La guerra contro i bambini

Omofobia, xenofobia, islamofobia… E se l’emergenza dei nostri giorni fosse invece la puerofobia? Non sopportiamo più i bambini, li maltrattiamo, li usiamo e li abusiamo, calpestiamo i loro affetti primari, la loro natura e la loro indole infantile. Meglio i cani o i gatti che avere bambini tra i piedi. Siamo alla guerra civile contro l’infanzia.

La triste storia di Bibbiano dei bambini sottratti con la forza e la menzogna alle loro famiglie è la punta di un iceberg inquietante ma anche l’emblema di una guerra ai bambini e alla famiglia naturale. Su altri piani sono quotidiani i casi di violenze e sevizie, anche mortali, inflitte ai bambini nella più tenera età. Genitori solitamente tossici si accaniscono coi loro figli con crudeltà inumane, insofferenti alle loro minime turbolenze.

Nello stesso tempo emergono periodicamente siti pedofili, traffici di bambini e tentativi di adescarli su strada.

Intanto perdura inattaccabile l’industria dell’aborto, la soppressione dei bambini indesiderati. E il racket delle adozioni, le battaglie contro la fertilità, la maternità e le famiglie naturali. Storie diverse, piani differenti, ma vanno tutte in una direzione: la guerra molecolare contro i bambini. È ormai a pieno regime l’Opera Nazionale contro la Maternità e l’Infanzia.

Il bambino è considerato l’Intruso, l’Intralcio alla nostra vita e alla nostra libertà, o semplicemente un pacco postale da rispedire, un materiale da smaltire, come un rifiuto tossico, o un oggetto di consumo, di sfogo sessuale, di perversione o una vittima sacrificale su cui scaricare la vita, il lavoro e il mondo che non ci piace. Ma quando metti insieme la campagna assordante contro la famiglia naturale e tradizionale, il pregiudizio che si cresca meglio demolendo le figure genitoriali e ripudiando i padri e le madri naturali più il controllo invasivo della struttura pubblica sulle famiglie, il risultato è quello.

Quel che resta della brutta storia di Bibbiano, oltre le responsabilità penali e civili dei protagonisti, è il rifiuto della famiglia. Non è più considerata il focolare ma il focolaio di tutte le infezioni sociali, dal sessismo al razzismo, dal familismo all’omofobia. Dunque sottrarre i figli alla famiglia naturale è progresso, è emancipazione. Meglio genitori adottivi, magari omosessuali o lgbt, meglio le strutture pubbliche, le costosissime case-famiglie, che l’alveo naturale in cui sono nati.

A tutto questo si aggiunge il connotato di fondo, la denatalità, l’assenza di futuro delle nostre società imbevute di presente, l’egoismo dei genitori, eterni ragazzi che non vogliono cedere quote di vita e piacere all’egocentrismo sovrano dei bambini che competono coi capricci degli adulti ed esigono rinunce. L’unica forma di natalità compatibile è quella dell’utero in affitto; tutto meno che la procreazione secondo natura. Gli unici bambini su cui si esercita ancora una tenerezza umanitaria sono migranti; i bambini restanti in Africa nella miseria più nera, interessano assai meno. Lontani dal video, lontani dal cuore.

Bambini plagiati e venduti nel nome dell’infanzia guidata da assistenti sociali e psicologi, bambini violentati nel nome del piacere sessuale, perfino bimbi malati eliminati nel nome dell’eugenetica o della dolce vita dei loro genitori.

E bambini vietati nei luoghi della vacanza e del divertimento. Un posto fashion è per definizione proibito ai bambini, ai passeggini, alle famiglie tradizionali coi marmocchi. A malapena sono ammessi i vecchi, purché potenti, abbienti o travestiti da giovani. Ma i bambini no, in assoluto, perché sono per definizione proletari, non sono elettori e tantomeno eletti, e non sono consumatori attivi della droga, del sesso, dei viaggi, dei consumi, ma solo vittime passive. I pochi superstiti del regno infantile sono trattati coi guanti gialli, ipernutriti, benvestiti e tecnologicamente accessoriati, anche se poco educati alla vita reale e alle buone maniere; sono specie protetta, tecnologicamente avanzata, macchinette accessoriate, dotate di ogni comfort, eccetto i genitori e la comunità intorno.

Certo, è meglio vivere in società avare di bambini e piene di fobie, come la nostra, che in società in cui i bambini muoiono di fame o sono mandati a morire in guerra. Meglio vivere in una società come la nostra, dove vedi bambini confinati nei recinti dell’idiozia, squallida o lussuosa che sia, piuttosto che in paesi dove li usano come agnelli sacrificali, sgozzati o mandati a morire nel nome di Allah. Nei paesi islamici ho visto il sangue e il dolore dei bambini portati al piccolo macello rituale, per l’infibulazione o più frequentemente la circoncisione; li ho visti avvolti in panni di sangue, tra le lacrime; e ho pensato al sereno rituale dei nostri battesimi cristiani, prime comunioni e cresime, dove il massimo era un po’ d’acqua in faccia alla creatura in fasce o il buffetto rituale per diventare soldati di Cristo. Ma per il catechismo dominante, il male principale da rimuovere è la nostra religione coi suoi simboli e riti. Per questa ragione ai nostri bambini si preferisce negare pure il presepe e i canti di Natale, visti come segni di xenofobia…

Insomma su piani diversi siamo alla guerra all’infanzia. I bambini sono visti come i nemici dell’umanità perché ricacciano nel passato, ipotecano il presente e usurpano il futuro. E invece dovremmo riaprire le frontiere famigliari e accogliere i bambini, dar loro asilo. Mai parola fu più azzeccata per un popolo di piccoli profughi clandestini, costretto a lasciare la madrepatria e a vivere sotto mentite spoglie perché indesiderati. Di loro sarà il regno dei cieli; ma in terra da noi scarseggia chi è disposto ad accoglierli secondo natura e umanità.

MV, Panorama, n.32 (2019)

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