L’altro Silvio, L’Altra Italia

Maestà Silvio I, perché inventarsi un’Altra Italia dopo che l’Italia reale le ha voltato le spalle? Perché non prendere atto che il suo tempo è scaduto e accettare il ruolo di Emerito, come già accade a Papi e Capi dello Stato? La sua Altra Italia ricorda una celebre battuta di Bertolt Brecht: se il popolo non è d’accordo con me, allora nomino un nuovo popolo. Così ha fatto lei: visto che l’Italia non è più con lei, allora s’inventa, d’insana pianta, un’altra Italia immaginaria, si costruisce una protesi d’Italia, un plastico d’Italia, siliconata, liftata, col riporto, fatta su misura per la sua corona. Italia due come Milano due, dopo Italia uno. E se quell’Italia è troppo corta, ci metto gli alzatacchi allo stivale. (L’altra Italia, in verità, la fondammo ad Ascoli Piceno il sindaco Guido Castelli ed io, ma era un ciclo d’incontri culturali, non un piano per clonare l’Italia).

Se la realtà nazionale mi volta le spalle, avrà pensato il Re, se persino il “partitino” della Meloni su cui tanto ironizzavo fino a poco tempo fa, mi scavalca nei sondaggi, allora, cribbio, mi produco una fiction, fondo il mio cartoon anzi la mia Italia in cartongesso su cui proseguire il mio reame virtuale e cacciare o ripescare chi voglio io. Una specie di Villa Italia di Re Umberto in esilio a Cascais, una sorta di Little Italy come quella degli emigrati, insomma un’altra Italia in miniatura. È la sindrome del Monza dopo il Milan.

Perché scendere dalla propria statua a cavallo e andare in caduta libera nell’indecente mercatino dei partitini nuovi, usati, riciclati? Nel bene e nel male lei è passato alla storia, perché passare alla farsa? Lei è considerato il precursore di Trump, l’amico di Putin, non può ridursi ora a fare il Gabibbo in questi giochi di simulazione. Lasci almeno quel ricordo, seppur controverso. Perché ridurre Forza Italia a una bad company su cui scaricare le negatività e i seguaci da annegare e concludere una parabola politica che fu anche esaltante e popolare con una patetica parodia dei regni perduti?

Intendiamoci, non è folle immaginare che esista un target centrista, liberale, cattolico popolare, moderato, distinto dai populisti come dalla sinistra, attualmente non rappresentato; non è il mio mondo, ma lo capisco. Però non può rappresentarlo lei che è il Padre di tutti i populismi, da Renzi a Grillo, da Salvini a Meloni; lei che è stato il più estremista dei moderati, il più sovranista dei liberali. E non può inventare lei quel soggetto politico fondato sulla sobrietà e il pluralismo, lei che è stato un Vistoso Monarca Egocentrico, tutt’altro che defilato e collegiale, lei che si reputa tuttora Insostituibile e Perpetuo e non riconosce a nessuno il ruolo di erede o di successore. Non può essere lei il fondatore di una nuova fase della politica, perché è percepito come il Passato, il protagonista di una stagione ormai irrimediabilmente trascorsa; ed effettivamente ha 83 anni, ne ha passate tante, di cotte e di crude, si avverte su di lei tutto il peso degli anni e dei travagli, ha perduto i tre quarti dei suoi eletti e anche più dei suoi elettori.

La mia convinzione – che ho espresso nel corso di questi anni, e non a caso dovetti lasciare Il Giornale – è che il suo ruolo politico sia finito sette anni fa, dopo che fu silurato con un mezzo golpe da un asse franco-tedesco-napoletano. Finì una stagione politica, la sua, di Bossi e di Fini; motivi divergenti ma destini convergenti. Pur non essendo mai stato berlusconiano, le ho sempre riconosciuto la leadership indiscussa e trainante. Ma da quando fu privato del governo ha perso lucidità, ha perso empatia con gli italiani, ha sostenuto tutto e il contrario di tutto, è rimbalzato da un Matteo all’altro, è stato alleato, socio e nemico di tutti, a turno, a volte con doppi turni giornalieri; ha nominato e trombato una marea di delfini e candidati premier, ha ucciso col suo abbraccio mortale tutti coloro che le facevano ombra. L’ultima con Toti e la Carfagna è da manuale. Ma di cabaret. Provo affetto e solidarietà non solo nei loro confronti ma anche verso coloro che le sono rimasti fedeli e sono costretti a incensarla da mane a sera, a dire che vedono quel che lei vede, anche le allucinazioni, e a ripetere che Berlusconi non ha successori, si autorigenera e loro sono solo il contorno, la claque, i suoi droni. È una gara di resistenza, anche perché a lei debbono quasi tutto, incluso il naufragio. Finora la gara la capeggia Antonio Taiani, che partito nel ruolo di Falcone Lucifero, Ministro della Real Casa, ha accettato di trasformarsi in Sancho Panza e vede mostri al posto di mulini a vento per assecondare il Cavaliere Visionario.

La trasformazione avvenne da quando lei si presentò in tv con un foglio piegato tra le mani, come una specie di bacchetta magica o di lampada d’Aladino da cui estrarre improbabili dati su ogni argomento. Da allora non l’ha più mollato, come un agente che vuol farti firmare la polizza. È riuscito perfino a far rimpiangere la fase giudiziaria e pomiciona di un tempo, i bei processi e i bunga bunga di una volta.

A volte, per salvarla dalla caricatura di se stesso, mi illudo che lei finga di aver perso il senno, sia entrato in una fase dadaista e stia giocando con la realtà e con la ragione, divertendosi a spiazzare e a coglionare tutti. È come un pittore che ha perduto la vena figurativa e si sia dato al surrealismo; e lo eserciti con spirito ironico e autoironico, mettendo i baffi alla Gioconda e sostituendo le dame con i pisciatoi. Ci dica che è così, la prego.

MV, La Verità 4 agosto 2019

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