La svolta necessaria dei populisti

È bene chiarire. Preferiamo i populisti sovranisti ai loro nemici. Possiamo criticare, anche aspramente, i loro comportamenti, i loro linguaggi, le loro riforme, nutrire sfiducia in certi alleati, come i grillini. Ma tra la sinistra e loro, tra l’Apparato e loro, tra gli inciucisti affaristi e loro, tra i potentati e loro, non ci resta che preferire loro.

Quando sentiamo temi come l’internazionale delle patrie, la lotta tra popoli e oligarchie, l’apertura alla Russia e ad alcune esperienze di governo nazional-populiste, l’andare oltre la destra e la sinistra, la critica al dominio dell’establishment, della finanza, delle sette influenti, dei giornaloni e del politicamente corretto, ritroviamo cose che scrivevamo già trent’anni fa (su Pagine Libere, per esempio). E dunque non possiamo che gioire, non foss’altro per questo tuffo di gioventù. Parlo al plurale perché so che la pensano così gran parte dei nostri lettori e gran parte del popolo italiano, in particolare nel versante destro, ma non solo. Peccato che molti di loro non leggano i giornali, ma so che “sentono” allo stesso modo.

Ci dispiace che in tutto questo, l’ultima destra nazionale rimasta sia solo una piccola creatura, incapace di crescere e di darsi consistenza, capace solo di riprodurre le piccole nomenklature interne e poi basta, a mezza strada o a bagnomaria tra sostegno e opposizione.

E ancor più ci dispiace che nel magma del populismo ci sia di tutto, perfino un Fico e roba simile, più alcune riforme che non stanno né in cielo né in terra, un pauperismo rancoroso e punitivo, e contraddizioni a non finire. Ma la bestia nera dell’establishment, Salvini, tutto sommato, lo preferiamo ai suoi mille nemici e ai suoi alleati pentastellati; e apprezziamo pure il realismo sobrio di leghisti come Georgetti, la difesa della famiglia del ministro Fontana, i buoni amministratori regionali e locali che ha espresso la Lega.

E difendiamo la Lega dall’infame attentato alla sua sopravvivenza che si consuma in questi giorni con il tifo dei media boia. È assurdo chiedere a loro di restituire non la “cresta” che la gestione bossiana ha fatto del finanziamento pubblico degli anni passati ma addirittura l’intero importo dei rimborsi pubblici, che è servito per mandare avanti un partito come tutti gli altri. Quella cresta è imperdonabile, ma il maltolto veniva sottratto alla stessa Lega, al suo finanziamento pubblico, non ai cittadini. Era impiegato in modo distorto ma era comunque destinato a loro.

O vogliamo credere che i rimborsi alla Lega, a differenza di tutti gli altri partiti, fossero interamente gonfiati e truffaldini? Se vogliamo, quella truffa è un danno fatto alla Lega dai suoi vertici di allora; è assurdo che dovrebbe ora risponderne la Lega stessa. E comunque non si può inchiodare Salvini a una colpa che non è sua, come invece fanno molti mascalzoni seriali che fabbricano fango, feci e liquami a mezzo stampa. Ma se la leadership di Salvini è nata proprio per svoltare dopo la gestione Bossi & sons, che senso ha sbattergli in faccia quel debito macroscopico e chiedere a lui di restituirlo?

Ma a volte c’è la provvida sventura, diceva il padano, lumbard e arcitaliano Manzoni. Ovvero le disgrazie possono capovolgersi in opportunità. Perché Salvini non coglie l’occasione per superare l’esperienza della Lega, che ancora odora troppo di nord, padania, ampolle e secessione, e non la rifonde in un movimento nazionale popolare, sovranista e ultraeuropeo? Si, qualcosa che somigli, almeno nella forma, non nel contenuto, al Partito della Nazione che Renzi non ebbe il coraggio di fare quando aveva la forza per farlo e per sopportare l’emorragia a sinistra. O se vogliamo restare nella letteratura, qualcosa che somigli, in un contesto totalmente mutato, alla Lega dei Fratelli d’Italia che Leo Longanesi lanciò nel ’55. Ovvero una forza larga che possa ereditare i cattolici popolari non bergogliani né progressisti, i superstiti di Forza Italia dopo Berlusconi, le destre nazionali e sociali sparse. Insieme all’onda populista ormai estranea al vecchio schema di destra e sinistra, antifascismo e anticomunismo.

Il problema vero è che il populismo deve crescere, deve diventare adulto, deve meritare le chiavi di casa. Non basta opporsi alle oligarchie, bisogna anche saper scegliere e selezionare classi dirigenti alternative. L’autogoverno del popolo, la democrazia diretta, a cui credono i grillini, è una bufala e un’impostura. Perché è impossibile a realizzarsi, perché è la copertura di altri poteri criptati, perché se per assurdo fosse realizzabile sarebbe una sciagura un governo delle folle.

I popoli vanno rispettati, vanno ascoltati, ma vanno guidati. Occorre una cultura e una visione superiore, non basta sintonizzarsi con la loro pancia e i loro desideri.

Al populismo manca un racconto. Si, un racconto. Manca chi ne faccia una storia viva e onesta, chi lo racconti e lo rappresenti diversamente da come è narrato. Perché per ora il populismo è raccontato solo dai suoi avversari. Occorre chi sappia dare motivazioni, sappia trasformare gli obbiettivi in miti, sappia dare un’anima e un pensiero a un comune sentire e a un diffuso disagio. Quello è il salto di qualità che s’impone se si vuole diventare forza leader nel Paese. Senza nulla togliere alla capacità di parlare direttamente alla gente, e di ascoltarla, di dare loro esempi chiari e immediati d’efficacia e piglio decisionista. Ma tra il popolo e il leader, tra il plauso e la rabbia, ci dev’essere qualcosa in mezzo. Questo vuol dire rendere maturo il populismo, “capace e meritevole”, come raccomanda pure la Costituzione.

Ogni volta che vediamo le campagne di linciaggio contro Salvini, il populismo e il sovranismo tradotti con ducismo, razzismo e nazismo, ci sentiamo più dalla sua parte che da quella dei suoi nemici interni e internazionali. Ma ci aspettiamo che il populismo nazionale e sovranista – con, senza, oltre i grillini – sia capace di radicarsi nel tessuto vivo dell’Italia e non solo di scalare i sondaggi e intercettare gli umori passeggeri dell’elettorato. Comunque vada l’avventura di governo in corso, quella svolta è necessaria. Questo è il momento; dopo sarà troppo tardi.

MV, Il Tempo 6 luglio 2018

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