“Se l’animale conta più dell’uomo”

Il legame con l’ambiente, il rito della caccia. Sono aspetti forti del nostro essere cacciatori che ci permettono un dialogo ideale con un pensatore fuori dagli schemi. Che sostiene il valore della caccia come estremo baluardo per conservare i tratti distintivi della nostra cultura (intervista di Matteo Brogi su Cacciare a Palla)

Marcello Veneziani viene definito un “intellettuale di destra”. Per quanto possa valere questa schematizzazione che ci sembra superata e lontana dalla realtà, di sicuro è un uomo legato alla Tradizione, che così definisce in un suo scritto: “tradizione non è il culto dei morti, la passione per le reliquie, ma è il senso della continuità, è la trasmissione verticale oltre il muro del tempo, come la comunicazione è la trasmissione orizzontale oltre il muro dello spazio.

Siamo anelli di una lunga catena che ci lega ma ci sorregge. La tradizione è connessione verticale nel tempo espressa in un luogo reale, come internet è connessione orizzontale nello spazio espressa in tempo reale. La tradizione è l’unica immortalità terrena.

La continuità è recisa in ambo i versanti: le società senza padre sono destinate a diventare società senza figlio. Sulla tradizione si fonda anche ciò che in apparenza sembra negarla, il progresso, come insegna la stessa immagine ormai classica dei nani sulle spalle dei giganti; pure l’evoluzione presuppone la continuità del tramandare.

Tradizione non come ripetizione rituale ma come fedeltà creatrice che continuamente si rinnova. Solo la tradizione garantisce il futuro. Tradizione è connessione a misura d’uomo”.

Dott. Veneziani, nei suoi scritti afferma che la tradizione sorge su 4 assi portanti: paesaggio, linguaggio, mito, rito. Mi pare che più d’uno di questi siano presenti nella caccia. Possiamo forse individuare nella caccia una forma estrema di culto della tradizione?

Vede, devo premettere che a 19 anni vedevo la caccia come un mondo che mi era naturalmente vicino. E presi la licenza. Iniziai ad accompagnare i miei amici ma non ho mai concluso un’azione venatoria. Ho apprezzato la bellezza del cacciare ma sono rimasto un cacciatore formale e potenziale, non effettivo.

Oggi il cacciatore è rappresentato nell’immaginario collettivo come il nemico della natura e degli animali. Io l’ho sempre visto inserito nell’ordine del mondo, nel ciclo biologico, con un’accezione positiva. Certo, condanno le efferatezze, le manifestazioni barbariche, alcuni aspetti deleteri tipici dell’agire umano ma credo che appartengano più al degrado di un’epoca che alla caccia in sé.

In un tempo in cui si dissolvono i rapporti umani e in cui prevale la logica del successo e del primato, magari anche la caccia si adegua, diventa una forma cinica di possesso della natura senza tenere in considerazione l’equilibrio dell’ambiente.

I pochi cacciatori che ho conosciuto avevano un buon rapporto con la natura, la rispettavano e nella vita di tutti i giorni si contraddistinguevano per una certa lealtà. Tutt’altro che degli utopisti, li ho sempre identificati come degli amanti della natura. Quindi, sì, vedo nella caccia uno degli estremi baluardi della difesa della tradizione.

Da giovane sono rimasto suggestionato dal grande saggio sulla caccia di Ortega y Gasset (Discorso sulla caccia, ndr). Nella caccia c’è tutto, non solo pulsione vitale ma c’è un rito, una tradizione, un intreccio tra tradizione e gioco che la rende nobile. Ha sempre accompagnato l’uomo, può essere ripensata, ridisegnata, resa ancor più “eco-compatibile” ma non va demonizzata e non deve essere sradicata come fosse un abuso dell’uomo sul regno animale.

Può forse essere un antidoto a certe teorie che propongono il superamento della centralità dell’uomo, una forma di resistenza a ideologie che con la nostra storia di pensiero non hanno nulla a che vedere?

La nostra civiltà ha perduto il senso della gerarchia degli esseri e dei beni di cui parlava San Tommaso. Vedo esaltazioni perfino feticistiche di cani e gatti. Gli animali vanno rispettati, fanno parte del creato, ma se permettete vengono prima gli uomini.

Non capisco perché si debba inorridire per l’abbandono di un cane d’estate e non si debba avere la stessa reazione nei confronti dell’abbandono di un vecchio, di un padre. Questo è un segno della perdita del rapporto con la realtà e della gerarchia degli esseri e dei beni.

Questa perdita della cultura originaria l’antropologia la chiama “deculturazione”.

Certo, nello stravolgimento della gerarchia si attiva un processo di deculturazione. Quando non si ha più una scala di valori, quando non si capisce cosa è importante e cosa meno o quando si rifiuta di stabile una gerarchia di valori, il risultato è un imbarbarimento, il contrario di una cultura. Una cultura è fatta sempre di scelta, selezione, di primato, di priorità.

Quando prevale la simultaneità, il diritto di tutti a tutto o addirittura il capovolgimento delle sfere con l’animale che conta più dell’umano siamo di fronte a un processo di deculturazione. Che a volte si presenta con i tratti di una nuova cultura, ma in realtà in una forma barbarica, perché se si perde la scala delle priorità e la capacità di discernere si perde ciò che caratterizza l’intelligenza umana.

In tutto questo non ci aiuta il processo di iper-legiferazione che contraddistingue il nostro mondo.

Questa è una malattia europea ma soprattutto italiana. Abbiamo il sistema giuridico più complesso al mondo e probabilmente anche il tasso di illegalità più alto. Ci sarà pure un nesso tra queste due cose. Se viviamo in un’epoca che ha fatto del diritto l’unica ragione di vita senza mai correlarlo ai doveri, inevitabilmente tutto degrada. Abbiamo voglia a stabilire criteri speciali…

Reputo ad esempio aberrante e giuridicamente abnorme parlare di femminicidio. Ogni omicidio è importante e in ogni caso ci possono essere attenuanti o aggravanti, ma stabilire che un omicidio vale più di un altro significa deviare dall’universalità della legge. L’eccesso di leggi diventa un modo per renderle sempre più relative e meno importanti. Una forma di illegalità, paradossalmente.

Il cacciatore può essere davvero un antidoto all’imbarbarimento del pensiero? Il suo ruolo nel tramandare la propria cultura, il suo saper fare comunità può essere un esempio da seguire?

Credo che a fronte di questa elaborazione ideologica delle leggi sia importante rispondere con l’esempio. La vita concreta, i modelli che si praticano, il modo in cui ci si comporta valgono molto di più. Anzi, le leggi nascono proprio quando ci si vuole sottrarre alla responsabilità dei comportamenti.

Un cacciatore dovrebbe avere un senso della realtà e del mondo perché lo vede, ci sta in mezzo, ci cammina per ore e ha con essa un rapporto più fecondo. Vive in equilibrio tra la solitudine del bosco e la comunità con gli altri cacciatori e a questo corrispondono forme di solidarietà, di aiuto, di rispetto reciproco. Mi sembra una grande ricchezza da salvaguardare.

L’importante è fare fronte comune…

Viviamo nell’epoca delle scissioni, a tutti i livelli, ciascuno vuol fare causa a sé, siamo diventati una collezione di casi personali. Ciò che un tempo era comunitario, di gruppo, sociale è diventato individuale. Mi auguro che i cacciatori invertano questa tendenza e sappiano sempre rinnovare il piacere dello stare insieme.

Matteo Brogi

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