L’Italia divisa in due

Sei per Berlusconi o sei per Salvini, rivuoi Alfano o lo regali a Renzi, preferisci Pisapia oppure Orlando, meglio Grillo vestito da Di Maio o Grillo svestito da Di Battista? No, smettiamola di giocare con le bambole e i bambolotti, non è questione di nomi.

C’è un processo più grande in corso, che va ben oltre i personaggetti che ho citato. Mentre la politica si squaglia sotto il sole d’agosto, e i politici vengono giù ai primi acquazzoni, l’Italia si sta ridisegnando in due aree.

Al di là dei leader furbetti che saltellano ora a destra ora a sinistra, ora chiudono e ora aprono le porte dell’Italia secondo i sondaggi del momento, ci sono ormai nel nostro Paese due grandi correnti d’opinione piuttosto stabili.

Vorrei quasi dire due Italie. Che sono divise, contrapposte, sui grandi temi sensibili del nostro tempo e che riguardano i migranti e l’accoglienza, la sicurezza e i reati d’opinione, le biodiversità tra uomo e donna, le famiglie e i gay.

Ci sono ormai due piazze contrapposte, due aree, nettamente marcate, e ai confini volano spesso insulti e reciproche maledizioni. Lo senti per strada, lo leggi sul web, lo vedi in tutte le occasioni che ci offre la realtà, dal Papa alle Ong, dai siti fascisti ai gruppi antagonisti, dai rom ai centri d’accoglienza, dai giudici alla polizia, dai tossici ai gender.

Sono due flussi d’opinione che non riescono più a trovare punti di contatto e di compromesso.

Il bipolarismo, saltato nella politica, si è ridisegnato nella società. Non mi interessa definirli destra e sinistra o in altro modo, mi preoccupa invece che queste aree siano rappresentate solo da frammenti, posizioni intermittenti, singoli esponenti o gruppi di pressione, ma non abbiano cittadinanza politica se non ai margini.

Non si riconoscono in due grandi movimenti. Le forze politiche preferiscono fingere di stare da ambo le parti o di attraversarle, siano esse dei cinque stelle o ai quattro formaggi. E invece le due sensibilità sono evidenti e divaricate nel Paese.

Il Paese ha due parti asimmetriche

Le due parti non sono speculari, ma asimmetriche, molto diverse.

Un’area s’identifica con le fabbriche d’opinione, con l’egemonia sottoculturale, con i poteri mediatici, giudiziari e con l’establishment: di conseguenza ha opinioni più articolate, meglio espresse, con testimonial assai famosi e ha la presunzione d’interpretare il vento della storia, il progresso, il mondo che sarà.

Ma non solo: ritiene di avere il monopolio dei valori morali e sociali, etici e culturali, si reputa superiore, e non considera che anche chi difende la realtà, la tradizione, la natura, la famiglia, la vita come è sempre stata, possa avere valori morali e ideali contrapposti ma degni di rispetto.

Dall’altra parte, l’opinione pubblica pop è un fiume in piena, che a volte tace, subisce, si rifugia nel privato, ma poi borbotta, a volte esplode, vota contro, esprime il suo dissenso con rabbia.

È un sentire più largo e più scomposto, che non trova canali in cui esprimersi e trovare compostezza, un sentire comune legato alla percezione della vita reale e ai suoi disagi, più genuino che però è più ruvido, se non più rozzo.

Se i primi sono spesso affetti da disprezzo i secondi sono affetti da risentimento. Ma in modi diversi, ci sono odiatori da ambedue i versanti. Scavando oltre l’odio qual è l’amore che muove gli uni e gli altri?

Da una parte c’è la predilezione per ciò che è reale, naturale, tramandato, e soprattutto per ciò che ci è più vicino: amiamo più i nostri genitori o i nostri figli che i migranti appena sbarcati, amiamo più la salvezza della nostra città che quella del mondo intero o di un villaggio lontano, amiamo più ciò che ci tocca, che fa parte della nostra vita, della nostra infanzia, della nostra vecchiaia, della nostra memoria.

Dall’altra parte, invece, c’è la predilezione per il mondo migliore che verrà, per i grandi temi dell’universo, per l’umanità in generale, per la libertà, anzi il diritto di desiderare, di cambiare, di uscire dai propri limiti.

L’amore del prossimo nel primo caso segue il criterio naturale della prossimità: amare a partire da chi ti è più vicino; nel secondo caso, almeno in teoria, segue il criterio dell’universalità, ama chi viene da lontano, chi non è presente.

Il primo amore rischia di chiudersi nell’egoismo e nella tribù, il secondo amore rischia di perdersi nell’astratto e nell’irreale umanitarismo. Entrambi possono farsi ottusi e pure crudeli.

Qual è la parte migliore?

Le due Italie hanno naturalmente varie gradazioni interne, non mancano esagitati da ambo i versanti, e persone ragionevoli. Non dirò mai, anche se è demagogicamente più utile, che gli uni siano migliori degli altri, no: il peggio e il meglio attraversano i due schieramenti.

Posso dire che una parte tiene a un certo tipo di priorità che reputo migliori, preferibili, rispetto alle altre, ma non esprimo giudizi razziali.

In una società civile le due opinioni si confronterebbero ad armi pari, nel rispetto reciproco, rappresentate in modo paritario a livello politico, mediatico, culturale e istituzionali. E poi ciascuno decide da che parte sta.

Ma questo non è possibile: gli uni accusano gli altri di essere bestie, e tanti reagiscono all’insulto comportandosi in modo bestiale. Ci vorrebbe un comune senso dello Stato e della comunità, per creare un terreno comune; ma non c’è.

E allora? Intanto proviamo a trasferire gli odi in pensieri, a ragionarci su, a distinguere tra pulsioni e ideali, a promuovere movimenti d’opinione. Come stiamo tentando, nel nostro piccolo, in questo momento.

MV, Il Tempo 12 agosto 2017

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