L’anima persa in un centro commerciale

Mi hanno deportato nel più grande centro commerciale d’Italia, sorto da pochi giorni a due passi da Roma. Sono venuti a prelevarmi all’aeroporto di Fiumicino ed io credevo che fosse un gesto per portarmi a casa.

Invece mi hanno sequestrato affettuosamente, adottando subdoli motivi e allettanti occasioni, e mi hanno tenuto per svariate ore in questo gigantesco consumificio dove pascolano migliaia di individui beati con carrello, tra zone residenziali e innumerevoli negozi.

Eccitati, quasi commossi, mi hanno mostrato dove sorge la multisala con ventiquattro sale cinematografiche, poi il più grosso ipermacrosupermercato che ci sta; infiniti ambulacri dove sciami di insetti umani ronzavano sereni; mi hanno fatto vedere i siti dove sorgeranno 40 nuovi ristoranti, che si aggiungono ai 40 già assediati da un’umanità affamata e benestante.

Tutto è bello, futuribile, anche gli aerei che scendono a pelo sulla nuova città-mercato, e sembrano anch’essi ciclopici carrelli per la spesa. Palazzi ben costruiti, piazze affollate, fiumane di auto, niente mi dice se siamo a Roma o negli Emirati arabi, in America o a Hong Kong. C’è tutto, nel nuovo, leonardesco centro dei Caltagirone. Ma proprio tutto.

Tu che vivi qui, dicevano ad un nuovo abitante di Tuttopoli, non hai bisogno di muoverti, la multisala, la palestra, fitness, hai tutto qui. Arrivi col carrello della spesa dentro casa tua. Erano contenti. Mi ha preso alla gola un senso d’angoscia: come, non hai più bisogno di muoverti, vuol dire che per te è finita? Ti dai al volontario ergastolo, ti chiudi felice nella prigione dorata, e fai tutto qua, vita morte e consumo?

Ho cominciato a sognare i posti dove mancano le cose, dove sei costretto a muoverti per via della Benedetta Carenza; dove esci di casa e vai in piazza. Ho cominciato a idealizzare l’imperfezione delle vecchie cittadine, dei borghi confortevoli, dove ogni pezzo importante lo devi andare a prendere in città o devi ordinarlo e ti arriverà tra giorni.

La perfezione mi spaventa, la totalità esaudita mi atterrisce. Se non hai un altro mondo a cui attingere, verso cui tendere, sei finito. La regolarità geometrica di questi spazi, queste aiuole, questi palazzi, mi fa star male. Benvenuti nella Roba Esaudita. Preferisco l’irregolarità, l’imprevisto, in questo caso amo perfino l’abusivo e l’eccessivo.

Ma cos’è che non va, cosa ti senti? Non so, sussurro a mezza voce, sono contento per voi, è tutto bello e funzionale e utile e conveniente. È il massimo che si possa fare per la felicità. Ma non so cos’è questa vita da automi benestanti, qualcosa sento mancare, di fondamentale.

Non esagerare, non farti prendere dai rigurgiti da fondamentalista arcaico; non pasolineggiare, non fare il mistico, questa gente è contenta di vivere, non nulla di male, perché glielo vuoi impedire? E poi, non semplificare, non vivono solo per il carrello, non sono solo consumatori.

Amano, soffrono, sognano, godono, come te;  hanno i loro hobby, avranno le loro nicchie in cui si esprimono creativamente, andranno persino in chiesa a pregare o in galleria a vedere le mostre, magari leggono. Ma sì, sarà così. Non cadere nella trappola dei nemici della modernità o negli imbecilli che fanno le crociate contro la Coca-cola.

Anch’io come Bertinotti e Bossi offro chinotto a chi viene a trovarmi, non coca; ma un conto è una libera scelta individuale, un altro è frane una crociata. Per la stessa ragione, se questo Villaggio che sorge presso un centro commerciale non è nei tuoi gusti, sei libero di non frequentarlo, ma non farne una crociata contro, rispetta chi pensa altrimenti. Ci mancherebbe, nulla da eccepire.

Però lasciate che io dubiti di queste rassicurazioni. Sospetto che a lungo andare il carrello diventi un prolungamento del corpo e il discount colonizzi un emisfero cerebrale.

Siete sicuri che chi preferisce trascorrere il proprio tempo scarrozzando in questi santuari del Commercio abbia poi voglia, tempo e indole per arte, religione, lettura, vita interiore e vita di comunità? Siete sicuri che poi sarà un uomo libero e pensante? Cosa ci unisce in questo luogo se non il,fatto di essere consumatori? E basta questo per fondare una cittadinanza?

A me il mercato non è mai dispiaciuto, a differenza dei compagni; ma qui vedo realizzato un modello che ho sempre avversato, non il mercato dentro le città, ma la città dentro il mercato. Non dunque un mondo vario, fatto di chiese, piazze e mercato, di storia e di vita comunitaria, di palazzi antichi e di luoghi consacrati. Ma un Gran Mercato dove c’è Tutto, e introno dentro, ai margini di esso, qualche ricreazione funzionale allo scopo supremo. Vieni qua che ti offro un campioncino d’acqua santa, preferisci il piercing figo o le stimmate sante? Consumare, consumare.

La migliore descrizione del Centro Commerciale l’ho trovato in Tocqueville, risale all’800: “Vedo una folla smisurata di essere simili che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli piaceri… Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, eccetto i figli e i pochi intimi; il resto dei cittadini è lì accanto a lui ma non lo vede; vive per sé solo e in sé… Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare che si occupa di assicurare ai sudditi il benessere… È  assoluto, metodico, minuzioso, previdente e persino mite, li tiene un un’infanzia  perpetua, provvede alla sicurezza, ai bisogni, ai piaceri, si cura degli affari, toglierebbe loro la fatica di vivere e di pensare. Un potere che non spezza ma ammollisce, inebetisce”. Tocqueville pensava al futuro uno Stato dispotico, e invece descriveva un odierno centro commerciale…

In questi enormi spazi gremiti di vuoto e sovraffollati di gente in vacanza da sé, sento mancare l’alito caldo della Tradizione, qualcosa che si tramanda ma che è vita, che racconta di chi non c’è più, di chi è lontano, di chi è ancora, e perfino di chi verrà dopo di noi.

Qui tutto è presente, anzi il Presente è Tutto. Mi prende la nostalgia degli assenti, di coloro che non ci sono, che ci furono, o che saranno, mi prende l’angoscia del tempo e la passione per quel che non appartiene all’attimo fuggente, che non può entrare nel carrello, che non puoi parcheggiare alla fila tredicesima, angolo e.

Vorrei avvicinarli a uno a uno e gridare: ma sapete che si muore, non potete fare come gli struzzi e mettere la testa dentro il carrello. Sono invocazioni primitive e sterili di cui debbo in fretta liberarmi, come di una patologia, così mi suggerisce tutto l’Apparato. E se invece, in quella’inquietudine, si è trincerata l’ultima traccia di umanità, l’ultimo straccetto invisibile che denominiamo anima.

Dov’è l’anima nel Centro Commerciale? Alla cassa? All’entrata ,depositata negli appositi armadietti? In direzione o all’ufficio reclami? Avviso alla clientela. Si è smarrita una bimba di nome Anima, di anni imprecisati. I titolari sono pregati di venire a ritirarla all’uscita.

MV, Libero, 2006

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