La padella e la brace

Il seguente commento è stato scritto un mese prima delle elezioni e uscito in questi giorni su Il Borghese.

Ma cosa deve augurarsi adesso un povero elettore di destra? Che alla fine vinca chi e governi con chi? Facciamo innanzitutto il riassunto delle puntate precedenti. Dunque, l’italiano è stato chiamato a votare con un sistema elettorale che già a priori non gli prometteva alcun vero vincitore con maggioranza assoluta in grado di governare.

E si è trovato a scegliere non più nel quadro di una democrazia bipolare ma addirittura tripolare, con l’ipotesi fondata che comunque il partito di maggioranza relativa sarebbe stato quello del non voto, vista la sfiducia diffusa.

Lui, di destra, nazionale e sociale, lui a favore della sovranità politica e popolare, anche se schifa sia la politica odierna sia la volgarità della plebe, si è trovato di fronte tre totem che con la destra non avevano nulla a che fare: Di Maio, candidato nel nome del Padre, Beppe Grillo; Renzi, travestito da Gentiloni, o viceversa; Berlusconi, restaurato, clonato e tutore di Salvini e Meloni.

L’elettore sapeva che vincendo i grillini avremmo avuto l’esperienza romana della Raggi estesa a livello nazionale.

Puro dilettantismo, gente inadeguata senz’arte né parte, priva di un’idea della politica e di una visione, piena solo di rabbia, allineata però al politically correct, capace di sfasciare nel suo ottuso giacobinismo negativo anche quel poco che resta in piedi del nostro Paese.

Sapeva poi che vincendo il Pd con o senza i suoi parenti-serpenti di sinistra, avrebbe rialzato la cresta Matteo La Fuffa, il piazzista erede del berlusconismo con l’aggravante del Pd, o qualche sua grigia protesi, come Gentiloni. Ma soprattutto, viste le leggi approvate dai governi Renzi-Gentiloni, sapeva che la sinistra al governo avrebbe seguitato a sfasciare sul piano bio-etico, famigliare e sociale la struttura tradizionale della società, imponendo il politically correct, l’accoglienza ai migranti, il modello radical e antifascista.

Infine, vincendo Berlusconi avrebbe riavuto al governo un berlusconismo per giunta in versione senile e inciucista: già aveva deluso il Berlusca gagliardo, di vent’anni fa, con una maggioranza solida e alleati forti, una classe dirigente ancora in piedi. Figuriamoci il Berlusconi d’oggi, vecchio, disfatto, rifatto e pronto ad accordarsi coi carnefici di ieri, in Europa come in Italia. Meglio Salvini, a questo punto.

Inutile ricordare che l’ipotesi ritenuta sin dall’inizio più probabile era invece un’altra: nessuno ha i numeri per governare da solo o con la coalizione di partenza, dunque si va verso il governo del presidente, ovvero l’eterno, strisciante consociativismo, con la prospettiva di voto anticipato.

Renzi scarica o è scaricato dalla sinistra, Berlusconi scarica la destra e la Lega, accoglie il suo figliol prodigo e nasce un governo nel nome dell’Europa e della convergenza al centro dei moderati d’ambo i versanti. Berlusconi il padre, Renzi il figlio, Mattarella lo spirito santo.

Ora, in questo contesto, cosa deve sperare un uomo di destra? Quali aspettative nutrire e quali ipotesi incoraggiare o temere di più? Deve auspicare che Salvini e Meloni siano della partita e dunque vadano al governo in condominio oppure no, che sia meglio invece la spaccatura tra berlusconiani e sovranisti e i secondi vadano all’opposizione?

O terza ipotesi, meglio sottrarsi in partenza, magari avendo già disertato il voto o votato per puro spirito di testimonianza (tipo CasaPound), maledicendo urbi et orbi e adottando la vecchia linea del rancore e del rifiuto, chiamandosi fuori e vedere di nascosto l’effetto che fa? L’anima è salva, la Patria no; ci rimette l’Italia ma tu non ci metti la faccia.

È terribile doverlo ammettere, ma qualunque cosa l’uomo di destra abbia scelto, alla fine, sarà ininfluente sul destino del Paese e non potrà far nulla non solo in termini positivi per governare, cambiare, restaurare ma anche in termini negativi, cioè per impedire, frenare, fermare.

Il problema è che, a conti fatti, nessuna coalizione rappresentava anche solo in grandi linee parziali una sensibilità politica, non dirò ideale e culturale, di destra. Si poteva optare per chi vagamente almeno ricordava, già nel suo simbolo, qualcosa del passato affettivo-politico, più vicino al cuore dell’uomo di destra, come la fiamma.

Ma non c’era da aspettarsi nulla, sia nell’ipotesi che a vincere fossero stati gli altri, sia nell’ipotesi che a vincere fosse Berlusconi col suo centro-destra accroccato, unito solo per ragioni elettorali.

Vincere in nome di che, per far cosa?

Già Alleanza Nazionale, che era un grosso partito, strutturato, con un leader sopravvalutato e una forza elettorale rilevante, seconda forza nel centro-destra, non riuscì a ottenere alcun significativo risultato nei suoi nove anni circa di governo.

Figuriamoci un piccolo partito, senza classe dirigente, guidato da una giovane, battagliera giovane mamma, efficace in tv ma non navigata nella strategia politica, nelle relazioni e non supportata da nessun Richelieu, nessuna élite di vertice, niente media, costretta a districarsi tra la padella padana e la brace berlusconiana…

Da qui nasce il segreto auspicio di tanti che la destra in Italia torni a essere un movimento di pura testimonianza, inutile ed egregio, capace di suscitare sentimenti ma non di governare il Paese, capace di emozionare non di amministrare.

Una destra magari presente nel territorio, nelle città, nei social, nelle aule con la sua voce nobile e inascoltata, dignitosa e marginale. Pronta a salvare l’onore, perché l’Italia invece è insalvabile. È questo che volete, è questo che vogliamo?

Ho smesso di pensare, fino a prova contraria, che in Italia sia possibile una destra di governo in grado di padroneggiare la situazione, di migliorare il paese e orientarlo, centrando i suoi obbiettivi. Salvo sorprese o miracoli.

Il resto è quel che avete sotto gli occhi e che noi, mentre scriviamo, abbiamo solo nella sfera di cristallo. Il vostro presente, il nostro presentimento.

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