L’indecorosa semiclandestinità della politica

Come molti italiani, seguo con crescente distacco le vicende indecorose della politica italiana. Me ne occupo ormai con cadenza mensile, stavo per dire mestruale, più per non perdere d’occhio il presente, che vedo sempre più assente, almeno in politica. Non mi piace affatto il perdurare della lunga sospensione tecnocratica, che pensavo limitata nel tempo come le dittature al tempo dei romani, e trovo sempre più detestabile la torsione bellicista del grand commis Mario Draghi e della Regina Madre Mattarella.

Vedo Draghi sempre più nel ruolo di commissario euroatlantico. E vedo il suo governo mantenere i tratti della governance, al di fuori di ogni empatia col popolo sovrano. All’inizio mi era parsa un’inevitabile transizione per restituire un minimo di autorevolezza all’Italia, dopo il governo giallorosso a guida Conte. Soprattutto in relazione al Recovery Plane, divenuto quasi un piano di ricovero mentre cresce l’asservimento coloniale agli Stati Uniti in formato guerra, come mai c’era stato nella pur atlantista Italia degli anni precedenti, sia berlusconiana che al tempo della prima repubblica.

Pensavo che un anno di Draghi e poi la sua elevazione al Quirinale, avrebbero ripristinato la politica e il bipolarismo in Italia. Invece si è voluto mantenere tutto come prima: Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale fino alla fine. Così vediamo Draghi come il premier senza alternative (salvo sue dimissioni) e vediamo la politica rinnegare il bipolarismo per accucciarsi compatta, opposizione inclusa, all’ombra del Comando Armato e delle sue vie consolari in economia e finanza.

Con increscioso imbarazzo noto che l’unico partito che mostra qualche riluttanza, è proprio il meno credibile di tutti, il Movimento Cinque Stelle. Che in tema di politica estera, di rapporti con gli Stati Uniti e dissenso dalla linea militarista prevalente, ha espresso una posizione che dispiace molto al Quartier generale, dai Dem alla stampa associata, dai poteri forti e meno forti alle fabbriche del consenso. Interpreta il sentire prevalente degli italiani, nonostante il bombardamento mediatico quotidiano. So bene che se fosse al governo il Conte Zelig avrebbe assunto la posizione più funzionale alla sua sopravvivenza a Palazzo Chigi, e quindi sarebbe stato la copia dilettantesca di quel che con più professionalità esprime Draghi. Ma il risentimento per la sua estromissione, il rancore nei confronti del suo successore e il tentativo di recuperare il consenso grillino perduto, lo hanno portato un po’ goffamente a dissentire, se pur con incredibili capriole: del tipo vogliamo mandare solo armi difensive, non offensive, come dire, mandiamo scudi ed elmetti ma non spade e fucili. O mitra a salve e pistole laser.

In realtà Conte è condannato al ruolo dell’asino di Buridano: non può tirare troppo la corda e spezzarla perché i governativi e i parlamentari 5stelle non vogliono assolutamente una crisi di governo e il voto anticipato. E dall’altra parte non può scontentare troppo la già provata e decimata base elettorale che voleva un movimento antisistema di outsider e si ritrova una compagnia di voltagabbana al governo. Perciò sta nel mezzo.

Prendete il caso di Luigi Di Maio che ormai sta ai grillini come Renzi stava al Pd, prima di lasciarlo. Mi pare non del tutto fantasioso immaginare un partito di profughi che si aggrappano a un cartello centrista che metta insieme Renzi e Di Maio, la Carfagna e i dissidenti di Forza Italia, più Casini e altri resti. Conte, Grillo e i grillini piacciono sempre meno alle vecchie zie della sinistra, da quando hanno tentato un ravvedimento operoso coi loro elettori. Il Pd resta ormai il Partito del governo, il perno del Regime e la servitù del blocco euro-atlantico, in tenuta da guerra: al posto della livrea indossano la tuta para-militare.

Ma dall’altra parte il trio medusa del centro-destra è fortemente disunito e litigioso, come i capponi di Renzo, ma pur di avere un futuro politico magari alla fine si compatterà. Ma ai vecchi dubbi sulla capacità di esprimere una compagine di governo credibile e in grado di far valere davvero gli interessi nazionali in sedi internazionali e non solo nella nostra tv, si unisce anche la posizione totalmente prona al drago-mattarellismo. Interrotta da un’ennesima, provvidenziale giravolta di Salvini e da un mezzo ravvedimento di Berlusconi, che gli potrà costare una mezza scissione e già gli costa un rinnovato attacco sui media. La Meloni che era apparsa fino a febbraio la più lineare e credibile, ha sposato il ruolo di sponda del Pd e di legione straniera del draghismo e cavalca il patriottismo a stelle e strisce sotto l’egida Nato.

Certo, alla fine, se i tre saranno costretti a stare insieme per ragioni pratico-elettorali, anche gli italiani, obtorto collo, saranno costretti a votare per loro. Ma sarà il voto del male minore; non c’è in giro entusiasmo e adesione, come invece è stato a turno per ciascuno dei tre; solo un tiepido, per non dire freddo, disincantato consenso, turandosi non solo il naso. Pure dal nostro punto di vista, idem per idem, almeno sono preferibili i conservatori ai progressisti, per quel che davvero possono ancora valere sul piano pratico queste distinzioni; è “meno peggio” la destra di sua maestà che la sinistra di sua maestà. Ammesso che poi destra e sinistra restino davvero distinte dopo il voto. Si vorrebbe infatti che fosse ripristinato almeno il bipolarismo e che le linee di confine tra i due schieramenti siano un po’ più chiare e distinte, non solo in prossimità delle urne. Sarebbe l’unica traccia di democrazia e di ritorno alla politica in questo frangente. Ma ora basta, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne rappresenti la smorta politicuzza nostrana…

La Verità (22 maggio 2022)

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