il mondo con altri occhi, sotto altra luce, è Mito. Il dio che disegna l’accadere del mondo e assegna la vita si chiama Destino. La dea che alita vita nel nostro petto si chiama Anima. E il Padre degli dei, l’Intelligenza suprema che muove e disegna il mondo, è Dio stesso. Cinque dei, cinque dee compongono questo pantheon. La prima metà del testo è dedicata a cinque divinità che toccano contesti storici, civili, etico-politici; la seconda metà invece è dedicata a cinque divinità che riguardano orizzonti esistenziali e metafisici».

Leggo il libro nella forma digitale, l’ultima schiavitù, per leggerlo prima dell’uscita, in attesa di rileggerlo sulla carta, dopo l’uscita. Anche questa è la prova di qualcosa che rischia di andare perduto per sempre. La carta, come una delle dieci parole, la carta come ultima dea che gli occhi non sentono di poter abbandonare. Chiude Veneziani: «Al posto delle idee e degli ideali trionfa il puro vitalismo, ma un vitalismo senza vitalità, accanito e spento, ossessivo e depresso. Vivere è diventato l’assoluto, rispetto a cui le idee sono d’intralcio. I rischi che comportano le idee, fino all’estrema promessa di «morire per l’Idea», cedono rispetto all’imperativo di vivere a ogni costo. Liberandosi dalle idee e dal loro antefatto, gli dei, asserviamo la vita alla paura di morire e comunque di perderla. La libertà assoluta muta in schiavitù».

Ammetto che su una delle dieci parole-idee, Destino, mi soffermo a lungo, una forza misteriosa mi impedisce di staccarmi, di andare oltre. È notte. Fuori piove. Il passo che segue lo rileggo tre volte. Ve lo propongo come finale perché possiate tenerlo con voi aderendo al destino, senza mai negarvi al destino, per un nuovo inizio, portarlo in grembo, serbarlo, farne tesoro, insieme a tutti gli altri libri di Veneziani che, con Nostalgia degli dei, rimembra e indica, li riattraversa, avvolgendo con le sue parole le nostre speranze: «C’è una condizione più disperante dell’avere un crudele destino: è non avere un destino. L’evento più irreparabile che possa abbattersi su un uomo e su di una comunità è non avere un destino ma solo un’esistenza occasionale, avventata, galleggiare tra la vita e la morte, indifferentemente. Può esistere, può non esistere, non fa differenza. Destino è lo scarto ontologico tra essere e non essere, destino è la soglia inviolabile tra reale e possibile, evento ed eventuale. Il suo contrario è lo sconfinare dell’uno nell’altro nel segno labile della gratuità. Negarsi al destino è scivolare nel regno delle ombre dove tra l’essere e il niente non c’è sostanziale differenza. Senza destino la libertà assoluta coincide col disfarsi, è cupio dissolvi». Il cupio dissolvi che è sempre davanti ai nostri occhi, ma i nostri occhi hanno il potere (sì, voglio scrivere potere, non possibilità!) di volgere lo sguardo altrove, di cogliere, tra le righe e le pagine, la luce per essere, per liberarsi dal niente.

Davide D’Alessandro, Il Foglio 25 gennaio 2019

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