La disfida di Barletta a colpi di rifiuti

Poi dite il Meridione. Poi dite i giovani. Poi dite i bamboccioni, i signorini, gli smartphone-dipendenti. E invece tredici ragazzi del sud, quasi tutti laureati, e in lauree toste, con voti anche alti, talvolta con lode, si sono rimboccati le maniche e anziché piangere miseria, scroccare un reddito di cittadinanza, vivere alle spalle della famiglia, partire per l’estero, o fingersi migranti, discriminati o rom, hanno deciso di partire dalla strada e di guadagnare i soldi battendo i marciapiedi, senza fare l’infame mestiere più antico del mondo. Hanno vinto un regolare concorso per farsi assumere dal comune di Barletta come operatori ecologici. Traduci terra terra: spazzini, netturbini, pulitori. Ingegner spazzino, dottore in nettezza urbana, scienziato della ramazza, economista del cassonetto. Ironizzate quanto volete. Ma quei tredici ragazzi sono una ragione di orgoglio per le loro famiglie, per il sud, per la gioventù. E per sé stessi, naturalmente.

Non stanno seduti sul sofà o al caffè in attesa di chiamata, non puzzano di pesce perché si fingono sardine per farsi coccolare dai media, non abbandonano imprecando il loro paese, ma lo ripuliscono perfino. Onore a loro e onore a chi lavora, qualunque lavoro faccia, perché un lavoro si rispetta se è fatto bene, con serietà e con buoni risultati, utili per la comunità. Non esistono lavori infami di cui vergognarsi se sono leciti e necessari a chi li fa e alla cittadinanza. E il loro è un lavoro pulito, trasparente, alla luce del sole. La dignità del lavoro è data dal modo con cui viene eseguito e dallo scopo socialmente utile.

Sono contento per quei ragazzi. Lo dico da pugliese d’origine, loro conterraneo e comprovinciale. La provincia in questione è la Bat, acronimo di Barletta Andria Trani, e i suoi cittadini quando sono euforici si sentono Batman e quando sono avviliti in cerca di lavoro, si sentono Battoni. Ma lo dico ancor più da romano d’adozione sapendo bene, vivendo in una città sporca, quanto è importante il ruolo degli operatori ecologici nella vita urbana.

Onore ai tredici ragazzi, tredici come i protagonisti della storica Disfida di Barletta: questa volta i nemici da battere non erano i francesi ma lo sporco urbano e umano, l’ingiustizia sociale. Da Fieramosca a Scacciamosca.

Reso onore a loro e al lavoro che fanno, lasciatemi però dire altre cose meno piacevoli. Ma come ci siamo ridotti male in questo Paese se una laurea in ingegneria o in economia ti dà come sbocco un lavoro da netturbino? Con che spirito pensiamo di fronteggiare le sfide del futuro se il capitale umano, se la meritocrazia, ce lo spendiamo per strada a inseguire lordure e vuotare cassonetti? Come pensate che si sentano i ragazzi che non hanno titolo di studio superiore e che magari pensavano di potersi rifare con lavori umili e manuali, come quello di operatore ecologico, se oggi si trovano questo po’ po’ di concorrenza e devono vedersela coi laureati? Come pensate che si salvi il Sud, l’Italia, se queste sono le prospettive migliori perché i ragazzi non abbandonino la loro terra, la loro famiglia, la loro città, la loro nazione? Quale Meccanismo Europeo di Stoltezza, detto Mes, c’è dietro questa follia?

Dal punto di vista soggettivo, dei ragazzi che hanno compiuto quella scelta e del Comune che li ha assunti, c’è da essere fieri. Ma dal punto di vista oggettivo, del sistema Paese, c’è da piangere, c’è da mettersi le mani nei capelli. La maionese sociale è impazzita, l’ascensore sociale, la scala mobile va ad mentula canis (fatevi tradurre dai dottori spazzini).

E le famiglie dei netturbini laureati? Le reazioni sono di tre tipi.

La prima e miglior reazione è che i famigliari sono contenti, e non solo perché vedono loro figlio che non ha la puzza sotto il naso, ma è pronto a rimboccarsi le maniche e partire dai gradini più bassi, nonostante gli studi. E sono contenti perché almeno restano a casa, non vanno via all’estero, non li abbandonano.

La seconda reazione, un po’ classista ma dovete capirli, è che ne soffrono e taluni un po’ se ne vergognano: ma come, l’ho fatto studiare, ma come, appartiene a una famiglia borghese, e va a fare lo spazzino… Cosa dirà la gente?

La terza reazione furbina è che “intanto entrano”, poi con la laurea passano in ufficio e da lì magari nasce una comoda carriera impiegatizia. Non è forse vero che a sud qualche anno fa risultò che quasi la metà dei netturbini erano imboscati in ufficio? A far cosa, a inventariare i rifiuti? L’importante, dicono sempre questi genitori furbi, è il posto fisso, pubblico. E chi ti caccia da lì? Non vanno a casa nemmeno i furbetti del cartellino, figuriamoci…

Ammiro i primi genitori, comprendo ma non condivido la reazione dei secondi, capisco ma mi piace ancor meno la riserva mentale dei terzi. Insomma, complimenti ai ragazzi spazzini e al comune che li ha assunti. Però che tristezza un paese che fa la raccolta differenziata dei rifiuti e la raccolta indifferenziata dei ragazzi…

MV, La Verità 7 dicembre 2019

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