La Controra, ozio e splendore del sud

La regina d’estate al sud è la Controra. È l’ora contraria all’agire, al lavorare, all’agitarsi. L’ora che scioglie il legame col tempo. Ignorata dai dizionari e dai linguaggi commerciali, la controra è la chiave d’accesso ai misteri del sud, di tutti i sud del mondo, a cominciare dal nostro, italiano e mediterraneo. È la, nella controra, il tabernacolo antico di una mentalità che si è fatta paesaggio, di un tempo morto che si è fatto luogo; la controra è il trionfo dell’andamento lento, anzi della vita immobile, fuori da ogni tecnica e da ogni criterio economico. Puro spreco e pura inazione. Come le processioni del sud, dove si fa un passo avanti e uno indietro e mai si procede.

Gli assolati e interminabili pomeriggi del sud, il cazzeggiare pallido e assorto sotto un rovente muro d’orto, come avrebbe scritto un ironico Montale terrone.

La controra è lo splendore del sud e anche il suo vizio peggiore. La vita si ferma nel cuore della giornata per un periodo di tre, perfino quattro ore. O rallenta, si fa introversa e flemmatica. La chiassosa esuberanza della mattina e della sera, abitate da rumori, clacson loquaci, vociare incessante e gesticolazione teatrale, si ritrae per quel lungo sipario di ozio e silenzio. I gesti si fanno più lenti e degli occhi in penombra non colpiscono più le pupille, ma il biancore delle cornee. In quelle ore c’è il Niente Radioso, la resa dorata al caldo, alla digestione, alla stasi antica del sud.

La siesta è la variante spagnola, aggravata dalla pigrizia proverbiale dei messicani, della controra.  Non a caso il sud è profondamente spagnoleggiante e moresco nei caratteri e negli orari, nelle cene tardive a ridosso della notte, nell’abuso di pane e nei negozi che aprono e chiudono tardi. La controra è il segno arcaico del gusto pieno della vita, per dirla coi filosofi epicurei e i veterinari dello spot sull’amaro. È un’usanza che univa i popoli affacciati su quel bacino colto e lento che è il Mediterraneo, greci in testa. La controra è un tempo dolce fuori dal tempo, di delicate pause domestiche, di fusione delle coppie in sonni comuni o in amplessi lenti e sudati. Andamento lento e stasi divina.

La controra è più implacabile di un’ordinanza sindacale: i negozi d’estate aprono a sud quando al nord si accingono a chiudere. Quanta vita si dissipa nella controra, lunghe ore sprecate nel nulla a cercare solo un riparo d’ombra, un leggero refolo di vento, un ventaglio o un’interminabile granita da centellinare ai tavolini, un fresco latte di mandorla da sorseggiare o più perdutamente un letto in cui affondare nel sonno, o su cui esercitare una sudata sessualità. Anche Eros perde alla controra il suo carattere furioso e si fa più intenso e più sussurrante, in un quieto ondeggiare e sussultare di umidi corpi. I bambini sono trattenuti in casa con il terrore: alla controra va in giro il demonio e si prende le creature.

Del sud ricordo infiniti pomeriggi di sole, arsure di luce, seduti al gradino o nell’auto a seguire gli arabeschi dell’ozio con una musica da stereo che eseguiva disegni di suoni nell’aria e nel paesaggio. Gruppi di ragazzi accampati sulle scalinate di una chiesa o a giocare l’antico gioco della cinque lire al muro, a scemare nelle sale da bigliardo, a dotarsi di fave arrostite e semi di girasole per sprofondare nelle scomode sedie del cinema in un dormiveglia e dormimangia collettivo. È bello scivolare, conservando solo un minimo di animazione, nel regno minerale e vegetale, lasciandosi guidare dalla calura. Qui l’elogio della lentezza non è letteratura ma realtà pomeridiana. Alla controra non si può essere bruschi, veloci, intraprendenti, è violazione di quiete pubblica anzi di stasi comunitaria; non si può telefonare né bussare a nessuno che non sia preavvertito, è profanazione di sacro riposo. Ma chi è, alla controra…

MV

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