L’Europa nelle mani delle parche (e della Cina)

Ursula von der Leyen Angela Merkel Christine Lagarde

Come le mitiche Parche, tre donne filano i destini d’Europa: Ursula, Angela e Cristina. La prima incide, la seconda decide, la terza recide. Ursula fila le sorti degli europei, di cui presiede la commissione, Angela assegna a ciascuno la parte, perché è colei che guida lo stato egemone e Christine recide i fili, con le forbici della banca centrale. Due tedesche e una francese, come vogliono i rapporti di forza; al secolo si chiamano Ursula van der Leyen, Angela Merkel (in scadenza) e Christine Lagarde, sono quasi coetanee, figlie di uno stesso dio, Giove, che secondo il mito, rapì Europa e ne abusò. Oggi l’Europa è nelle loro mani. Kissinger diceva di non sapere chi chiamare per parlare con l’Europa; ora c’è addirittura un trio a cui poter bussare.  Ma l’Europa cos’è, nel nascente 2021? È una moneta, un sistema bancario, un vaccino.

Un tempo l’Europa doveva vedersela con due imperi: americano e sovietico. Oggi deve vedersela soprattutto con un terzo impero espansivo e globale, quello cinese, rispetto a cui è totalmente impreparata e inerme. Come è stato per il covid. In più deve vedersela coi flussi migratori e i colossi del web. Ma nel suo lessico ufficiale il pericolo per l’Europa è uno solo: il nazionalismo. Che non è un nemico esterno, e non è nemmeno un nemico presente: ma è un nemico interiore e anteriore, una tentazione al suo interno e l’eredità di un nemico passato, morto e sepolto.

La cosa che più preoccupa dell’Europa è la cecità, l’incapacità di capire e vedere quel che sta succedendo intorno. Nel mondo, nei sistemi politici ed economici. Ha tirato un mezzo sospiro di sollievo perché è caduto Trump; ma non si è accorta dell’enorme opportunità di cui ha goduto in questi anni, senza saperne approfittare. Mi riferisco alla maggiore autonomia che ha avuto rispetto agli States, con cui ha dovuto affrontare un solo contenzioso, i dazi. Perché Trump, a differenza dei suoi predecessori, e probabilmente del suo successore, si era rifugiato nella priorità americana (America First), si era dato al protezionismo e dunque lasciava il mondo e gli alleati europei più liberi di decidere la loro strada. Si occupava di difendere e rilanciare il suo Paese, senza velleità coloniali o imperiali.

Il bisonte biondo aveva capito che la globalizzazione ha smesso di essere il nome di crociera dell’americanizzazione, il veicolo dinamico per rendere il mondo a propria immagine e somiglianza. La globalizzazione si è trasferita in Asia, dove ha una vitalità espansiva, demografica e aggressiva molto più potente. Il covid è stato la metafora di questa capacità virale del sistema cinese, non solo nella propagazione del virus ma anche nel sistema per affrontarlo.

Cosa sta accadendo nel mondo che sfugge all’occhio dell’Europa e delle sue Parche? Sta accadendo che pure il capitalismo, come il covid, si va geneticamente modificando, sta lasciando il suo habitat naturale, che è il liberismo, e sta ibridandosi con forme di controllo, fino a configurare un capitalismo della sorveglianza. Sull’ibridazione in corso tra capitalismo e comunismo, sull’onda del modello cinese, scrivevamo in solitudine tempo fa. Oggi il capitalismo che si sta consolidando su scala planetaria – nota Giorgio Agamben – non è il capitalismo nella forma assunta in occidente: è, piuttosto, il capitalismo nella sua variante comunista, che unisce uno sviluppo rapido della produzione con un regime politico totalitario. Questo spiega perché la Cina, secondo il filosofo, stia assumendo un ruolo di guida anche nell’uso politico della pandemia.

C’è un intreccio genetico tra capitalismo e comunismo che li rende omogenei: è il ruolo centrale dell’economia come motore del mondo, per cui è necessario sgombrare il campo da tutto ciò che si oppone o resiste alla sua egemonia; le tradizioni, le religioni, i legami comunitari e territoriali.

La novità imprevista è che un sistema ritenuto da anni superato, come il comunismo, possa ibridarsi con la tecnologia e il controllo mediatico-sanitario e divenire il nuovo paradigma del capitalismo globale del nostro tempo. In questa ibridazione, diventa recessivo, soccombente, lo stato di diritto, con le sue libertà. Mentre si garantiscono i diritti e le libertà alle minoranze protette, inclusi i migranti, si vanificano le libertà, l’indipendenza e i diritti delle popolazioni, nel nome dell’emergenza sanitaria. Dapprima considerata transitoria, eccezionale, e resa via via permanente. Agamben si sporge allarmato in una profezia: “il nuovo regime unirà in sé l’aspetto più disumano del capitalismo con quello più atroce del comunismo statalista, coniugando l’estrema alienazione dei rapporti fra gli uomini con un controllo sociale senza precedenti”. Quel che Agamben prevede come certezza, più realisticamente va considerata come una minaccia, un processo in atto e un possibile esito; va immessa nel gioco della storia con le sue cento variabili. Comunque il virus e la sua profilassi mondiale, il regime di controllo e sorveglianza che si va instaurando ovunque, la crisi economica e sociale e il nuovo protagonismo dello stato con un’economia pianificata, la sconfitta delle sacche di resistenza nazionali e sovrane, l’appoggio della cultura e dei media, della chiesa bergogliana e delle organizzazioni mondiali sanitarie, umanitarie e internazionali: tutti questi fattori ne stanno predisponendo il terreno.

In tutto questo le tre Parche dell’Europa si limitano a gestire il Recovery fund, il Mes e gli altri baratti tra aiuti e sovranità al proprio interno. Quando il problema primario è la sovranità dell’Europa minacciata dal mondo esterno.

MV, Panorama n.1 (2021)

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