Le bufale su Salvini moderato o estremista

Oggi che previsioni fanno su Matteo Salvini? Moderato o estremista? C’è ormai un ramo del meteo, che potremmo direttamente chiamare il matteo, che quotidianamente attribuisce al leader della Lega un brusco mutamento climatico, ovvero una svolta moderata o un rigurgito estremista. Il sottinteso dell’osservatorio matteologico è che moderato è buono, estremista è cattivo. E i matteologi si dividono in due categorie: quelli che auspicano la svolta moderata di Salvini e quelli che dovendo comunque deplorare l’esistenza di Salvini, avvertono che si tratta di un travestimento moderato.

Ora, io vorrei uscire da questa politologia banale, pelosa e pedagogica, che non ci fa cogliere il senso delle cose. Si tratta di una dicotomia antica, che riguardò un tempo il doppiopetto di Togliatti, poi quello di Almirante, quindi quello di Berlusconi. Ma sotto il doppiopetto, si diceva, batte bandiera stalinista nel primo, camicia nera nel secondo, temperamento da dittatore di Bananas nel terzo. E la stessa cosa ha riguardato Grillo e i grillo-boys.

La griglia moderato/estremista trova da sempre un duplice esito scontato: se dici una cosa moderata conquisti l’assenso degli assetti di potere e le vecchie zie; se dici una cosa estremista conquisti il consenso popolare, intercetti il cuore e il fegato delle masse. Una ti rende accettabile agli occhi del Palazzo, l’altra ti rende seduttivo agli occhi della Piazza. Assenso/Consenso, Agibilità/Popolarità.

Invece a me sembra che la questione Salvini non sia da leggere in quella chiave come invece pensano un po’ tutte le fabbriche d’opinione e l’intero arco costituzionale, dalla Boldrini a Mara Carfagna. Ma sia l’efficacia, ovvero il rapporto effettivo tra il dire e il fare. Facciamo l’esempio più recente. Dopo aver conquistato i galloni di moderato per aver detto che la Meloni rappresenta la destra radicale, a Salvini sono stati revocati i gradi appena ha sussurrato che dovremmo seguire la Brexit e rivedere l’aborto. Rieccolo, sempre il solito.

E giù i matteologi a spiegare se la battuta serviva a bilanciare i proclami moderati di Amedeo Giorgetti o se si inseriva in una strategia di bilanciamento, per cui a una cosa moderata deve seguire una radicale. Uno-due.

Usciamo da questo giochetto e chiediamoci piuttosto: è praticabile una cosa del genere? E allora ragioniamo. Prima di dire se è un bene o un male per noi, la Brexit non può essere un modello per l’Italia perché le differenze sono enormi: la Gran Bretagna è un’isola in tutti i sensi, noi invece siamo una penisola, o se preferite, un’isola in pena. Ma sono due storie diverse. La Gran Bretagna ha sempre avuto un’altra appartenenza geopolitica forte, di tipo atlantico e ha sempre coltivato l’asse anglo-americano. E non solo, la Gran Bretagna ha ancora in piedi quella rete imperiale che è il Commonwealth e dunque non si può parlare d’isolamento. Peraltro la city londinese è come il sistema bancario svizzero, un perno dell’economia globale, non riconducibile all’unione europea. La sua lingua è poi la lingua globale. Infine, la Gran Bretagna non doveva uscire dall’euro per la semplice ragione che non ci è mai entrata. È rimasta con la sterlina. Dunque, qualunque cosa si decida per l’Italia, il paragone con Londra non è pertinente.

Torno al nodo della questione: una cosa è valida o no indipendentemente se sia moderata o radicale, ma se è fattibile e se può dare buoni frutti. E allora la questione centrale non è sostenere una tesi o un’altra ma essere in grado poi di percorrerla sul serio con buon esito. Abbiamo già visto che l’asse critico verso l’unione europea e l’euro, su cui sorse il governo grillo-leghista, si sfasciò su quei temi e non mostrò alcuna tenuta già nei preliminari. Se già un’alleanza di quel tipo non produsse nemmeno le premesse per rimettere in discussione i diktat europei, pensate che possa farlo un governo di centro-destra? Ne dubito fortemente. E dubito fortemente che quei messaggi, così efficaci a livello pop, si trasformino davvero in programmi di governo.

Allora, per tornare al quesito iniziale, non interessa se Salvini sia moderato o estremista ma se sia in grado di mantenere quel che oggi dichiara. E più che la collocazione verbale, verbosa, ideologica, mi interessa la consistenza della proposta, i sostegni che può raccogliere e la via che può percorrere. Lo stesso vale per le boutade del giorno prima, a proposito di destra moderata o radicale o sull’aborto. Non ci interessano le patenti, le autocertificazioni, le parole, ma la loro traducibilità, l’effettiva circolazione, la tenuta e la meta. Quindi esorto a non giudicare Salvini, la Meloni, e tutti gli altri, attraverso quel giochino da foche ammaestrate – moderati o no – ma solo dai comportamenti. Con una sola clausola: se sei fieramente in minoranza e rappresenti un ruolo di opposizione radicale puoi anche dire cose forti sapendo che non sarai chiamato a renderne conto al governo. Ma se rappresenti il partito di maggioranza del paese, se sei un premier in pectore, non puoi permetterti di citofonare spot (uso il verbo non a caso). Devi mostrarti responsabile. E questo non vuol dire che ti devi “calmare”, “moderare” e menate varie; puoi anche progettare una riforma radicale e perfino una rivoluzione, ma devi essere in grado di farla. Anche i decisionisti più risoluti nell’azione devono essere prudenti e realisti nella valutazione e nel linguaggio. Per non essere un domani accusati di spararle grosse e poi di realizzare poco. Se prometti devi poi essere in grado di mantenere, altrimenti meglio volare più basso. Essere all’altezza, ecco il problema.

MV, La Verità 18 febbraio 2020

 

 

 

 

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