L’inganno storico contro i lavoratori

Il primo maggio nell’Italia repubblicana nacque con un peccato originale mai confessato. La Festa dei Lavoratori, che il fascismo aveva spostato al 21 aprile, Natale di Roma, fu ripristinata nel 1° maggio del 1945 ma celava un inganno ai lavoratori e al proletariato. I socialcomunisti erano pronti a digerire l’eredità fascista in molti leggi, istituzioni, riforme che poi definiranno oscurantiste, reazionarie, clericali, repressive: dal Concordato con la Chiesa cattolica, i famigerati Patti Lateranensi, conservati nella Costituzione e perfino nella festività, l’11 febbraio, al Codice Rocco e all’impianto penale e civile pur giudicato repressivo dello Stato fascista, dalla Scuola di Gentile all’Iri, alle leggi sull’ambiente di Bottai, solo per citare le più significative. Ma l’unica eredità del fascismo su cui avrebbero potuto costruire la via italiana al socialismo fu invece cancellata in fretta, e non su richiesta dei moderati, dei cattolici e dei liberali; no, proprio per scelta dei comunisti, dei socialisti e dei loro sindacati. Sto parlando della socializzazione delle aziende e della partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle imprese.

Una legge nata, è vero, con la Repubblica Sociale e mal realizzata solo in parte, per la situazione di guerra in cui vide la luce e i contrasti su vari fronti; ma avrebbe potuto dare al “Partito dei lavoratori” l’arma e l’occasione per modificare radicalmente il rapporto tra capitale e lavoro, dare centralità alla classe operaia e protagonismo ai dipendenti. I comunisti accettarono senza colpo ferire le leggi fascistissime dello Stato autoritario, della giustizia, del clerico-fascismo, della scuola, riassorbirono nelle istituzioni figure coinvolte col fascismo, a partire da quel Gaetano Azzariti che era stato addirittura presidente dell’infame Tribunale della razza, e che diventò poi ministro con Badoglio, consigliere di Togliatti al Ministero di Grazia e Giustizia e infine presidente della Corte Costituzionale… I comunisti accettarono tutto questo ma respinsero l’unica riforma sociale che avrebbe potuto incamminare l’Italia sulla via del socialismo. Avrebbero potuto dire che fallita l’esperienza fascista, liberati dallo Stato autoritario, quelle norme potevano essere trasformate nell’avvio di una radicale svolta sociale ed economica della nascente Repubblica. Invece niente, si trincerarono dietro una menzogna: dissero che quelle leggi erano nate al servizio degli occupanti nazisti. Già il 25 aprile del ’45 il Cln si affrettò ad abrogare la socializzazione perché “aggiogava le masse lavoratrici al servizio e alla collaborazione con l’invasore”. Un falso storico perché i nazisti erano contrari alla socializzazione, temevano per la loro produzione bellica e il ministro degli armamenti del Reich, Hans Leyers, inviava circolari alle imprese del nord Italia per bloccare la socializzazione introdotta della Rsi.

Ma per i socialcomunisti socializzare era “antinazionale” (!) oltre che demagogico. Per dirla tutta, contro la socializzazione si creò uno strano fronte ostile, un patto implicito fra tre diversi soggetti: le grandi aziende, a partire dalla Fiat che, oltre gli ossequi di facciata, osteggiavano quella riforma; gli occupanti nazisti decisamente contrari, e i partigiani, che trattavano direttamente con i “padroni”, ricevendo cospicui finanziamenti alla lotta partigiana: l’amministratore della Fiat, Vittorio Valletta, ad esempio, nei giorni della socializzazione, versò 5 milioni di lire alle formazioni partigiane. L’intento comune era boicottare la socializzazione. Le cellule comuniste dei metallurgici dicevano nei loro libelli che si “doveva trattare esclusivamente coi datori di lavoro”; accordarsi con loro, aggirando i rappresentanti fascisti. La stessa cosa facevano le autorità naziste, che si rivolgevano direttamente alle imprese, scavalcando i fascisti.

Come spiegare questa posizione dei comunisti e dei loro sindacati? La motivazione ideologica era che la socializzazione promuoveva la collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro, la cogestione, mentre i partiti marxisti volevano la lotta di classe e la fine del padronato. La motivazione storica era che la repubblica italiana nasceva sotto l’egida del compromesso tra Usa e Urss e del compromesso interno tra Capitale e Cln. Quindi poteva andar bene il Codice Rocco o la Conciliazione, ma non la socializzazione. Quel patto tra padroni e socialcomunisti è all’origine della nostra repubblica, non è avvenuto dopo, col patto dei produttori e il compromesso storico degli anni Settanta o più di recente con la conversione della sinistra a guardia bianca del Capitale e dell’establishment.

Togliatti aveva visto coi suoi occhi il fallimento dei soviet in Urss, dove era nato il capitalismo di Stato. Ma con cinica doppiezza bocciava la socializzazione perché i comunisti non volevano la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili ma l’autogestione dei consigli operai e l’espropriazione dei mezzi di produzione.  Così nel nome della Rivoluzione futura si cancellava la Riforma esistente. Il massimalismo come alibi per il compromesso col Capitale. Niente collaborazione in azienda ma lotta di classe, tuonavano il Pci e il Sindacato, salvo accordarsi coi padroni anche a danno degli stessi lavoratori. Insomma, la posizione della sinistra può essere riassunta dal gesto dell’ombrello di Alberto Sordi ai lavoratori…

La cogestione fu adottata nella Germania federale (Mittbestimmung) e contribuì al successo del modello renano di economia sociale di mercato. In Italia invece la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese restò solo sulla carta, nell’art.46 della Costituzione. Lettera morta, come buona parte della Costituzione. Che diventò intoccabile nel senso che nessuno provò a mettere in pratica le sue parti migliori…

MV, La Verità 1° maggio 2020

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