Lo chiamavano Trinità

Non so se Berlusconi passerà alla storia; io penso di sì, nonostante il brutto finale. Ma è certamente già passato alla mitologia. E la fiction su di lui lo conferma, insieme allo sciame di simboli, battute, dicerie, gag che ispira o produce direttamente.

Ci provò Nanni Moretti a darci un ritratto cattivo di lui, il Caimano; ci provarono altri, tra il comico, il ludico e il criminale. Ora ci prova Paolo Sorrentino; e ci prova alla grande in un film in due puntate. Impresa omeopatica, visto che tratta di un Megalomane di successo. Il film non si chiama Lui, come ci sarebbe da aspettarsi, ma Loro, e quella coralità indebolisce il film e sposta il baricentro dalla sua figura alla mutazione antropologica degli italiani, in versione psicolabile e alterata.

La prima parte della saga berlusconiana arriva nelle sale oggi, ma solo ieri si è svelato per la stampa il Gran Mistero creato intorno a questo film. Di cui non si conosceva niente; gli stessi attori erano stati votati, per contratto, all’omertà assoluta. La prima parte ti lascia l’impazienza di vedere la seconda. Per due terzi è un film psichedelico, tra cocaina, sesso & zoccole che rende l’idea di un clima, annuncia un avvento, un attesa, ma Lui non c’è. Al suo posto c’è lo spaccato di un’Italia, anzi il frullato, lo spappolato di un’Italia che si è bevuta il cervello e la dignità. Uno squarcio allucinato di un mondo che sembra la continuazione della Grande Bellezza, più che della corte di Silvio. C’è qualcosa di più losco, più vizioso, più tossico di quel grande circo che fu l’era del Bunga bunga, che aveva anche una sua puerile futilità.

Sorrentino gioca tra la realtà e l’invenzione, è allusivo e fiabesco. I Tarantino e i Lele Mora, le Noemi e le D’Addario, i Bondi e i Bonaiuti, appaiono di sbieco. Solo nell’ultimo terzo il film spicca il volo. Con un grandioso Toni Servillo nei panni di Lui, perfetto, nei suoi sorrisi, nel suo lusso, nel suo portamento, nella sua piacioneria e nella sua regalità, sultanesca e a volte un po’ tirannica. E perfetta appare pure Elena Sofia Ricci nei panni della sua Veronica Lario, nella sua ultima fase più pensosa e meno berlusconiana, remota ormai dal suo avvenente passato di attricetta. Qui il film plana dal clima surreale del Puttanesimo Integrale a qualcosa che somiglia davvero alla storia e alla leggenda del Cavaliere. Ma finisce troppo presto e ti lascia perciò la voglia di aspettare il 10 maggio per vedere il seguito.

Qual è la chiave del film o meglio la filosofia del Personaggio? La trovo mascherata in due tracce. La prima è quando B. insegna al nipote che il vero è ciò che riusciamo a far credere agli altri. Qui c’è davvero tutta l’ideologia politica e la teologia commerciale di Berlusconi. L’importante non è la verità ma la persuasione, l’effetto che produce, anche illusorio, se riesce a conquistare credenti, utenti, consumatori. Un credo commerciale applicato poi alla politica e alle relazioni umane.

Ma la chiave principale del film è fuori dal film, è in quei dieci secondi del trailer, quando Berlusconi ammette che non gli bastava essere il più ricco e anche il più potente; voleva essere il più amato. Amato dalla folla, alla follia. Amato carnalmente. È lì che il suo narcisismo, il suo egocentrismo, muta in teologia. Ecce Homo. Er più, Lui, l’Autocreato (self-made-man), al centro di tutto, dell’universo e dei complotti, dei governi e delle coalizioni. Il più amato, il più perseguitato. Non gli bastò creare dal nulla un Impero della Comunicazione e navigare tra i miliardi, le tette e il lusso.

Non gli bastò nemmeno compiere il miracolo di unire cani e gatti e andare al potere per ben tre volte, con governi di lunga durata. Ma Berlusconi voleva anche Piacere. Voleva Sedurre. Si, le ragazze, ma anche i popoli, gli elettori, i partner, gli altri Capi di stato. Padrone, Monarca, Seduttore. Uno e trino. Lo chiamavano Trinità. Il primo Dio pensò alla Creazione, lui invece alla Ricreazione. B. Voleva effondere bellezza e stupore. Da qui il suo universo di sorrisi e canzoni, il suo sorriso stampato in faccia in permanenza, il suo Milan, le sue plastiche, i suoi lifting, i suoi ceroni, i suoi riporti, i suoi alzatacco, le sue mitiche pompette, per apparire intatto nei millenni. E le sue barzellette, le sue boutade, le sue canzoni, il suo tono confidenziale, la sua politica guancia a guancia, la sua satiriasi spettacolare, la sua galanteria, tra l’Emiro e il Provolone. Da Drive in a Palazzo Chigi, una parabola coerente. Eccolo, è lui, Priapo, Re di Troia.

Tutto diventa in lui leggendario, favoloso, frivolo, splendente e un po’ bugiardo. Quel Berlusconi formato Servillo corrisponde davvero all’idea che ci siamo fatti di lui. Al di qua del bene e del male, al di là del politico e del giudiziario. A differenza dei Grandi, Berlusconi non ha cambiato il mondo, semmai la faccia. Non ha cambiato un’epoca ma le ha dato un nome. L’era berlusconiana. Un’epoca finita. A sua insaputa.

MV, Il Tempo 24 aprile 2018

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