Lennon, il vero guru del ‘68 perpetuo

John Lennon avrebbe compiuto in questi giorni ottant’anni. Sarebbe una vecchia gloria della musica leggera, come gli altri Beatles, imbalsamati nel loro dorato decennio, salvo Paul McCartney che proseguì a incidere nel suo tempo. E invece, ucciso proprio quarant’anni fa all’età di quarant’anni, Lennon è diventato un mito sempreverde, un’icona pop permanente. Ma vorrei spingermi oltre e dire che John Lennon alla fine è stato il vero guru di quel “68 perpetuo” di cui si parla ormai da più di mezzo secolo.

Herbert Marcuse o altri profeti del ’68 hanno teorizzato la contestazione globale, hanno incitato alla rivoluzione e alla liberazione, ma in fondo fallì il loro progetto: perché nessun assetto di potere, politico, economico, capitalistico, tecnoscientifico fu rovesciato o scardinato. Invece ci fu la rivoluzione dei costumi, dei linguaggi, dei rapporti tra padri e figli, tra generazioni, tra studenti e professori. E Lennon fu il guru di quel ’68 globale, sia dei contestatori che dei figli dei fiori, cucì il messaggio pacifista e globalista all’atmosfera trasgressiva e musicale, più di Bob Dylan e Joan Baez. Liberazione sessuale, libera droga, basta con la tradizione, le sue ipocrisie e le sue “ristrettezze mentali”, individualismo global, pacifismo, antimilitarismo. E il ’68 psichedelico. La gente, lamentava Lennon, non accetta che “altra gente stia nuda o fumi erba”. E invece per lui ognuno dovrebbe vivere come gli pare. Anarchia, però gaudente. Vietato vietare. Colpisce la copertina di un suo disco di musica sperimentale del ‘68 dedicata alla “musica infinita”, Two Virgins, dove lui e Yoko Ono (non ancora la sua “donna”) compaiono nudi; ma il disco non ha successo, viene poco distribuito, cade nell’oblio.

Intanto avveniva quella trasformazione del comunismo proletario in radicalismo politically correct, l’onda libertaria e permissiva abbandonava i temi della giustizia sociale e dei lavoratori per dedicarsi ai diritti civili e sessuali. È il passaggio da Lenin a Lennon: il movimento contestatore sogna una tipo di rivoluzione global ma single, eccentrica e trasgressiva, in cui la liberazione avrebbe oscurato l’uguaglianza, il sesso, il fumo avrebbero rimpiazzato la lotta di classe, le fabbriche, il riscatto operaio e proletario.

Il suo manifesto ideologico è Imagine, la canzone che lui stesso definiva: “antireligiosa, antinazionalista, anticonformista e anticapitalista” ma era edulcorata, “ricoperta di zucchero” aggiungeva Lennon, e perciò veniva accolta da tanti. Ricordiamo quelle parole glassate: “Immagina che non ci sia il paradiso…e nessun inferno sotto di noi… Immagina la gente vivere per l’oggi… Immagina che non ci siano più patrie… Nessun motivo per cui morire e uccidere, nessuna religione…”. È l’inno del nichilismo zuccherato, l’antefatto del politically correct. Se si vive solo per l’oggi, senza più motivi per vivere e per morire, se non c’è più un dio né una patria né una radice o un legame con una tradizione, se non c’è alcuna prospettiva oltre noi stessi, perché poi lamentarsi se il mondo si riduce a un immenso spurgatorio senza scopo e noi siamo i relativi materiali in transito, frutto di una liberazione che somiglia a un’evacuazione, perchè non lascia tracce ma libera solo bisogni e desideri? Quella canzone ha condensato in pochi versi l’Ideologia no border dei nostri giorni: la negazione del senso religioso, dell’amor patrio e dei legami famigliari; il dominio assoluto del presente sul passato, sul futuro e sull’eterno, il pacifismo come fine della storia, degli stati e della politica, l’individualismo globale e l’unificazione del pianeta, senza più frontiere e arcigni muri.

Vennero altre canzoni come I don’t wanna be a soldier, Mama, contro il militarismo o Give peace a chance o ancora Warking class Hero che estende la contestazione alla famiglia, alla polizia e alla scuola e in generale alle convenzioni e le costrizioni sociali. O God, dove Lennon attacca ogni forma di religione, dalla Bibbia ai Ching, da Gesù a Hitler, da Buddha ai tarocchi. E confessa: “Credo solo in me, in Yoko e in me”. Egocentrismo cosmico, la gigantografia del narcisismo infantile dei sessantottini.

Lennon poi corregge in senso rivoluzionario la canzone Revolution cantata nel ’68 coi Beatles, che era in realtà un inno antirivoluzionario, o perlomeno contro le sue violenze, che spingeva a vivere più intensamente l’intimità; invece Lennon scrive una canzone Potere al popolo in cui ripete lo slogan della canzone, Power to the people e infine esorta: “Scendete in strada/Milioni di persone che lavorano per niente/Fareste bene a dire quello che vi spetta/ Vi butteremo giù quando arriveremo in cima”. Una canzone di lotta, non c’è che dire, anche se a cantarla è un ricco baronetto miliardario come lui, che vive tra i fumi, i comfort e le ebbrezze di una vita da celebrity. Tutta la produzione musicale di Lennon viene però addolcita e riscattata dall’amore che è il filo conduttore del suo romanticismo, quando depone l’arma della ribellione. Ma anche nelle canzoni d’amore è il proprio narcisismo che si specchia negli occhi dell’amata, della Donna in generale e di Yoko Ono in modo speciale. Anche le canzoni dedicate a lei servono in realtà soprattutto per parlare di sé, di come è fatto lui.

Quando compì quarant’anni John Lennon pensò che la sua vita stesse per finire ma pensava che un’altra vita stesse per cominciare, e sarebbe stata, come lui scrisse, una vita meravigliosa, lanciata a esplorare un mondo meraviglioso. Quella vita meravigliosa fu spezzata dopo poche settimane, ucciso da un suo fan. O forse proseguì altrove, nei cieli o negli inferni negati da Lennon.

MV, Panorama n.42 (2020)

 

 

 

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