L’Italia e gli alieni

Ma l’Italia, nel frattempo, dove si è cacciata? Siamo tutti concentrati, con rabbia, angoscia, curiosità e tifo acido, sul governo e l’Europa, sui migranti in mare e le magliette rosse col rolex, l’orco Salvini, il fenomeno Boeri, il livellatore Di Maio, il Renzi furioso e la sinistra rotta come un vaso di Pandora. Seguiamo ogni giorno lo spettacolo di queste contorsioni, siamo tornati a occuparci di politica come non ci accadeva ormai da tempo, ma per inveire e maledire, come se fossimo in curva sud, allo stadio, all’ultimo stadio.

Ma noi, chi siamo? Dico noi, popolo, nazione, cittadinanza… Siamo agglomerati ringhiosi d’individui, masse d’asporto e magma ribollente di indignazione pubblica a uso privato. Ma non riusciamo a pensarci, a vederci, a essere un popolo, una nazione, una comunità. Anzi, mai come ora siamo uniti solo da ciò che odiamo, facciamo lega solo contro qualcuno, ma non ci sentiamo connazionali.

A unirci sono i migranti e i loro impresari o frenatori; a unirci è la paura e l’odio verso chi governa o chi detiene ancora le chiavi del potere mediatico-giudiziario. A livello internazionale ci unisce più l’antipatia verso Trump e Putin o Macron e la Merkel, che la simpatia verso costoro. Ci sentiamo tutti sotto il tacco di una dittatura infame. Merdogan, per dirla in linguaggio colorito. Ma poi differiscono i colori della dittatura. Governativa. Europea. Economica. Giudiziaria. Plebea. Settaria.

Leggevo l’altro giorno, stupito e quasi commosso, l’appello di Ernesto Galli della Loggia ai giovani perché siano loro a rifare e ripensare l’Italia. Generosissima utopia, pensare che i giovani possano avere la premura di rifare l’Italia. Non sanno nemmeno cosa sia, non l’hanno mai conosciuta, la loro patria è il web, il loro futuro è il mondo, la loro cultura è erasmus, a essere generosi.

A voler essere realisti, dobbiamo amaramente dire che l’Italia del presente è un non luogo abitato da due etnie di alieni ed una, di vecchi rancorosi. Le prime due etnie di alieni sono così costituite. Da una parte ci sono i ragazzi, estranei all’Italia per cause indipendenti della loro volontà, perché nessuno gliel’ha detto che sono italiani, gliel’ha spiegato, gliel’ha fatto capire con l’esempio e con la scuola. Dall’altra ci sono i migranti, che non vengono in Italia ma fuggono da casa loro, cercano non la patria di Dante ma il Bengodi, il paese della cuccagna o del benessere, che si chiama Occidente, Europa, Modernità, Televisione, e da ultimo, forse, Italia. Estranei alla nostra civiltà ma desiderosi dei nostri consumi, estranei alla nostra storia, alla nostra religione, alla nostra cultura, ma conoscitori della nostra tv e del nostro spettacolino quotidiano, più papa, ong e roba varia.

La prima etnia, i giovani, è con la testa fuori dall’Italia, alcuni anche realmente sopratutto se hanno una testa (i cosiddetti cervelli in fuga). I secondi alieni venuti da lontano, disperati, ci vedono come una piazzola di ristoro, un corridoio umanitario, un luogo in cui vestirsi, mangiare, avere il telefonino, lavorare o forse no e magari poi tentare il passaggio in altri paesi più organizzati.

Oltre le due etnie di alieni, ci sono gli alienati, cioè gli autoctoni, detti italiani, che sono ormai contraddistinti dal rancore. Vivono inveendo e comunicano solo per manifestare disprezzo, odio e furore contro gli altri. L’Italia è un paese che ha una lunga consuetudine di guerra civile, di faziosità e lotte di campanile. Ma stavolta è peggio, perché i partigiani in lotta non condividono i sogni ma solo gli incubi, sono uniti dal disprezzo, congiunti dall’odio e dalla paura. Vale per tutti, non solo per i nemici che abbiamo difronte. Vale a destra come a sinistra, se serve ancora questa topografia. Vale al nord come al sud, isole incluse e perfino a Roma. Vale tra gli umanitari che odiano assai più di quanto amino, e vale per i realisti che detestano i migranti e i loro impresari molto più di quanto amino i compatrioti. Ci sono ormai fossati incolmabili o quasi, che non ci permettono più di comunicare senza insultarci a vicenda.

E noi vorremmo, caro Ernesto, rifare l’Italia, ripensare l’Italia? Si lo vogliamo, anzi lo voglio ardentemente, e qui sono costretto a parlare a titolo personale, sapendo che non sono in molti a condividere. Ma ci vuole una forza d’animo, una sublime cecità, e uno sprezzo del ridicolo, prima che del pericolo, per credere ancora in quella cosa lì chiamata Italia. L’assurdo è che ora ci accusiamo di nazionalismo e xenofobia quando siamo semmai xenofili e abbiamo sempre desiderato la patria d’altri.

In un paese colonizzato dall’alto e invaso dal basso, il vero problema è l’italofobia. Non si tratta di odiare gli stranieri, ma più semplicemente di amare l’Italia e la nostra civiltà.

MV, Il Tempo 10 luglio 2018

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