Il rimorso di chi votò grillino

Ho incontrato in situazioni diverse quattro elettori grillini. Due di loro sono pentiti, si sentono traditi, delusi, vogliono tornare a votare per cancellare l’errore commesso e riparare ai danni gravissimi dei grillini & C. al governo. Uno dei due ha ammesso solo alla fine di aver votato 5Stelle, tergiversava, se ne vergognava. Ma succedeva anche in passato, con la Dc, con Berlusconi, per altre ragioni…

Uno di loro, il terzo, è rimasto invece fermo sulla sua posizione, non la cambia nemmeno ora che i 5Stelle sono diventati una cosa molto diversa dal tempo in cui li ha votati; guidati da un trasformista e alleati del Partito-Establishment, il Pd, hanno rinnegato quasi tutto. Il quarto vuole salvare il suo onore, ricorda cosa c’era in alternativa e da dove venivamo, ha un giudizio critico sul governo, ma si aggrappa al momento delicato per non trarre subito le conseguenze.

Io li capisco i quattro elettori grillini e non rinfaccerò loro il voto né la loro attuale posizione. Anzi riconosco loro un paio di cose. Volevano ribellarsi al pessimo spettacolo della politica, volevano cambiare pagina, punire il regime, liberarsi di destra, sinistra, centro e tecnici, cacciare i corrotti, la Casta. Quel che incarna ancora oggi Ale Di Battista. Ritenevano il voto ai grillini un voto di protesta, un voto contro; molti di loro non pensavano che sarebbe andato a governare come primo partito. E come protesta quel voto aveva un senso. Dal vaffa a Villa Doria-Pamphili… Altro che vincolo di mandato per i parlamentari, ci vorrebbe per i partiti…

Poi bisogna riconoscere che il loro era un voto populista in buona fede, in alcuni casi con una carica ideale e una voglia di cambiamento reale; solo una parte avrà pensato pro domo sua, al reddito di cittadinanza e altre comodità assistenziali. Venivamo da una serie di esperienze fallimentari, vivevamo male la dominazione eurocratica, volevamo ribellarci ai poteri forti. L’idea di provare una strada nuova, l’idea di puntare sulla verginità, sull’inesperienza era spericolata ma comprensibile. E tuttora quando qualcuno di loro obietta: ma se fossero rimasti Renzi, Monti o Berlusconi, o se fossero arrivati Salvini o Meloni, pensate che avrebbero fatto meglio, avrebbero affrontato meglio la pandemia e la crisi che ne consegue? Domanda ragionevole, dubbio fondato. Anche se personalmente sono arrivato a una conclusione che non avrei mai pensato di dire prima: si, sarebbero stati meglio. Chi? Chiunque tra quelli citati, anzi per farci del male mettiamoci pure, che so, Prodi, Letta, Gentiloni… E andrei ancora indietro ai governi della prima repubblica. Perfino Andreotti… Tanti governi che abbiamo avversato, apertamente e nettamente, ma qui siamo al peggio del peggio, senza termini di paragone. Dopo Conte, di peggio non può esservi che una dittatura o una dominazione straniera. Anzi, non so se siano davvero peggio e soprattutto non so se proprio grazie al suo simil-governo, ci arriveremo.

Ma torno all’obiezione, mi ricompongo e dico: capisco, non c’erano e non ci sono promettenti alternative in giro, non ci sono leadership affidabili, soprattutto se osservi la realtà senza gabbie d’appartenenza. Troppe volte abbiamo detto che peggio di così non si può andare, e invece il peggio c’era, eccome…

Proviamo allora a ragionare, a trarre almeno qualche lezione importante da quel che sta succedendo. La prima è: la sovranità popolare non si discute, è un punto fermo, ma i grillini sono il primo partito in parlamento per volontà popolare, mica per un complotto o un imbroglio. Lasciate stare che subito dopo sono crollati nei sondaggi; ma alle votazioni avevano ricevuto tanti voti. Questo per dirvi che la ricetta salvifica assoluta non è il voto o la parola al popolo. Anche il presidenzialismo che preferisco al parlamentarismo non è il toccasana: pensate che negli ultimi decenni, il leader più votato dal popolo sarebbe stato non solo Silvio Berlusconi ma anche Tonino Di Pietro, Matteo Renzi, Beppe Grillo o uno dei suoi ragazzi… Dunque, fermo restando che oggi la cosa più giusta e ragionevole sarebbe quella di tornare a votare, resta il fatto che il voto non è il rimedio miracoloso. Il popolo a volte sbaglia, prende certe cantonate…

La seconda è che i premier non possono uscire dal cilindro dei prestigiatori, non possono essere prodotti in laboratorio o estratti in lotteria, decisi da un paio di capi-bastone e un paio di mammasantissima, senza passare dal voto, dalla politica, da un percorso, da precedenti ruoli di responsabilità. L’avvento di Conte dal nulla è davvero la fine della politica, la fine della sovranità popolare, il cortocircuito della democrazia e delle élite, non essendo Conte espressione né del popolo né delle élite. E il suo tradimento, il suo guidare due governi opposti -cosa mai accaduta, in nessuna democrazia normale- è un ulteriore stupro alla politica, all’etica, alla sovranità e alla rappresentanza.

E allora? Allora bisogna ripartire dalla politica, ripartire con umiltà dai fondamenti; ci torneremo sull’argomento e ne approfondiremo il senso. Intanto, il primo atto è ripristinare il circuito della politica, vivere questo momento solo come sospensione, eccezione; poi essere chiamati a scegliere tra programmi, governi e leader a confronto, votare chi dovrà decidere e governarci e chi dovrà rappresentarci e controllare chi governa. Ora siamo al punto zeta, non resta che ripartire dall’abc. Per far questo ci vorrebbe un patto sul futuro tra le forze in campo, i garanti istituzionali, e ricominciare daccapo. Non mi dite che è impossibile, come temo anch’io, perché a quel punto dovrei rispondervi che non abbiamo più scampo. Avremo i trasformisti, i dittatori, i dominatori stranieri.

MV, La Verità 19 giugno 2020

 

 

 

 

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