Il Principe, la tecno-finanza e il politically correct

Siamo schiacciati tra lo strapotere della tecno-finanza e l’ossessione del politicamente corretto. L’antidoto ad entrambi è in un autore di mezzo millennio fa, Niccolò Machiavelli.

Il Principe di Machiavelli è l’unico sovrano italiano che abbia conquistato il mondo nell’arco di cinque secoli. Una conquista letteraria, non militare, come si addice a una nazione culturale come l’Italia. Ma in Italia che effetto ha avuto la sua opera? Citata a livello letterario, praticata a livello di cinica ragion politica, raramente assimilata nel suo significato vero: primato della politica, della decisione, della ragion di Stato e dell’amor patrio, nel segno delle virtù repubblicane. Eppure nel Novecento l’opera di Machiavelli fu esaltata da Gramsci e da Mussolini, che ne curò il “preludio” (altre due prefazioni al suo Principe scrissero poi altri due premier, Craxi e Berlusconi). Machiavelli descriveva, non prescriveva, i moventi cinici e spietati. Faceva i conti con la natura umana e le invarianze della storia, senza illusioni. Sapeva, come i Padri della Chiesa, che l’uomo non nasce buono e pio ma egoista e crudele, era il suo peccato originale; poi magari col tempo e l’educazione, si può regolare la cattiveria e renderla perfino fruttuosa.

C’è in Machiavelli un intreccio di cinismo e candore che trova il suo equilibrio nel realismo politico. Cinismo nel valutare l’agire politico e i suoi moventi, rifuggendo i moralismi puritani e le prediche rovinose alla Savonarola; e candore nel ritrovare la purezza nello studio dei classici e nella venerazione umanistica per gli antichi e per la loro visione.

Al centro dell’opera di Machiavelli c’è la patria e la sua concrezione politica e istituzionale, lo Stato; gli uomini ne sono locatari, sovrani provvisori, sudditi. Machiavelli si dice disposto a perdere l’anima per salvare la patria, e di solito ci si sofferma sulla prima frase, dimenticando la seconda. Più volte accostato a Lutero, Machiavelli in realtà indica la via opposta, la preminenza dello spirito pubblico sulla coscienza privata del singolo. E l’etica del fine che giustifica i mezzi, con cui di solito si volgarizza e brutalizza il machiavellismo, è comunque più alta e più rara dell’antimorale dei mezzi che si sostituiscono ai fini. La corruzione nasce quando i mezzi, come il potere e la ricchezza, diventano scopi e pervertono l’agire politico e il bene comune. Il fine trascende i mezzi, ma non sempre li giustifica.

Il Principe, per lui, “non deve partirsi dal bene, potendo; ma saper intrare nel male, necessitato” giacché “uno Principe per mantenere lo Stato è spesso forzato a non essere buono”. Gli uomini lasciati allo stato naturale sono portati alla malvagità; lo Stato assume a livello civile un ruolo analogo a quello della Chiesa in senso pastorale. Ciò era già in nuce in Sant’Agostino, che Prezzolini in un lucido saggio accostò proprio a Machiavelli. Ambedue, pessimisti, concepirono lo Stato come un’auctoritas necessaria per correggere il male di una società allo stato naturale.

Al politico, secondo Messer Niccolò, occorre “una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique”. Da una parte egli sconsiglia l’introduzione “di nuovi ordini” ma dall’altro freme in lui la tensione ideale verso “un omo che di nuovo surga” e “faccia le nuove legge e li nuovi ordini”. Di nuovo surga si tradurrà poi con Ri-sorgimento. In questa chiave scrissi un ritratto di Machiavelli nel mio libro Imperdonabili. Machiavelli esalta il conflitto politico e sociale come motore dell’innovazione e garanzia di libertà. Ma ripudia il conflitto permanente che diviene “cagione della rovina del vivere libero”.

Oggi la sua lezione sarebbe necessaria per uscire dalla politica provvisoria, di cortissimo respiro, che disegna parabole effimere e non lascia tracce. E per entrare nella Grande Politica, che coglie i nessi con la storia, la natura e l’arte, proiettata ad affermare il suo primato, nel nome degli interessi generali e del bene comune, rispetto ai nuovi lanzichenecchi e ai nuovi clericali del nostro tempo: lo strapotere della tecno-finanza e il moralismo del politically correct.

MV, Formiche n.147, maggio 2019

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