Il virus della paura globale

coronavirus(3)

Paura, paura. Per ogni vittima del coronavirus ci sono mille vittime della paura del contagio. Homo homini virus, variante epidemica del lupus. La paura del contagio è antica, umana, originaria, quanto irrazionale e a volte superstiziosa, ma viene tradotta con un’accusa impropria, carica di valenza ideologica e di fanatismo: razzismo. Ma non c’è alcuna carica ideologica o fanatica nella paura; è solo una diffusa, elementare, protettiva paura della contaminazione e dei suoi agenti possibili e presunti. È paura della malattia, non è odio o disprezzo verso il cinese, lo straniero. George Duby pubblicò un memorabile libretto sulle cinque paure più diffuse di fine millennio. Tra queste spiccava la paura del contagio. Ancestrale. Ma la paura è il sentimento pubblico più diffuso nella nostra società egoista e individualista.

Sulla paura si fonda la politica, anche se dissimulata in altre vesti. Paura del fascismo, del comunismo, dell’invasore, del terrorismo. La paura della bomba atomica mosse i movimenti pacifisti. E il movimento ecologista di Greta Thunberg cos’è se non una variazione sulla paura della catastrofe ambientale e climatica? Ci sono paure nobili e paure indecenti, paure politically correct perché progressiste e paure inammissibili perché ritenute regressive?

Sul piano civile e politico la paura ha due impresari di successo: uno fa profitti sulla paura dello straniero, dell’ignoto, del contagio epidemico, del futuro incerto. L’altro specula sulla paura del razzista, del nazista, del contagio xenofobo e tribale, del passato tornante. Ambedue si servono di minimi indizi per allestire fortini, cordoni sanitari e vendere polizze per ripararsi dalle rispettive paure di cui sono spacciatori. Il governo in carica nasce e regge sulla paura di Salvini, lo spauracchio dell’establishment. Ma anche il consenso a Salvini crebbe sulla paura del Migrante, in particolare islamico. Il primo è visto come il nemico della libertà, il secondo come il nemico della sicurezza.

Benvenuti nel Tempo della Paura e nel Paese degli Impauriti. È una paura trasversale, che colpisce ogni ambito di vita, le strade, i locali pubblici, la politica, gli ospedali, le scuole e i tribunali, i media. La paura è protagonista assoluta. La violenza, il terrorismo, il terremoto, la rapina in casa o per strada; e poi la paura del collasso economico, paura della nuova povertà (alle vecchie povertà si è in fondo abituati), paura dei veleni in cucina e nell’ambiente, paura della contaminazione, del fumo e del male oscuro, paura di incidenti e disgrazie collettive; paura degli sbarchi, dei rom, degli spacciatori, paura dei populisti e perfino dei fantasmi nazifascisti.

Eppure le statistiche ci dicono che non viviamo in una società particolarmente violenta e insicura; altre epoche e altre società erano e sono assai più cruente, più esposte e più pericolose delle nostre, gli atti terroristici sono rarissimi e colpiscono finora altri paesi e comunque non più di uno ogni milione d’abitanti, meno di qualunque incidente mortale; ma anche gli atti di violenza non sono poi così diffusi e le loro vittime sono di gran lunga inferiori agli incidenti, ai suicidi o agli omicidi in famiglia. Abbiamo sostituito alla realtà la percezione della realtà; non conta quanto realmente misura il barometro, quel che conta è la nostra percezione. Viviamo un’epoca soggettivista, impressionistica, emotiva, che non a caso promette agli utenti emozioni, percorsi emozionali. L’emozione non è che il rovescio positivo della paura.

Aveva ragione il vecchio Thomas Hobbes a sostenere che la paura fonda gli Stati. Non riusciamo a generare sentimenti positivi o ambizioni costruttive; ci unisce solo la rabbia, il disprezzo e la paura, vera regina dei popoli. Viviamo in una società di codardi che vivono barricati nella loro sicurezza e temono ogni eventuale esposizione al rischio, una società spaventata che non a caso è anche una società popolata da anziani e ancor più da anziane. Una società vigliacca che ha paura anche della propria ombra e rinuncia a vivere pur di salvare la vita… No, non si tratta solo di punire i colpevoli e gli untori perché è un processo generato da più cause e con più attori. Prima fra tutte è la paura dell’impronunciabile, la morte. Abbiamo smesso di osare, di tentare nuove imprese, di rimetterci in gioco e ci spaventa ogni rischio d’insicurezza. E se ripensassimo la vita pubblica all’insegna del noi, dell’appartenenza, del vivere comunitario anziché sempre e solo la protezione dalla paura? Le società non reggono sulla paura ma si sfasciano. Si, prevenzione, attenzione, capacità di isolare i focolai e gestire l’emergenza; ma poi amor fati, sereno realismo e affidarsi alla sorte. Abbandoniamo Pauropolis.

A volte la paura viene ingentilita e indossata a rovescio: dietro la retorica della speranza spesso si nasconde la bestia nera della paura. Una sana, realistica disperazione è invece il miglior vaccino contro la paura. Ossia la convinzione che non si debba partire dal timore di perdere qualcosa o mettere a repentaglio qualcuno, ma dalla convinzione che quel qualcosa, quel qualcuno sono già colpiti. Dunque si tratta di reagire, rispondere con efficacia senza farsi illusioni. La speranza è moralista e velleitaria, la disperazione è reazionaria ma realista: ritiene la disperazione non il punto d’arrivo ma il punto da cui partire.

“Non abbiate paura” tuonò Papa Giovanni Paolo II agli inizi del suo glorioso e lungo pontificato. Dio sa quanto ce ne vorrebbe di coraggio e di esempi a non avere paura. Coraggio virile contro paura virale.

MV, Panorama n.7 (2020)

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